Luino | 22 Settembre 2017

Referendum per l’autonomia della Lombardia: “Fondamentale affluenza per un segnale forte”

Serata partecipata quella di ieri a Luino, i relatori: "Referendum per dare inizio alla trattativa con lo Stato. Lombardia tra le regioni-modello del regionalismo"

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Si è svolta ieri sera presso la sala consiglio del comune di Luino un incontro sul referendum del prossimo 22 ottobre sull’autonomia della Lombardia. Presenti il sindaco di Luino Andrea Pellicini, che ha introdotto la serata, Stefano Bruno Galli, consigliere regionale e professore di Storia delle Dottrine Politiche, l’avvocato e notaio in Lugano Stelio Pesciallo, esperto del Sistema Federale Svizzero. Con loro anche il consigliere provinciale e sindaco di Jerago con Orago, Giorgio Ginelli.

Poche ma chiare le questioni di cui si è discusso, partendo dal concetto di autonomia e dall’importanza per la Regione di ottenerla. “Autonomia significa essere meno dipendenti dalle istituzioni generali – le parole di Galli -. Avere l’autonomia è legittimo. L’articolo 116 comma III, costituzionalizzato nel 2001, prevede che le regioni virtuose possano accedere a maggiori margini di autonomia, chiedendo l’apertura di un tavolo con il governo centrale. Da allora quattro regioni (Toscana nel 2003, Piemonte nel 2006 e nel 2008, Lombardia e Veneto nel 2007) hanno provato a percorrere la strada della trattativa, invano. E’ poi emerso che le trattative si erano svolte a porte chiuse, tra governatore e Presidente del consiglio dei ministri. Infatti chi si ricorda il tentativo della Regione dieci anni fa? Nessuno perché non era notizia comune. Dunque il principio è giusto, ma è il metodo ad essere sbagliato. Allora si è deciso di inserire un referendum consultativo prima della trattativa, per domandare direttamente al cittadino lombardo: ‘Vorremmo maggiore autonomia, sei d’accordo o no?’. In questo modo dopo il referendum, sarà come se il grande popolo lombardo si sederà al tavolo delle trattative del governo”. Il referendum è dunque “una sfida decisiva: il treno dell’autonomia passa solo una volta e bisogna salirci al volo”.

Per quanto riguarda la mancata indicazione delle materie oggetto dell’eventuale trattativa che si instaurerebbe col governo, il consigliere Galli ha risposto che “è giusto così perché il referendum serve solo per sbloccare la trattativa. Le materie sono scritte nella costituzione, sono ben 26 e la Regione vuole portarle a discutere tutte, focalizzandosi in particolare su quattro (per ora di competenza esclusiva dello Stato): la giustizia di pace, l’istruzione dalla scuola materna all’università, la tutela dei beni culturali e dei beni ambientali”.

Ogni anno Regione Lombardia trasferisce 158 miliardi di euro allo Stato, di cui 100 miliardi tornano indietro e 56 miliardi sono trattenuti. Questa cifra non ha simili né in Europa, né nel mondo. Per esempio in Catalunya si tratta di 8 miliardi di euro di residuo fiscale, mentre in Baviera due anni fa si era discusso per un miliardo di euro. Nei confronti di questa regione vi è una vessazione fiscale senza eguali“.

Se si vuole capire quale sarà in concreto il cambiamento nel dopo referendum, Galli parte dal presupposto che “innanzitutto bisogna fare un discorso più ampio. L’attuale divisione delle regioni risale al 1852, prima della nascita del Regno d’Italia, per rispondere a criteri burocratici-statistici, ma l’assetto è rimasto pressoché invariato nel corso dei secoli. Otto sono le regioni che hanno dato e danno tutt’oggi un buon esempio di regionalismo: Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche. Ma a livello nazionale le regioni sono trattate tutte nello stesso modo perché i cittadini devo avere gli stessi diritti. Tuttavia il problema è che alle spalle non vi è omogeneità e quindi i risultati sono perversi. Se tutto le regioni adottassero il criterio di spesa della Lombardia ci sarebbe un risparmio di spesa pubblica nazionale pari a 76 miliardi di euro (l’equivalente di quattro manovre finanziarie). E si volesse adottare anche la qualità dei servizi della Lombardia si scenderebbe a 24 milioni di euro, perché si avrebbe bisogno di 51 milioni di euro da investire nei servizi”.

Il Consigliere Provinciale Ginelli sente delle “sensazioni molto positive” dei confronti del referendum. “L’esito è scontato ma l’indicatore forte sarà la partecipazione al voto“. Infatti, un’affluenza alle urne intorno al 60/70% sarebbe un indicatore più che chiaro della volontà dei 7 milioni di lombardi chiamati a votare, al contrario un’affluenza del 20/30% “sarebbe un’occasione perduta per la Regione. E’ fondamentale che ci sia partecipazione al voto”.

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