Maccagno con Pino e Veddasca | 26 Giugno 2017

Quando l’occhio si abitua all’arte, cammina sul “Filo dei Sogni”

Un viaggio artistico nelle fotografie e nella vita di Cinzia Battagliola, fotografa intervenuta sabato all'Auditorium di Maccagno

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“C’è sempre un momento in cui nasce l’esigenza di mettere in ordine cronologico la propria vita documentandone una parte, per capire chi sei e perché lo fai; se poi usi una macchina fotografica istantanea, non puoi più mentire a te stessa”.

Questo, in estrema sintesi, il fil rouge che ha segnato indelebilmente il percorso artistico di Cinzia Battagliola, la quale, sabato 24 giugno scorso, presso l’Auditorium comunale, ha presentato il suo libro fotografico “Sul filo dei sogni”: una serie di scatti eseguiti con la Polaroid, un dispositivo semplice, automatico, ad ottica fissa, con nessuna possibilità di intervento in post produzione, ma che permette la realizzazione di grandi magie a sviluppo immediato. La fotografa bresciana residente a Gussago era stata invitata dall’Associazione luinese “2Punto8” a tenere un workshop dedicato proprio alla fotografia istantanea domenica 25 giugno, ma la presidente Sonia Lamia ha avuto l’idea di questo propedeutico “incontro con l’autore” per avvicinare il pubblico alla conoscenza di tecniche fotografiche che, nell’era delle reflex, degli smartphones e del digitale sembravano scomparse dalla scena e verso le quali, invece, si assiste ad una straordinaria rinascita di interesse.

Così, alla vigilia del workshop, Cinzia Battagliola si è sottoposta più che volentieri al fuoco di fila di domande poste dal moderatore Agostino Nicolò, direttore del quotidiano online del luinese “Luino Notizie” e ha raccontato di questa sua metamorfosi, che a 30 anni dalla nascita della sua passione verso la camera oscura, ha fatto scattare, nel 2008, questa “scintilla” verso lo sviluppo immediato che è diventato un fuoco d’inesauribile creatività. “Fotografavo per documentare parte della mia vita, perciò si trattava di immagini della memoria, ma questo diverso genere di stampa fotografica mi ha aperto orizzonti impensabili: folgorata dalla possibilità di manipolare la foto, non attraverso software e programmi di fotoritocco come Photoshop, bensì con un’autentica manipolazione fisica. Per questo motivo le mie opere non dovrebbero essere chiamate fotografie, perché in queste immagini sono inserite cose che non sono più soltanto luce”.

Ecco allora gli interventi molto personali di Cinzia, che attraverso la mescolanza di Pittura e Scultura, contribuiscono a svelare l’intimità, se non l’inconscio, dell’artista. “Questo libro è nato perché volevo mettere un punto fermo e l’uso della Polaroid mi ha permesso di riprendere un lavoro costruttivo più ordinato. Molto spesso facevo un lavoro dal significato psicologico che non conoscevo, così mi sono affidata alla parte sconosciuta di me stessa: se tu riesci a comunicarla agli altri allora hai raggiunto lo scopo”.

Tuttavia nulla è volutamente costruito, nel lavoro artistico della Battagliola: il limite imposto dagli otto scatti consentiti dalla cartuccia di fogli fotosensibili della macchina è giocato a favore della spontaneità espressiva. Su sollecitazione del moderatore, l’artista ha poi espresso una considerazione sulla moda dei “like” che imperversa oggi sui social, attraverso i quali sembra di non poter comunicare se non esprimendo il proprio consenso attraverso l’icona con il pollice alzato. “Purtroppo In questi ultimi anni la fotografia si è appiattita rendendo tutto uniforme, ma quando ho iniziato a scattare con la Polaroid, i social non c’erano e ancora oggi scelgo in assoluta libertà, perché non mi interessano i ‘mi piace’ assegnati con superficialità”.

Ma se è vero che lo strumento incide, questo non è tutto, per esprimere la propria creatività e le proprie emozioni. È un fiume di parole, Cinzia, mentre muove elegantemente le mani disegnando immagini nell’aria, sorridendo e guardando negli occhi i suoi interlocutori con disarmante sincerità, in contrasto con l’apparente incomunicabilità di alcuni dei suoi scatti. Ed è così che descrive la sua fotografia introspettiva, onirica, che alterna la tenerezza alla forte contestazione di una realtà che ancora oggi considera la donna solo come oggetto:Ho scoperto di essere così da piccola, con un vissuto che è rimasto lì, nascosto, ma ad un certo punto della mia vita quella porticina si è riaperta e la bambina di allora è uscita di nuovo, grazie alla mia memoria emotiva. Ora che ho scoperto la strada, sto cercando di contaminare il maggior numero di persone possibili, perché oggi c’è fame di sapere e l’occhio si abitua all’arte. Pubblicando questo libro e come lasciare un segno di te: passerà di mano in mano e ogni persona che lo prenderà lo farà suo”.

Inevitabile, in chiusura, la domanda sul rapporto fra l’artista e i bambini, che Cinzia Battagliola ha fatto lavorare in camera oscura, strutturando progetti anche rivolti a disabili: “Loro hanno la mente libera e si emozionano, soprattutto i portatori di diverse disabilità, con i quali ho avuto un impatto personale fortissimo perché abbiamo lavorato sull’aspetto umano”.

Pensiamoci, dunque, seriamente, all’aspetto pedagogico di quest’arte, che non serve unicamente per conoscere il mondo, ma anche per svelare i nostri pensieri più segreti, le nostre paure, il lato oscuro della nostra mente, fornendo una nuova chiave di comunicazione con gli altri.

Per consultare la galleria fotografica della conferenza, cliccare qui.

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