1 Giugno 2017

Nel 2016 in Italia sono nati 100mila bambini in meno rispetto al 2008, la crisi incide

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(ADNKRONOS) Nel 2008 le nascite erano state circa 576mila, mentre nel 2016 appena 474mila. Il numero medio di figli per donna è sceso da 1,46 nel 2010 a 1,35 nel 2015 (dati Istat). Di crisi della natalità e di sicurezza del percorso nascita si è parlato al Congresso della Società italiana di pediatria (Sip) in corso a Napoli, nell’ambito della tavola rotonda “Nascere oggi in Italia”.

Nel 2016 in Italia sono nati 100mila bambini in meno rispetto al 2008, la crisi incide. “La diminuzione della natalità è determinata da molti fattori, ma le considerazioni economiche legate all’aumento della povertà e alla disoccupazione giovanile hanno indubbiamente un ruolo importante”, spiega Mario De Curtis, ordinario di Pediatria della Sapienza università di Roma e direttore Uoc Neonatologia e Terapia intensiva neonatale del Policlinico Umberto I. “Abbiamo osservato una riduzione dell’8% del total fertility rate, il tasso di fecondità generale calcolato su donne in età fertile, dal 2011 al 2015. Nello stesso periodo il tasso di disoccupazione è passato dal 7% al 13%”, aggiunge Carla Guerriero, del Centro per gli studi in economia e finanze (Csef) dell’università Federico II di Napoli, autrice di una relazione insieme a Annalisa Scognamiglio, sempre del Csef.

Si conferma l’aumento dell’età delle donne al parto: oggi più di un terzo ha il primo figlio a un’età media di 35 anni e più dell’8% a 40 o oltre. “Dobbiamo interrogarci su questi dati: chiederci ad esempio se è sufficientemente noto, tra la popolazione, che la donna raggiunge il picco massimo di fertilità tra i 18 e i 28 anni e che dopo i 35 anni la capacità riproduttiva declina irrimediabilmente”, precisa il presidente Sip, Alberto Villani. “Dobbiamo chiederci se abbiamo investito abbastanza in campagne per una maternità cosciente in cui viene detto chiaramente che esiste un’età in cui la donna è fertile. Oltre a questo – continua – servono anche concreti aiuti alle donne perché possano sentirsi sicure, protette e felici di divenire madri, serve soprattutto un cambiamento culturale che valorizzi la maternità nella nostra società: chi ha figli non deve sentirsi penalizzata nella vita e nel lavoro”.

In Italia – indicano i dati – i tassi di mortalità infantile sono tra i più bassi al mondo, ma “l’età avanzata delle donne al parto, associata all’aumento del ricorso a tecniche di riproduzione medicalmente assistita – spiega ancora De Curtis – ha portato a un aumento delle gravidanze multiple e delle nascite pretermine (prima di 37 settimane di gestazione) che spesso possono associarsi a complicanze. Un elemento particolarmente preoccupante è rappresentato dal fatto che nelle regioni meridionali la mortalità infantile continua a essere del 30% più elevata rispetto al centro nord. Ugualmente, la mortalità dei bambini stranieri nel primo anno di vita è più alta (4,3 per mille) rispetto a quella dei bambini italiani (2,9 per mille). E’ estremamente importante migliorare l’organizzazione e l’assistenza perinatale nelle regioni meridionali del nostro Paese e dare una maggiore attenzione alla cura delle donne immigrate in gravidanza”.

A ciò si aggiunge il perdurare di piccole maternità poco sicure. A 7 anni dall’Accordo Stato-Regioni che ha previsto la progressiva razionalizzazione e riduzione dei piccoli punti nascita, sono ancora 118 le piccole maternità aperte sul territorio nazionale. Corrispondono al 24% del totale (Piano nazionale Esiti 2016). “Di queste, sono 80 quelle sotto i 500 parti all’anno”, riferisce Serena Battilomo, della Direzione generale Prevenzione sanitaria del ministero della Salute.

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