2 Maggio 2017

Luino, sorprende la chiave moderna dell’Inferno di Dante a più voci con Ottavio Brigandì

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(emmepi) Ancora una volta Dante Alighieri, il sommo poeta, si rivela di una sorprendente modernità, non solo per i suoi tempi, ma anche oggi, ad oltre 500 anni dalla pubblicazione della sua “Divina Commedia”: non a caso è uno degli autori più amati e il suo immortale capolavoro è uno dei testi più letti al mondo. Sabato 29 aprile scorso, presso la Biblioteca Civica di Villa Hussy, Ottavio Brigandì, appassionato studioso della poetica dantesca, ha dedicato al Decimo Canto dell’Inferno la sua conferenza spettacolo, in occasione del VII anniversario di fondazione del gruppo di lettura “Alimenti Letterari”, cui partecipano, oltre a Brigandì, Grazia Chiari, Maurizio Martinolini, Sandro Bisai, Antonietta Carmassi, Maria Stendardo, Ursula Hoppe e Irene Guarnieri.

Luino, conferenza-spettacolo per Dante Alighieri in Villa Hussy. Brigandì: "Finalmente a casa"

Luino, sorprende la chiave moderna dell’Inferno di Dante a più voci con Ottavio Brigandì. “Questa è un’occasione particolarmente cara, perché dopo tante conferenze su Dante, che ha incominciato a far parte della mia formazione personale molti anni or sono, finalmente posso parlarne nella mia città natale: Luino. Per questo motivo ringrazio l’Amministrazione Comunale e in particolare gli Assessori Castelli e Miglio, nonché la responsabile della biblioteca Nadia Fantato e l’aiuto bibliotecario Claudio Mella”. Questo l’incipit dell’intervento di Brigandì, che ha poi spiegato, parola per parola, il significato del testo, il contesto storico, filosofico, politico e geografico che accompagnano quei 130 versi dedicati al personaggio di Farinata degli Uberti, collocato nel VI cerchio dell’Inferno. Qui si trovano gli eretici, che si sono macchiati di un peccato verso il quale, nel Medioevo, era puntata la massima attenzione, perché “sostenitori di verità di Fede non ortodosse”. Canto Decimo, dunque, nel quale Dante e Virgilio procedono, diversamente dalla consuetudine, verso destra, attraverso i sepolcri, più o meno arroventati a seconda dell’eresia, nei quali, secondo la legge del contrappasso, si trovano a bruciare le anime di coloro che, colpevoli di essere laici, atei, agnostici, a causa della loro miscredenza sono destinati anche ad una grande sofferenza psicologica.

L’incontro tra il Poeta e Farinata, il nobile ghibellino vissuto a Firenze nel XIII secolo, è occasione per rivivere la tragica contesa tra Guelfi (sostenitori del Papa) e Ghibellini (sostenitori dell’Imperatore); accennare alla battaglia di Montaperti e al destino di Firenze; ricordare il destino parallelo di Farinata e Dante (Guelfo di parte bianca), condannati entrambi all’esilio, con conseguenze nefaste per mogli e figli. Grande è l’ammirazione che Dante prova per lo sfortunato ghibellino, per aver affrontato il nemico “a viso aperto”, cioè a visiera dell’elmo alzata, che viene però collocato all’Inferno perché epicureo. In questo scenario, che Brigandì ha definito “straordinario dal punto di vista teatrale”, si inserisce un personaggio che irrompe in scena inaspettatamente, chiedendo a Dante del proprio figlio Guido. Si tratta di Cavalcante de’ Cavalcanti, padre di quel Guido Cavalcanti, primo fra gli amici dell’Alighieri, che però, in qualità di Priore di Firenze, aveva deciso di condannare all’esilio, in seguito a nuovi scontri tra le fazioni bianca e nera dei Guelfi. Accorata richiesta del padre di sapere se il proprio figlio sia vivo o morto, utilizzando un accorgimento scenico da teatro greco, alla quale il “Dante personaggio” non risponde, ma che il “Dante Poeta” spiega al termine del canto, parlando dei limiti nella preveggenza dei dannati, definendoli come presbiti: vedono bene solo il futuro, ma più si avvicinano al presente più perdono in chiarezza. Ecco il motivo per cui Cavalcante non sa che Guido è ancora vivo.

Proprio questa figura di padre “dall’anima materna” ha permesso a Brigandì di spiegare in che cosa consista la modernità di Dante rispetto all’uso della lingua e la differenza di punteggiatura utilizzata dai vari editori della Commedia rispetto al testo filologico, che ne era totalmente privo. Nelle quattro versioni più note, gli editori utilizzano una punteggiatura che porta il lettore ad interpretare le parole di Cavalcante con un sentimento di sospensione, oppure di sorpresa, sgomento e disperazione; nell’ “800 invece il testo si legge con un accento di fretta e precipitazione; l’editore moderno infine preferisce dare una connotazione di sorpresa sgradita. “Allora, il testo medievale, nonostante la nostra scienza e le nostre capacità, è superiore a qualunque trascrizione. Editando un testo scegliamo un sentimento, mentre quello originale li contiene tutti e ogni lettore, a seconda di come si sente e che cosa capisce, decide quale sentimento prova. Ciò è altamente teatrale, perché chi recita, sceglierà un solo sentimento, quello che gli è più congeniale in quel momento”.

Al termine della dotta conferenza il gruppo di lettura “Alimenti Letterari”, con l’accompagnamento musicale di Claudio Mella, per la scenografia di Silvano Brambini, Sonia Pieressa alla sartoria e con la regia dello stesso Ottavio Brigandì, ha dato vita ad un’intensa rappresentazione scenica del X Canto. “Una messa in scena che assomiglia ad una sacra rappresentazione, perché come Dante ha messo in scena l’ironia tragica, così nei Vangeli gli Ebrei che, la domenica delle Palme festeggiano l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, cinque giorni dopo lo mettono in Croce”. È stato un rincorrersi di voci nella penombra, che hanno dato tridimensionalità al testo, permettendo anche al pubblico, in piedi di fronte all’arca simbolo dei sepolcri del VI cerchio, di calarsi negli Inferi, per condividere il drammatico viaggio del Poeta, che, come ogni lettore, è a conoscenza di cose che i dannati non sanno, perciò ulteriore strumento di pena per i suoi infelici personaggi.

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