16 Febbraio 2017

25 anni fa iniziava “Mani Pulite” con l’arresto di Mario Chiesa

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Lunedì 17 febbraio 1992: poco dopo le 17.30, nel suo ufficio al Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa viene arrestato per concussione per una tangente da 14 milioni che gli era stata appena consegnata da un giovane imprenditore, Luca Magni, che aveva messo a punto l’operazione per “incastrare” Chiesa con l’allora sostituto procuratore a Milano, Antonio Di Pietro e il capitano dei carabinieri Roberto Zuliani. Si apre così quello che, il giorno dopo, viene battezzato come il caso Chiesa, ma che presto diventa il caso tangenti e, subito dopo Mani pulite, la più clamorosa inchiesta giudiziaria italiana.

25 anni fa iniziava “Mani Pulite” con l’arresto di Mario Chiesa. E’ realmente finita? Ma, iniziata il 17 febbraio 1992, è solo nel 1993 che Mani pulite conosce la sua massima espansione, mentre la Prima Repubblica cade sotto i colpi degli avvisi di garanzia, la mafia torna ad alzare il tiro a suon di stragi e attentati, l’economia del Paese subisce un vero e proprio tracollo e ben 70 Procure italiane avviano filoni sulla corruzione nella pubblica amministrazione sviluppando procedimenti a carico di 12mila persone. Nella cittadella giudiziaria milanese le indagini alzano il tiro sul sistema delle imprese e sulla politica.

Nessuno sembra essere risparmiato: dopo il “sistema Milano” e i provvedimenti presi a carico dei vertici di Psi e Dc, che hanno “dominato” il 1992, a partire dal 1993 le inchieste coinvolgono un po’ tutti, dal Pci-Pds alla Lega e, tra i colossi dell’economia, la Fiat, l’Eni, l’Enel, l’Olivetti, la Montedison, e per la prima volta anche il gruppo Fininvest. Alla fine, niente sarà più come prima, soprattutto tra i partiti, i primi a cadere sotto i colpi giudiziari.

Il 1993 si apre con il primo “no” del Parlamento alla Procura di Milano e ad Antonio Di Pietro: con 180 voti contrari, il 13 gennaio la Camera respinge l’autorizzazione a procedere richiesta per Giancarlo Borra, deputato democristiano di Bergamo, finito nelle maglie di Tangentopoli e divenuto, a Montecitorio, il “caso” sul quale provare le forze in vista di ben altro dibattito parlamentare, quello per l’autorizzazione a procedere richiesta, in 122 pagine di accuse, nei confronti del leader socialista Bettino Craxi , raggiunto da un avviso di garanzia nel dicembre del 1992.

Ed è proprio il segretario nazionale del “garofano” a sferzare i colleghi parlamentari con un acceso discorso alla Camera il 24 gennaio, nel quale denuncia “un gioco al massacro in piena regola” per il quale lancia la proposta che a lungo ha diviso la giustizia dalla politica: una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle inchieste milanesi, soprattutto capace di far luce sui finanziamenti registrati dalla politica, se possibile, negli ultimi vent’anni. La proposta cade nel vuoto mentre le inchieste procedono. Il 29 gennaio, insieme ad una nuova raffica di avvisi di garanzia relativi al filone dell’energia, viene perquisita la segreteria amministrativa nazionale del Psi, in via Tomacelli a Roma. Craxi parla di “golpe”. Ma per lui è l’inizio della fine: il 9 febbraio lascia la segreteria del partito che, per circa tre mesi, sarà retta dall’ex segretario della Uil Giorgio Benvenuto, e che poi sarà sostituito da Ottaviano Del Turco.

Bettino Craxi non è che il primo dei segretari nazionali del pentapartito a “lasciare” la loro direzione in seguito alle inchieste milanesi. Il 25 febbraio tocca a Giorgio La Malfa: accusato di un finanziamento illecito, il politico lascia la segreteria nazionale del partito repubblicano. Pochi giorni dopo è Ciriaco De Mita, già segretario nazionale della Dc, a lasciare la presidenza della Commissione bicamerale per le riforme, in seguito all’inchiesta scandalo sulla ricostruzione dell’Irpinia che ha coinvolto il fratello Michele. Nemmeno due settimane dopo Renato Altissimo si dimette dalla segreteria del partito liberale. La fine di marzo segna la fine della segreteria del Psdi per Carlo Vizzini. A giugno si scioglie la Dc: il 22 di quel mese il leader del movimento referendario Mario Segni abbandona Piazza del Gesù. Il giorno dopo, il segretario Mino Martinazzoli decreta la fine del biancofiore.

La geografia dei partiti italiani va in mille pezzi. E la politica cerca di riorganizzarsi, a cominciare da qualche riforma tesa ad affrontare il capitolo della corruzione, e che rappresenta il tentativo di aprire un dialogo con la magistratura. Nel 1993, infatti, vengono approvate tre misure legislative significative “dei tempi”. La legge Merloni, prima di tutto, tesa a riorganizzare l’immensa materia degli appalti in base a regole più trasparenti e che prevede la cancellazione dall’albo dei costruttori per i corrotti. C’è poi la riforma avviata nella pubblica amministrazione che stabilisce standard quantitativi e qualitativi di comportamento amministrativo, avvia l’autocertificazione, cancella di colpo una serie di comitati interministeriali, ben settanta organismi collegiali e il ministero della Marina Mercantile.

Ma la vera rivoluzione arriva con la riforma dell’articolo 68 della Costituzione che regola le garanzie degli eletti. La riforma dell’articolo 68 della Costituzione viene varata a stragrande maggioranza dalla Camera il 12 ottobre 1993 con 525 sì, 5 no e un solo astenuto, dopo che solo nell’anno precedente, il 1992, alle Camere erano pervenute qualcosa come 619 richieste di autorizzazioni a procedere. Scompare così il divieto di indagare sui parlamentari a meno che le Camere stesse non abbiano dato il loro consenso. L’autorizzazione a procedere resta solo per l’arresto “salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna”, o se il parlamentare in questione “sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza”. L’autorizzazione resta necessaria, inoltre, per poter svolgere perquisizioni personali e domiciliari, e per intercettare, in qualsiasi forma, conversazioni, comunicazioni o corrispondenza riferita ad un parlamentare. Ma che la politica fosse pronta a rinunciare ad un suo importante beneficio, lo si era capito già nell’estate precedente quando, ai primi d’agosto, chiamata a decidere su altre quattro richieste di autorizzazioni a procedere inviate dalla Procura di Milano nei confronti di Bettino Craxi, e nonostante l’accesa difesa dell’ex segretario socialista, l’assemblea, a maggioranza, aveva deciso per il ‘si’, abbandonando sostanzialmente il leader socialista al suo destino.

Mentre le inchieste procedono contro grandi imprese e politici eccellenti, l’economia nazionale è sull’orlo del baratro. Un indice per tutti è il valore della lira che si sgretola lentamente, ma costantemente, fino a perdere un 25 per cento in meno rispetto alla svalutazione registrata nel settembre 1992. Nel frattempo, le indagini si allargarono oltre i confini della politica e nell’autunno del 1993 viene arrestato il giudice milanese Diego Curtò. Qualche mese dopo e una nuova ondata di arresti parte dalla cittadella giudiziaria milanese rivolta, questa volta, verso le forze dell’ordine: il 21 aprile 1994, 80 uomini della Guardia di Finanza e 300 personalità dell’industria furono accusate di corruzione.

A giugno si scopre che nell’inchiesta delle cosidette “Fiamme sporche” è coinvolta anche la Fininvest. Alcuni giorni dopo, un manager della Fiat ammise la corruzione con una lettera ad un giornale. Ad ottobre l’allora ministro Biondi fa partire la prima ispezione contro i giudici, ma per gli ispettori, dopo lunghi interrogatori, le inchieste del pool sono tutte corrette. A novembre gli inquirenti trovano una prova importante perquisendo l’abitazione di uno dei legali di Fininvest ed ex ufficiale della Gdf, Massimo Maria Berruti: si tratta della prova, secondo il pool, che Berlusconi avrebbe ordinato di inquinare le prove sulla corruzione Fininvest.

Il 21 novembre del 1994, su ordine del procuratore capo Francesco Saverio Borrelli, i carabinieri notificano per telefono a Berlusconi l’invito a comparire e gli comunicano due dei tre capi d’imputazione a lui attribuiti. La notizia viene rivelata in esclusiva l’indomani dal ‘Corriere della Sera’ e il Cavaliere accusa i magistrati di aver violato il segreto istruttorio, passando la notizia al giornale. Le indagini della procura di Brescia vedranno i magistrati prosciolti dall’accusa di violazione del segreto e le accuse di Berlusconi vengono presto archiviate. Il 23 novembre, l’assicuratore Giancarlo Gorrini, si reca al ministero della Giustizia e denuncia Di Pietro: lo avrebbe ricattato e avrebbe preteso una lunga lista di favori: un prestito di 100 milioni senza interessi, una Mercedes, l’affidamento alla moglie, l’avvocato Susanna Mazzoleni, di tutte le cause della sua compagnia, l’accollo di tutti i debiti contratti alle corse dei cavalli da Eleuterio Rea. Il giorno dopo, Biondi avvia un’inchiesta parallela sul magistrato. Il giudice De Biasi è incaricato di condurre l’inchiesta.

Il 26 novembre, Di Pietro viene avvertito che al ministero gli stanno preparando una “polpetta avvelenata”. Dopo essersi consultato con i colleghi del pool, decide di redigere una memoria da inviare al Csm. Poi cambia idea e il 6 dicembre, dopo l’ultima requisitoria per il processo Enimont, si toglie la toga e si dimette dalla magistratura con una lettera accorata: “Me ne vado in punta di piedi con la morte nel cuore“. E’ la fine di Mani pulite. (ADNKRONOS)

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