26 Gennaio 2017

Neve e terremoto, “La terra è madre di saperi e progettualità”

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(Diego Intraina) Di parole in questi giorni, dopo le tragedie del terremoto nel Centro Italia e della slavina sull’Hotel Rigopiano, ne sono state dette tante. Questa di Diego Intraina è un’analisi che approfondisce i temi legati alla geologia e quello che essa, come scienza, potrebbe fare tra ideologia, pragmatismo ed etica. Solo qualche giorno fa, sull’argomento, avevamo pubblicato un articolo del geologo luinese Amedeo Dordi.

Le operazioni di soccorso dei Vigili del Fuoco verso l'hotel Rigopiano

Neve e terremoto, “La terra è madre di saperi e progettualità”. Ho letto con attenzione i due articoli del geologo e amico Amedeo Dordi e non posso fare altro che condividere le sue considerazioni e ringraziarlo per la sua generosità professionale (che non è da tutti). Se condividere vuol dire cercare d’interpretare e supportare le preoccupazioni espresse empaticamente, sempre che sia possibile, viene in altrettanto modo richiesto di doverle “rincuorare” proponendo delle soluzioni. È con questo spirito che cercherò d’affrontare questi disagi amministrativi di non facile comprensione tra la politica, gli ambienti scientifici e la loro interdisciplinarietà. Parto dicendo subito che non è un comportamento assegnabile esclusivamente a questo ambito specifico trattato negli articoli di Amedeo, ma è purtroppo generalizzabile in tutti gli studi dove la complessità è la condizione sovrana.

La difficoltà di mettere a sistema, o di procedere in modo olistico negli studi dove è richiesta una pluridisciplinarità, è proprio una difficoltà d’approccio culturale che ci portiamo da molti anni (secoli) sulle spalle: una difficoltà ad operare con interventi integrati in grado di sfruttare e governare i punti di forza delle diverse discipline. Non restano pertanto immuni gli studi geologici. Essi subiscono, ripeto non differentemente da molti altri, un “isolamento” scientifico, un operare spacchettato imposto da una scarsa relazione tra i diversi campi scientifici. Questi studi vengono troppo spesso limitati all’unico compito d’individuare zone da sottoporre a vincolo (pericoli naturali, aree di protezione delle sorgenti, luoghi di estrazione ecc.), oltre che alla prescrizione di comportamenti (istruzioni d’uso nel caso di costruzioni, vedi problema terremoto ecc.). Spacchettamento che di fatto, e qui i cassetti svolgono la loro precisa funzione, li separano dal resto dei pensieri pianificatori a cui si assegna ben altro valore patrimoniale.

L’aristotelica triplice composizione della natura, materia, forma e costituzione, invece ci insegna altro: indica già la presenza di un progetto, meglio sarebbe dire di un aspetto, che andrebbe considerato il risultato e l’opportunità di una ragionevole rappresentazione pianificatoria, anzi dovrebbe essere l’ispiratrice, la sostanza (modo di venire alla presenza), l’idea (ciò che si dà a vedere, il visivo), per l’appunto l’idea ispiratrice delle soluzioni pianificate. In sintesi: la Terra è madre di saperi e di progettualità. Una pianificazione olistica, per l’appunto, comporta che la geologia, come l’ecologia, la botanica, l’urbanistica… e la sociologia vengano trattate nel merito della loro propria re-azione e “naturale” relazione.

La geologia in questa relazione ha un preciso compito: svolgere un ruolo educante dal punto di vista della conoscenza e dei comportamenti. Un compito dello svelare, rendere manifesta l’idea (come abbiamo già detto presente nella terra), in modo da permettere al risultato della pianificazione di governarla con precisi comportamenti, consapevolmente sapendo di dover affrontare e considerare il carattere di motilità proprio di quella specifica e irripetibile realtà.

Se questo succedesse non ci sarebbero bisogno più di cassetti, visto che il risultato pubblicato (piano di governo del territorio) sarebbe la rappresentazione dell’idea stessa. Elaborazione congiunta dei diversi ambiti presenti allo studio e, dunque, di fatto una loro unitaria elaborazione e rappresentazione di un condiviso sapere di conoscenze (capacità di riconoscere le presenze), affiancate dal buon senso della ragione (valori etici e morali) per la loro trasformazione.

La geologia, oppure scienza della terra, qualora la si considerasse non più o solamente come una disciplina restrittiva, indicante vincoli territoriali e criteri comportamentali, e gli si permettesse di percorrere il sentiero olistico dell’appropriato e del senso (fenomeno prevalentemente condiviso e giustificante elaborato in ambito comunitario), si trasformerebbe in un consigliere sapienziale, in un sapere offerente pieno di possibilità e opportunità di cura e di custodia del creato. Così, la scienza della terra, per evitare di farla entrare e rimanere nei cassetti, deve essere aiutata (parlando delle sue potenzialità di svelatezza e opportunità di benessere), ad essere valutata e considerata parte sensibile, sostanziale, di un sistemico percorso olistico del sapere (in questo caso di gestione/custodia territoriale) in modo che possa concorrere a rappresentare, con pari ruolo e nell’atto stesso della rappresentazione, quel senso portatore di modelli di custodia e di cura conservati nei “sentieri interrotti” (ambiti esistenziali e culturali) dell’umanità.

Chiudo questa mia sintetica riflessione confidando in questa voglia di (ri)percorrere e ricucire i sentieri, nella speranza di ritrovare, in un fresco mattino, una radura illuminata capace ancora di meravigliare svelandoci l’autenticità delle cose. Allora, solo allora, potremo cercare d’immaginare un tempo del riposo adatto a far rigenerare il nostro unico compito di custodi.

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