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22 Gennaio 2017

Maccagno, “Wallah – Te lo giuro”: storie di migrazioni inseguendo un sogno

Tempo medio di lettura: 4 minuti

(emmepi) Questa è la storia di un viaggio, anzi: del sogno che spinge 7 milioni di persone a spostarsi dall’Africa Subsahariana Occidentale verso la Libia, lungo una rotta migratoria che, passando dal Niger, impone una scelta obbligata e fatale: la destinazione Europa/Lampedusa/Italia.

Maccagno, "Wallah - Te lo giuro": storie di migrazioni inseguendo un sogno

Maccagno, “Wallah – Te lo giuro”: storie di migrazioni inseguendo un sogno. Questo il tema trattato venerdì, nell’ambito dell’iniziativa che ha visto la proiezione del film-documentario “Wallah – Je Te Jure” del regista bustocco Marcello Merletto, presso l’Auditorium comunale di Maccagno. La serata, patrocinata dal comune, a cui hanno aderito numerose associazioni del territorio tra cui AISU, la Croce Rossa, gli Amici del Liceo di Luino, la Banca del Tempo, l’Associazione Aurora, l’Associazione No Violenza Donna e i Costruttori di Pace, è stata moderata dal giornalista Agostino Nicolò, de “Lo Stivale Pensante”, il quale, dopo una breve introduzione del sindaco Fabio Passera, è entrato subito nel vivo dell’argomento.

Che cosa spinge queste persone a tentare la sorte verso l’Europa senza nemmeno sapere esattamente a che cosa vanno incontro, lasciando una famiglia che forse non rivedranno mai più? Il regista Merletto è andato sul posto ad intervistare uomini e donne del Senegal, Gambia, Guinea, Camerun e Togo, per raccontare la storia di chi decide di partire perché non ha alternativa alla miseria, ma anche per raccontare quella di chi è rimasto: padri, madri, giovani donne con numerosi figli in tenera età, alle quali spesso viene comunicato che il proprio uomo non tornerà, perché il suo corpo galleggia nel canale di Sicilia.

È la storia di chi ha perso il proprio negozietto a causa della costruzione di una nuova strada, ma anche di chi è tornato a casa e ha fatto nascere una nuova attività commerciale. “Ero affascinato dalla possibilità di andare a vedere con i miei occhi come funzionava ciò che non vediamo. Mi mancava tutto l’altro sguardo sulle motivazioni, sul perché si parte, che cosa c’è di vero su quello che sentiamo”. Ha raccontato il regista, presente in sala. Così è nato questo film, prodotto dall’OIM (Organizzazione Internazionale Migrazioni), finanziato con fondi europei e co-finanziato dal ministero dell’Interno italiano, che ha visto Marcello Merletto, con Elisabetta Jankovic e Giacomo Zandonini, partire per il Niger e il Senegal.

Il Niger (considerato zona rossa, pericolosa, dalla Farnesina) del ghetto di Agadez, località in cui arrivano tutti i migranti dell’Africa Occidentale: “quattro mura di terra e una casetta dove i ragazzi e le ragazze pagano per avere un pasto al giorno e ospitalità per dormire. Noi avevamo ben presente l’idea di ricordarci con esattezza i loro volti, perché avevamo la consapevolezza che di lì a qualche mese non tutti sarebbero stati ancora vivi”. Agadez punto di partenza verso l’Algeria e la Libia, porta aperta verso l’inferno del deserto: 300 mila Fr per un passaggio verso Tripoli; 28 persone stipate su ogni pick-up in marcia, soffrendo fame e sete, subendo violenze e attraversando posti di blocco ogni 2 km, con la richiesta di soldi, altrimenti si viene abbandonati nel deserto, perché “la migrazione ha rimpiazzato il turismo che non c’è più”, come ha spiegato l’autista di uno dei tanti automezzi che ogni lunedì trasportano “illegalmente” circa 2500 persone fino ai confini libici scortati dall’esercito.

Eppure, una volta, tanti migranti puntavano alla Libia con lo scopo di lavorarci per un certo periodo e poi tornare a casa. “Oggi purtroppo le condizioni libiche non consentono più di fermarsi e, paradossalmente, tornare indietro appare più complicato che attraversare il mare”. Qui i migranti vengono imprigionati, picchiati, costretti a lavorare come schiavi, catturati e torturati affinché la famiglia d’origine paghi un riscatto. A questo punto non resta che la scelta estrema: salire su un barcone, spesso solo un canotto gonfiabile, sottoponendosi ad una sorta di lotteria o di atroce roulette russa, nella speranza di arrivare a Lampedusa, primo lembo d’Europa. “È stato Dio che dal Niger mi ha portato qui (Libia). È stato Dio che da qui mi ha portato a Lampedusa. Se muoio in Niger, in Libia, in Italia che cambia? È Dio che ha la mappa già tracciata e decide dove devo morire”.

Questa l’incrollabile speranza, mista ad una forte dose di fatalismo, che impedisce di guardare con più cognizione di causa ciò che sta accadendo. Intanto al villaggio le donne, come tante nuove Penelope il cui Ulisse, però, non tornerà, continuano la loro vita di fatica e di miseria, con i figli da allattare e da crescere, nutrendosi con il desiderio di “vedere persone bianche, sposare persone bianche, avere dei bambini con persone bianche”. Così racconta François, senegalese, 28 anni, perché “alla televisione ho visto che i bianchi stanno bene”. “Wallah je te Jure”, te lo giuro, ripetono spesso tutti i migranti intervistati da Marcello Merletto, anche quelli traditi da un’Italia che è ben diversa da quella favoleggiata nei racconti o che appare in TV.

Ecco, dunque, il vero scopo di questo progetto, che, oltre a varie tappe italiane, europee e alla proiezione speciale tenuta lo scorso dicembre presso il quartiere generale delle Nazioni Unite a New York, è stato proiettato anche al centro di Agadez, di fronte ad oltre 350 migranti: “Informare, spiegare a chi ha il desiderio di partire quali sono i rischi, i problemi, le esperienze che potrebbe incontrare sul percorso. Abbiamo incontrato ragazzi che non avevano nemmeno ben presente geograficamente dove si trovavano, che non avevano idea del lungo e pericoloso viaggio nel deserto, dove si muore quasi come in mare”.

Alla serata, oltre ad un attento e numeroso pubblico, erano presenti anche gli amministratori del comune di Maccagno con Pino e Veddasca, dirigenti ed educatori della cooperativa Agrisol (braccio operativo della diocesi di Como) che gestisce la presenza dei richiedenti asilo sul nostro territorio, alcuni migranti, gli assessori Alessandra Miglio e Piermarcello Castelli del comune di Luino.

Gli interventi sul palco di Manola Scodeggio, delegata di Area 3 della CRI di Luino e di Don Sergio Zambenetti, Prevosto di Luino, hanno sottolineato l’esigenza di conoscere di più, mettendosi in gioco e vivendo il volontariato con grande disponibilità, come momento significativo di condivisione e di solidarietà, “per aiutare a comprendere in modo diverso questa realtà dei migranti”.

Numerosi gli interventi del pubblico, tra i quali quello di Diego Intraina, il quale ha auspicato una progettualità che vada oltre agli interventi di emergenza, perché la presenza di richiedenti asilo sul territorio diventi una reale opportunità di crescita per tutta la comunità.

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