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27 Novembre 2016

L’avvocato Luciano Belli Paci e le ragioni a sostegno del “No” al Referendum

Tempo medio di lettura: 7 minuti

(Di Luca Clara) Nell’ambito del Referendum costituzionale, che chiamerà gli italiani a modificare o meno il testo della costituzione il 4 dicembre, proviamo a fare chiarezza, mettendo a confronto le voci dei due opposti schieramenti. La settimana scorsa a sostegno delle ragioni del “Si” la professoressa ordinaria di Diritto costituzionale nell’Università degli Studi di Milano Marilisa D’Amico, oggi a sostegno delle ragioni del “No” l’avvocato Luciano Belli Paci, appartenente al comitato per il “No”.

L'avvocato Luciano Belli Paci e le ragioni a sostegno del "No" al Referendum

Referendum: l’avvocato Luciano Belli Paci e le ragioni a sostegno del “No”. Avrà luogo il 4 dicembre il referendum costituzionale, che porterà gli italiani a recarsi alle urne per esprimere la propria posizione. Quel giorno i cittadini saranno chiamati a decidere se apportare modifiche alla Costituzione, o mantenerla nel suo testo attualmente vigente. Qualora fosse approvata, la Riforma oggetto del quesito referendario avrebbe un impatto significativo sull’organizzazione dello Stato, ed in particolare sul potere legislativo, poiché esso verrebbe per buona parte affidato ad un solo organo, la Camera dei Deputati, con conseguenze di rilievo in termini di rappresentatività ed efficienza. Gli elettori saranno chiamati a dare definitiva approvazione ad una legge predisposta dal Parlamento e in esso approvata senza la maggioranza qualificata dei due terzi. L’esito di questo Referendum prescinde dal quorum, ossia si procede al conteggio dei voti validamente espressi indipendentemente se abbia partecipato o meno alla consultazione la maggioranza degli aventi diritto.

Cominciamo subito con la domanda più importante: perché il no a questa riforma?

Il no ha molte ragioni, che richiederebbero molto tempo per essere illustrate. Cercando di sintetizzare, il primo punto è che riteniamo sbagliato che questo genere di riforme vengano effettuate a colpi di maggioranze, peggio ancora – come in questo caso – su iniziativa del governo. Questo non per una ragione di bon ton, ma perché questo modo di agire conduce ad una spirale, per cui una nuova maggioranza che arriva avrà la legge elettorale su misura per lei da portare e la riforma costituzionale che corrisponde alla sua visione delle cose. Dopo due o tre passaggi di questo tipo non esisterà più la costituzione in questo paese, cioè non esisterà più una carta fondamentale nella quale tutti si riconoscono, ma vi sarà una costituzione identificata con una parte e nella quale gli altri non si riconosceranno più. Questo mina alle basi la convivenza democratica. Questa è la prima ragione, di metodo se vogliamo, che ci induce a dire di no. Vi è una seconda ragione molto importante: la campagna ansiogena che ha creato il comitato del sì – sono trent’anni che attendiamo, non si può aspettare altri trent’anni per fare questa riforma – si basa su un presupposto falso, e cioè che questa riforma sia indispensabile per risolvere i problemi del paese. In realtà nessuno dei problemi veri del nostro paese deriva da difetti della nostra costituzione, non perché non esistano difetti nella nostra costituzione, ma perché non è con questo genere di riforma che quei problemi, che pure ci sono e sono molti e gravi, si risolvono.

Come si potrebbero risolvere secondo lei?

Si risolverebbero attuando la costituzione che per tutta la prima parte richiede ancora di essere attuata: di questo purtroppo non si parla, mentre se ne dovrebbe parlare. La riforma costituzionale, in particolare, non risolve i problemi che i sostenitori del sì affermano di voler curare. Dicono che c’è necessità di semplificare, nello specifico di semplificare l’ordinamento legislativo, il funzionamento del potere legislativo: la riforma del Senato, che poi è il cuore della proposta Boschi, significa fare più velocemente le leggi. Ma in Italia abbiamo esattamente il problema opposto, cioè nei decenni abbiamo prodotto – nonostante il bicameralismo perfetto che ci caratterizza e che è abbastanza originale, anche se non è vero che siamo unici al mondo perché negli Stati Uniti le leggi vengono fatte nello stesso modo – un numero spropositato di leggi, un numero ormai incalcolabile, che cambiano vorticosamente e che producono un’incertezza del diritto e delle conseguenze perniciose. Alcuni dei problemi strutturali che abbiamo in Italia, e dai quali dipende un nostro svantaggio competitivo rispetto ad altri paesi, sono per esempio i milioni di processi pendenti che derivano, non del tutto ma in buona parte, dall’incertezza del diritto creata da questa congerie di norme che si sono stratificate nei decenni. La corruzione che purtroppo vede l’Italia ai vertici delle classifiche dei paesi sviluppati è un altro fattore che è senz’altro favorito da questa incertezza, da questa confusione normativa, per cui il cittadino non sa più neanche bene quali siano i suoi diritti, li scambia per favori e va a chiederli a qualcuno. E la corruzione trova terreno fertile.

Una semplificazione quindi sarebbe utile…

Paradossalmente sarebbe utile, ovviamente è una battuta, una terza camera, anziché ridurre i poteri della seconda. Cioè avremmo bisogno di produrre poche leggi ben meditate e ponderate. Infatti se si vanno a vedere i lavori all’assemblea costituente, la funzione del Senato è proprio la ponderazione, il rallentamento del processo legislativo. Avremmo bisogno di poche leggi, ben concepite, organiche, che trattino tutta una materia, che aboliscano in maniera esplicita le leggi precedenti e che siano stabili nel tempo, perché è soltanto la stabilità nel tempo delle norme che consente al cittadino di conoscerle e di adeguarvisi spontaneamente, senza il bisogno dei carabinieri che lo inseguono. Quindi noi questa esigenza di semplificazione legislativa proprio non l’abbiamo, abbiamo la necessità di semplificare molte cose nel nostro paese, ma non il processo legislativo: arrivo a dire che se il cittadino fosse adeguatamente informato, e purtroppo l’informazione non è all’altezza nel nostro paese, davanti alla proposta di produrre ancora più velocemente le leggi dovrebbe reagire con orrore, cioè dovrebbe esserci una reazione tipo film horror – no, per carità non aprite quella porta – perché questo è il male dell’Italia, non il suo bene. Peraltro ritengo che questa semplificazione neppure vi sia, ma sto dicendo se fosse vero quello che promettono con la riforma essa sarebbe da rifiutare perché non è un bisogno del paese, è il contrario di quello che serve. L’altro aspetto che viene presentato come obiettivo di questa riforma è la stabilità dei governi, ma la stabilità dei governi non dipende in alcun modo dall’esistenza del Senato. In tutta la prima repubblica, che fu il periodo in cui vi era la maggiore volatilità dei governi che duravano mediamente meno di un anno, Camera e Senato erano sostanzialmente identici perché essendovi il proporzionale se c’era la maggioranza in un ramo del parlamento c’era anche nell’altro, e se un partito si sfilava in un ramo del parlamento veniva meno anche la maggioranza nell’altro. Quindi la presenza del Senato o meno era irrilevante per la stabilità dei governi. Nella seconda repubblica con sistemi maggioritari si sono creati invece dei problemi. Ma in realtà vi è stato un unico governo che è caduto perché ha perso la maggioranza al Senato – il governo Prodi nel 2008 – che però è caduto non per l’esistenza del Senato ma perché quella è stata la prima legislatura, eletta nel 2006, in cui è stata applicata una legge elettorale incostituzionale, il cosiddetto Porcellum, che aveva l’obiettivo di differenziare significativamente le maggioranze tra Camera e Senato rendendo il parlamento ingovernabile perché il centrodestra, autore del Porcellum, prevedeva di perdere le elezioni. Per cui il problema derivò dalla legge elettorale, non dall’esistenza del Senato. L’esistenza del Senato non è il fattore che determina l’instabilità dei governi nel nostro paese.

Il suo “No” alla riforma costituzionale avrebbe la stessa intensità se il governo non avesse proposto anche la riforma elettorale, l’Italicum? 

Io farei ugualmente campagna per il “No”, perché la “Riforma Boschi” è una pessima riforma. Tutti riconoscono – anche quelli che l’hanno fatta – che è scritta con i piedi, si giustificano dicendo che non potevano fare di meglio a causa di compromessi parlamentari. È una cattiva riforma che crea una sorta di sgorbio, un Senato che non è né carne né pesce, non è il Senato delle autonomie, non è eletto però dai cittadini… Inserire in costituzione un qualcosa di informe, di sconclusionato, è sempre un errore quindi direi comunque di no. Però certamente la legge elettorale è di fondamentale importanza, anzi arrivo a dire che la vera riforma costituzionale è al suo interno, non è nella riforma Boschi. C’è un rapporto inverso tra legge elettorale e riforma costituzionale, nel senso che fisiologicamente la costituzione dovrebbe stare sopra, dettare i principi che leggi ordinarie poi applicano. In questo caso è avvenuto l’opposto, cioè un anno prima – nel 2015 – è stata fatta la legge elettorale, ed è quella che traccia il solco, mentre la riforma Boschi vi adempie, come dire, rende totalmente efficiente il meccanismo che si voleva introdurre con la legge elettorale: eliminando l’elettività del Senato e il voto di fiducia al Senato consente che quella legge elettorale, fatta solo per la Camera, sviluppi tutti i suoi effetti devastanti. La legge elettorale è una riforma costituzionale fatta in maniera eversiva con legge ordinaria, anziché col procedimento previsto dall’articolo 138, che cambia radicalmente la nostra forma di governo: applicando quella legge elettorale combinata con la riforma Boschi non avremo più una democrazia parlamentare, nella quale vi una centralità di Roma e poi il governo dipenderà dalla fiducia che lo stesso parlamento gli dà. Non avremo una repubblica presidenziale, che ha i suoi equilibri interni, delle garanzie apprezzabili, ma avremo un qualcosa di inedito, che non esiste al mondo: un sistema che non è più parlamentare, in cui il governo ha il totale controllo del parlamento, compresa l’agenda del parlamento perché con le leggi a data certa il governo può invadere il parlamento di leggi obbligandolo a lavorare anche di notte per esaminare senz’alcun limite oggettivo le sue proposte.

Un contraltare al potere del governo nella riforma costituzionale però vi sarebbe: la limitazione alla decretazione d’urgenza che è stata utilizzata in modo senz’altro eccessivo dai governi negli ultimi decenni…

Lo presentano come contraltare, ma anche questo fa parte della disinformazione. L’abuso della decretazione d’urgenza, che è un enorme problema, è appunto un abuso. Di abusi purtroppo è pieno il mondo, vi sono leggi che vietano l’omicidio e il furto, ma vi sono migliaia di omicidi e forse milioni di furti. L’abuso è da condannare e la legge lo vieta, nel senso che nella nostra costituzione per i decreti legge vi sono paletti chiarissimi: sono consentiti soltanto in casi straordinari di necessità e urgenza, dopodiché se i presidenti della repubblica e i presidenti delle camere non hanno fatto rispettare questa regola è un problema di devianza rispetto alla norma. Invece questa riforma prevede leggi a data certa senza limite oggettivo, cioè non la possibilità per il governo di formulare dieci temi che sono fondamentali per la realizzazione del suo programma e su quelli poter mettere questa tagliola, dare un tempo alle camere, ma una possibilità illimitata perché il governo lo può fare per qualunque legge. Mettiamo che vi sia un’opposizione che disturba, che fa la sua opposizione in maniera forte per far capire al paese che le cose che sta facendo il governo sono sbagliate. Il governo può impedire anche questo, perché non essendovi un limite se propone cento leggi a data certa il parlamento non farà in tempo neanche a dormire la notte, i deputati dovranno lavorare continuamente. Quindi dire che il potere dell’esecutivo venga ridotto perché vi è una limitazione della decretazione d’urgenza è quasi paradossale, è come se io vedessi arrivare qualcuno che mi vuole uccidere e gli dicessi: ‘Guardi, perché vuole commettere un omicidio? È vietato dalla legge. Mi suicido io così non si commette nessun reato’. Francamente non mi sembra una buona soluzione.

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