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17 Novembre 2016

Luino, “Quando la passione diventa lavoro”: Giuseppe Buccinnà tra moda e arte

Tempo medio di lettura: 10 minuti

“Non c’era null’altro se non l’apprezzamento estetico verso le cose. Qualsiasi cosa. Questo, pian piano, si è riversato nel mondo dell’arte a 360 gradi, nel compiacimento verso delle bolle d’arte che potevano essere la pittura, la poesia, la scultura, il cinema: tutto ciò che era figurativo”. Queste le parole di Giuseppe Buccinnà, mentre si siede su una poltroncina di un baretto in zona Lima a Milano in cui è solito fare colazione. Lo conosco da sempre Giuseppe e sentirlo parlare della sua passione, ormai diventata un lavoro, è molto affascinante.

“Ogni cosa che apprezzavo, mi trasmetteva qualcosa – continua Giuseppe -. Fino a che non ho cominciato ad avere una percezione dell’integrità della bellezza che pian piano mi ha fatto render conto che in tutto questo esisteva una sorta di filo conduttore. Ciò mi ha fatto pensare che quella fosse la mia idea di bellezza e non ho fatto niente altro che legare a questo filo tutto il resto”. Negli anni abbiamo avuto modo di condividere molte cose sulle rive del lago Maggiore a Luino, dalla passione per il cinema a quella per l’arte, fino all’interesse per l’attualità. Ma ad avvicinarci più di ogni altra cosa la passione per il calcio. Abbiamo giocato per diverso tempo nella stessa squadra e si sa, i componenti di una squadra condividono un po’ tutto, ma in particolare le vittorie e le sconfitte, che nel loro alternarsi, fanno trascorrere il tempo. Ora Giuseppe è un designer di moda e quando ci incontriamo, in casa sua, che è anche il suo ufficio e laboratorio, mi mostra i nuovi capi e mi racconta con quale dovizia li ha creati.

Arrivano i caffè, rigorosamente amari. Così, tra una mia sigaretta e due parole tra noi, inizio a fargli domande per capire cosa c’è dietro il modellista luinese che oggi è arrivato anche ad esporre durante la settimana della moda di Parigi e Milano. Il legame tra moda ed arte, in qualsiasi sua sfaccettatura, è molto labile per Giuseppe, e proprio da qui  nasce un modo innovativo e particolare di vivere e concepire l’universo della moda. “Forse dirti da dove questa passione nasce è la cosa più complessa, dovrei davvero parlarti di tantissime cose. Ho sempre avuto una concezione della bellezza che era la continua ricerca di un qualcosa. Per me il bello dura un attimo, un istante; un qualcosa di puramente estetico che ho capito di poter trovare in tutto ciò che è figurativo. Anche oggi, ma soprattutto in passato, mi capitava di stupirmi del fatto che andassi ricercando delle cose, anche casualmente, e che trovassi in quelle stesse un qualcosa che già sapevo. Che già avevo vissuto, che già avevo affrontato. Da qui l’idea che ciò che mi piace è tutto collegato. Probabilmente quello che faccio e quello che crea interesse in me, è una storia; voglio che questa proceda ed io possa camminare facendo un pezzo più in là”.

Un’idea, la sua, che alterna tratti di complessità ad altri di disarmante semplicità. Ma come questo modo di guardare è nato? Le basi arrivano dai miei studi scientifici negli anni del liceo sfociati in una laurea in ingegneria civile presso il Politecnico di Milano. Il fascino che hanno esercitato da sempre su di lui i numeri, che afferma con decisione di trovare molto belli anche esteticamente. Mi racconta dell’attrazione totale provata per le formulazioni scientifiche forti, che hanno sempre preso nella sua testa la forma di qualcosa di mistico, qualcosa che fosse proiettato più in là, oltre. Il tutto mi dice sia collegato anche ad una certa visione filosofica, che si serve però di un supporto numerico.

Gli torna improvvisamente alla mente il periodo in cui si occupava di ponti, dighe o aeroporti. “Progettare ponti e progettare capi: si rifanno entrambi all’architettura. Nel caso dei capi si parla di una progettazione a stretto contatto con la pelle, legata al corpo. La progettazione del modellista porta a conoscere l’architettura che sta alla base della creazione di un capo, come un capo sta in piedi. E per farlo stare in piedi ci sono delle regole che spesso partono dall’anatomia e che sfruttano per necessità alcune regole della matematica. C’è nelle forme che vado cercando, c’è nel cinema con i tempi di ripresa e c’è in una fotografia. In ognuno di questi tagli, per me esiste una scelta ben precisa. Questa scelta è poi quella che va ad influenzare l’idea estetica che porta alla creazione di una collezione, nella fattispecie quella che ho fatto, quelle che sto facendo e farò da qui in avanti”.

“Era fortissima in me la voglia di passare oltre l’idea di disegnare qualcosa per qualcuno. Fare un cartamodello e vedere che quel cartamodello, una volta tolto dalle mie mani, sfumasse in altro”. D’istinto lo interrompo: “Cambiava?” “Sì. Oltre il cambiare, lo sentivo poco… Su alcune cose io avrei curato ogni singolo dettaglio. Invece a me toccava gestire solo una parte di quel processo e sentivo moncata quel tipo di sperimentazione. Quando mandavo via il modello il mio lavoro era praticamente finito. Un foglio di carta è un foglio di carta. Per quanto possa essere bello, giusto, può avere una valenza o meno, rimane un foglio di carta. Ma quando tu quel foglio lo fai diventare un tessuto o lo metti addosso ad una persona, allora diventa scelta estetica. ‘Voglio comunicare questa cosa e lo metto addosso ad una modella piuttosto che ad un’altra …’oppure scelgo questo tessuto piuttosto che un altro’. Quindi lì diventa prettamente personale la scelta. Una scelta che posso permettermi di fare oggi”.

“Fammi un esempio” gli chiedo allora. La sensazione di rimando è che non aspettasse altro. “Ad esempio – inizia – mi è capitato di scattare una fotografia ad una struttura vicino Yeosu durante un viaggio in Corea del Sud e dalla pellicola era venuta, nello sviluppo, una sorta di alone che ricreava una forma geometrica che lì per lì mi ha ispirato. Ho preso quell’immagine, l’ho pulita di tutto quanto il resto e attorno alle semplici linee rimaste ho costruito il capo. La struttura era nella mia testa, ho preso un qualcosa che era strettamente legato ad altro e che, depurato di tutto il resto, è diventato un capo. Questa è la fase in cui una piccola ispirazione, dà il via a una marea di progetti dove tutto si incastra. Quella percezione di bellezza diventa poi la cosa di cui non è più possibile fare a meno. Diventa quasi ossessione, una mania alla maniera di Kafka. Ad esempio, arrivi al punto di cucinare selezionando gli ingredienti in base a cromie, forme…”. Un ossessione, per l’appunto.

“Mi sembra che ci sia l’intento di rendere reale un’utopia…”. Gli dico. “Ad oggi io – confessa -, lavorando in questa maniera, se mi calo nei miei panni non posso parlarti di utopia, perché la vedo. La vedo come una cosa effettivamente realizzabile. Se venissi portato fuori per un istante dal mio corpo e dalla mia testa, probabilmente potrei capirti”.

Il prospetto del lavoro che sta portando avanti mi sembra altamente culturale, altamente rilevante in questo mondo generalmente legato all’apparenza, al consumismo, al monoteismo del mercato soprattutto nel campo della moda. Come pensi e speri di riuscire a trasmettere ciò che c’è dietro ai capi che crei? La sua risposta è probabilmente la più semplice che potessi immaginare: utilizzando la sua storia, quella personale. Per Giuseppe veicolare in maniera molto forte determinate idee etiche ed estetiche, significa far sì che l’individuo che va a consumare possa sposare prima di tutto l’idea che sta dietro, e poi andare a vedere se quella cosa si ripercuote anche come un piacere estetico di vestibilità degli abiti.

Questo mi riporta immediatamente alla sua etichetta: la sua firma. Gli chiedo quindi se anche questa scelta è legata alla stesse tipologia di discorso, apparendomi come volontà di focalizzare il progetto su di sé, di legarlo alla sua storia. “Sì, è una scelta che vuole in qualche modo veicolare dei messaggi. Sto tentando di rimandare il tutto alla mia persona ed alle mie idee. Rimango dietro al mio movimento, dietro alla mia firma. Mi piacerebbe inoltre che tutto questo possa tenere conto di una vocazione etica, anche nel settore moda. Ho preso come caso di studio l’impronta inquinante dell’industria moda nel mondo e l’impatto è tantissimo. Oggi anche le grandi economie stanno interrogandosi sull’importanza di uno spostamento verso una vocazione sempre più ‘green’, trovo quindi necessario andare in quella direzione e credo che sposare l’uno, l’estetico, con l’altro, l’eco-sostenibilità sia davvero necessario”.

I costi per perseguire questa strada ecosostenibile, però, sono elevati. “Sono consapevole che a livello economico è una scelta che incide tanto e me ne rendo conto ancora di più quando vedo la concorrenza di designer che sono partiti magari da una o due stagioni e decidono di mantenere la produzione fuori dall’Italia per risultare economicamente più appetibili. Questo non può essere lo scopo preminente del mio lavoro. Io voglio essere certo che chiunque lavori con me possa farlo con la certezza del rispetto dei valori di lavoro che ho imparato crescendo e lavorando in realtà di diverso tipo”.

Le angolazioni e le prospettive da cui osservo il progetto che Giuseppe è stato capace di creare sono sempre di più. La cura dei dettagli mi sorprende ma non posso dimenticare che fare impresa significhi molto di più e so che determinati tipi di scelte etiche sono complesse da sostenere e richiedano un impegno elevato. Bisogna fare i conti con quello che realmente è una fase di lavoro. Far passare la passione dall’arte, l’arte dalla passione e inserirlo nel campo lavorativo. “Ho cercato delle persone che potessero aiutarmi nella realizzazione di questo, però ad una condizione essenziale – mi dice -, quella di sposare quanto meno una piccola parte della mia visione. In ciò posso dirmi fortunato: ho trovato chi ha visto in me questo tipo di utopia e hanno deciso di darmi il loro supporto. Sartoria, fornitura di tessuti, accessori per il confezionamento della collezione, ecc… In questo senso posso dire di aver avuto molto più bisogno di persone che di strumenti. Questo era completamente in linea con il mio modo di vedere un buon progetto”.

Così mi racconta in che modo ha strutturato la sua attività imprenditoriale. “Ho fatto un business plan su tre anni. Ovviamente la prima regola nella mia azienda è sempre stata che chiunque lavori o collabori con me, anche solo per una minima parte, debba essere gratificato, oltre che da un punto di vista lavorativo, anche dal punto di vista economico.

Interessante è scoprire anche quando Giuseppe ha deciso di mettersi in proprio, lavorare per sé e provare a realizzare il suo sogno, l’impresa di una vita. “Certamente è un salto nel vuoto. Perché oggi fare impresa, soprattutto quel tipo d’impresa, in Italia, significa non doversi semplicemente legare ad un progetto che sia solo parte creativa. E’ necessario pensare alla parte creativa da inserire in una visione commercialmente valida per dare una futuribilità, necessaria al sostentamento dello stesso. E oggi non c’è nulla di più arduo. E’ difficile creare partendo da un’idea, una sorta di subcultura molto personale, facendo sì che le persone prima di sposare il prodotto che io faccio, possano riconoscersi con tutto ciò che c’è dietro e attorno al mio prodotto. E soprattutto, è complesso rendere l’idea commercialmente valida”

La passione che prova di fronte al suo stesso progetto è palpabile, così come è palpabile durante il suo racconto quanto in salita sia stata la strada che lo ha condotto sino a qui e quanto veda in salita quella ancora da percorrere. “Non vivo con l’idea di realizzare capi finalizzati ai soli corpi, perché non è la cosa che m’interessa; ho dovuto trovare nel mio modus operandi quotidiano, qualcosa di più saldo che mi desse l’idea del risultato da ottenere giorno dopo giorno nell’arco dello sviluppo delle collezioni”. Mi spiega che fare impresa affidandosi ai corpi sarebbe labile. I corpi, infatti, hanno un’evoluzione continua e il suo intento non è di limitarsi a fare moda solo per una certa tipologia di persone. Scegliendo quindi, coraggiosamente, di allontanarsi dall’idea che i consumatori facciano una scelta meramente fisico-estetica, decide di favorire una tipologia di scelta che risulti più globale. Il tentativo che mi racconta è quello di instaurare nel prodotto ma anche in coloro che quel prodotto lo scelgono, l’intuizione che dietro a quel capo ci sia di più. Il suo racconto ha più l’aria di essere una sfida ad esser compreso (a sé stesso, credo aggiungerebbe).

Il bagaglio che il progetto di Giuseppe porta con sé mi sorprende per i suoi risvolti di lucidità. “Sicuramente entrare nel circolo di determinate boutique che esistono al mondo e che sono già riconosciute come veicolo di un certo tipo di moda, è l’obiettivo nel reale e nell’immediato. Perché avere quel tipo di visibilità aiuta. Per far sì che le persone possano trovare un senso in quel che stai dicendo e sposarlo, c’è bisogno che qualcuno dica che tu sei quel che tu realmente credi d’essere. Per esempio il fatto che tu possa essere venuto da un negozio come Antonioli, ti dà un certo tipo di scrematura verso l’alto su quello che sei e che fai. Le persone vedendoti lì dentro capiscono, intuiscono che il tuo prodotto vuole raccontare qualcosa e quindi si interessano. Viceversa non lo farebbero, di certo non con quella stessa naturalezza. Ormai abbiamo la necessità che qualcuno scelga noi, che è un po’ in controtendenza rispetto a quello che vorrei fare io, ma so benissimo che le regole sono queste e quindi non posso che prenderne atto. Cercando di trasmettere a chi acquista, attraverso queste boutique, un’intuizione sul messaggio e la visione alla base delle collezioni che realizzo. Ovviamente per fare ciò, come ti ripeto, c’è bisogno di qualcuno che riconosca nei tuoi capi e nel tuo progetto il valore che tu, percepisci quotidianamente.

Oltre ad aver presentato la collezione a Milano (ndr, Rigpa “consapevolezza”), però, Giuseppe è riuscito ad arrivare a Parigi, vera e proprio capitale della moda mondiale. Certo, i contatti sono fondamentali, ma grazie all’impegno e alla sua determinazione le proposte non sono mancate. “A Parigi, lo scorso anno, ho presentato una collezione in uno showroom; in realtà è stato molto strano poiché non avevo alcun tipo di organizzazione. Tutto è nato dal fatto che, avendo già lavorato nella moda, qualche contatto era già nel mio bagaglio. L’opportunità di esporre lì è nata grazie ad un’amica con la quale ho lavorato qualche anno fa; lei ha contattato alcuni rappresentanti che hanno la proprietà di due showroom su Parigi dicendo: ‘Guardate c’è un mio amico italiano che quest’anno è partito con questo interessante progetto, vi mando le fotografie della collezione, fatemi sapere’. Loro mi hanno contattato l’indomani via email. Lì per lì non avevo neanche pensato al fatto che la loro fosse una proposta “a 2 giorni”, pensavo stessero parlando della stagione successiva. Quando ho effettivamente capito che la proposta era per il giorno dopo mi sono ritrovato a dover decidere cosa fare nel giro di poche ore. La collezione autunnale, fortunatamente, è già acquistabile in una boutique di Roma. Scegliere di sposare il mio progetto dal nulla e decidere di farlo con una bella selezione come quella fatta, mi ha dato una buona spinta”.

Quindi per te il fatto di avere avuto una boutique che investisse comprando i tuoi capi è stata una ‘sfida’?”. “Assolutamente, ed io mi sento partecipe di tutto questo. Sono curioso di conoscere quali sfumature leggerà la loro clientela che entrando nella boutique avrà modo di vedere il mio marchio in mezzo ad altri già affermati. Le loro reazioni così come l’indifferenza sono emozioni che m’interessano molto”.

L’ambizione e la determinazione di Giuseppe, però, derivano non solo da sé stesso, ma anche da alcuni stilisti e da artisti che nel corso di questi anni di formazione ed esperienza lo hanno influenzato. “Come tutte le grandi storie, partono da grandi maestri ed io ne ho avuti e tutt’ora ne ho. Non sono molti, ma sono sempre stato affascinato dal modo di far moda dei giapponesi. Penso a Yamamoto, penso a tutto il lavoro che ha fatto nell’epoca in cui fare quel tipo di moda era considerata utopia. Per chi ha questo tipo di percezione, lui è un artista della moda”. Per quanto riguarda il mondo dell’arte, invece, Giuseppe è da sempre affascinato dalla rivoluzione teatrale di Carmelo Bene, dalla sintesi di pittura di Bacon, dall’armonia musicale di Franco Battiato, attraverso la sua sincera ed acuta ricerca spirituale, chiave di lettura dell’intera esistenza, dalla poesia di Tarkovskij, dall’utopia di Tommaso Campanella e anche dall’indagine fotografica nell’incoscio di Antoine D’Agata.

E’ proprio in questo modo che Giuseppe Buccinnà si inserisce all’interno del mondo consumistico della moda. Lo fa in punta di piedi, ma con grande professionalità, attenzione ad ogni minimo dettaglio etico-sostenibile e l’umiltà di chi vuol andare lontano. Partire con queste prerogative, dall’alto Varesotto, per arrivare magari un giorno a far parlare di sé in quella Parigi così tanto sognata.

Alcuni scatti della collezione Spring/Summer 17 (Foto © Giuseppe Buccinnà)

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