In 10 anni, e cioè nel periodo 1995-2015, la produttività del lavoro è aumentata in Italia a un tasso medio annuo dello 0,3%. E’ la fotografia scattata dall’Istat, secondo cui l’andamento è decisamente inferiore alla media Ue (+1,6%).

(dirittiglobali.it)
Una crescita decisamente inferiore alla media Ue (+1,6%). Tassi in linea con la media europea sono stati registrati per Germania (+1,5%), Francia (+1,6%) e Regno Unito (+1,5%). Per la Spagna, invece, il tasso di crescita è stato più basso (+0,6%) della media europea ma comunque più alto di quello dell’Italia. Nel nostro paese, l’aumento dello 0,3% risulta essere la sintesi di una crescita media dello 0,5% del valore aggiunto e dello 0,2% delle ore lavorate. E’ stato intervistato Nicola Borri, economista dell’Università Luiss – Guido Carli di Roma.
Che cos’è la produttività del lavoro e come si spiegano i dati. “La produttività del lavoro misura la quantità di cose che vengono prodotte in un Paese in un anno in rapporto al numero di ore. Tra i Paesi dell’Unione europea l’Italia è stata quella che tra il 1995 e il 2015 è cresciuta meno e che, poi, ha subito più pesantemente gli effetti della crisi economica. E in cui il Pil è sceso maggiormente”, spiega Borri, “Le ore lavorate, invece, non sono diminuite di molto perché l’occupazione è scesa meno rispetto ad altri Paesi europei. Dopo un calo iniziale, nel periodo preso 2009-2013 la produttività italiana è tornata ad aumentare e il divario si è ridotto leggermente rispetto alla crescita registrata nell’Unione europea”. Per Borri, il dato relativo alla crescita dello 0,3%, non è motivo di festeggiamenti: dimostra che in un periodo di tempo molto lungo, la produttività italiana è aumentata di pochissimo, ed è sostanzialmente piatta. Secondo l’economista la tendenza sorprende perchè in 20 anni sono state introdotte tecnologie che avrebbero dovuto aiutare la produzione.
Quali motivi e come rimediare. “Due sono i motivi che frenano la produttività italiana: arretratezza o insufficienza nell’introduzione di tecnologie e una specializzazione in settori (moda e turismo) meno trainanti di quelli tradizionali come la meccanica”. Secondo Borri bisognerebbe puntare, innanzitutto, a quei settori dell’economia in cui l’effetto della tecnologia è più evidente (meccanico, chimico, manifatturiero). E poi è necessario migliorare la qualità della forza lavoro attraverso una più idonea formazione tecnica e universitaria: tra i Paesi Ocse, l’Italia ha la percentuale più bassa di laureati nella fascia d’età 25-64 anni”. (AGI)
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