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2 Ottobre 2016

Germignaga, la memoria del “lavoro buono”: dal Setificio Stehli ai migranti presenti oggi sul territorio

Tempo medio di lettura: 4 minuti

(emmepi) Eravamo in tanti, davvero in tanti, molti addirittura in piedi, o seduti per terra, venerdì sera nella biblioteca comunale, per ascoltare la voce della memoria, che il Progetto Limes del Teatro Periferico di Cassano Valcuvia ha voluto far sua attraverso i laboratori attivati la scorsa primavera in sette comuni del nostro territorio per “favorire l’avvicinamento dei cittadini, italiani e stranieri, ai luoghi della cultura: teatri, biblioteche, sale culturali, musei”.

Germignaga, la memoria del “lavoro buono”: dalla storia del Setificio Stehli ai migranti di oggi sul nostro territorio. Il progetto triennale prevede, nel primo anno, la raccolta di storie, interviste, esperienze e “favole” che, nel corso del tempo, si trasformeranno in vere e proprie opere artistiche realizzate e interpretate da coloro che le hanno pazientemente selezionate. Durante l’estate lo staff del Teatro Periferico guidato da Paola Manfredi ha lavorato alacremente per realizzare le prime restituzioni pubbliche delle narrazioni raccolte e Germignaga, a cui era stato assegnato il compito di raccontare “il lavoro buono”, ha dato il via alla serie di incontri che si svolgeranno, settimana dopo settimana, in tutti gli altri comuni coinvolti. Dopo Castello Cabiaglio, i prossimi appuntamenti saranno a Gavirate (8 ottobre) con “L’albero delle storie”; Maccagno con Pino e Veddasca (15 ottobre) con “Narrare la natura”; Porto Valtravaglia (23 ottobre) con “Il gioco delle foto raccontate”.

Dopo una breve introduzione di Dario Villa del Teatro Periferico e dell’Assessore Matteo Mantovani a nome dell’Amministrazione Comunale, il quale ha ringraziato la Pro Loco per aver messo a disposizione la biblioteca e il Gruppo GIM per l’allestimento del rinfresco con prodotti del commercio equo solidale, è iniziata la lettura delle testimonianze. Il Setificio Stehli, dunque, con i ricordi di chi ci ha lavorato, ma anche i racconti di cittadini stranieri che lavorano sul territorio, hanno monopolizzato l’attenzione del pubblico, coinvolto dal grande pathos con cui l’attore, regista e scrittore Gigi Gherzi, ha interpretato gli scritti prodotti dai “raccoglitori” di memorie.

Così, parola dopo parola, ecco riprendere vita la fabbrica, con i suoi odori e i suoi rumori. Quel setificio nel quale, nel 1893, lavoravano ben 849 persone, ma, come racconta Renzo Fazio, ricercatore di storia locale, “solo 19 erano uomini: il resto erano 506 donne e 324 fanciulle, delle quali 116 dai nove ai dodici anni di età e 208 dai dodici ai quindici. L’orario di lavoro andava dalle 5.30 del mattino alle 7 di sera, con una breve pausa pranzo, definizione quanto mai infelice visto che abitualmente si cibavano con pane mal cotto, stantio e ammuffito! E tutto questo per una manciata di spiccioli”.

E sulle scale che salgono in biblioteca, ecco una serie di manufatti, testimonianze e immagini, tra le quali spiccano le belle foto di Marco Celati, esposte a cura della Fondazione Mons. Comi in ricordo del fotografo scomparso: le operaie al lavoro nella filanda, la raccolta della sgrisola (la legna trascinata nel lago dai torrenti in piena), le caldaie a legna, davanti alle quali i tronchi accatastati erano in attesa di alimentare la produzione; poi ancora la foto di gruppo delle maestranze nel 1925 e i bambini seduti sul prato antistante la colonia elioterapica “il mare di una volta”. Nella sala della biblioteca c’erano quasi tutti, i testimoni di queste storie, compreso un gruppo di ospiti del Mons. Comi, accompagnato dall’educatrice Elena Brocchieri, perché al progetto ha partecipato anche la signora Rosa Castelnuovo.

Ecco materializzarsi quei “tre filini, che non li vedevi neanche, perché la seta era come un capello…” e quell’odore nell’aria… “di fabbrica, di olio bruciato, perché bisognava sempre oliare i telai”. E di nuovo quel rumore assordante, tanto da richiedere i tappi nelle orecchie, ma del quale “dopo un po’ non ti accorgi nemmeno più, anche se si usciva stordite”. Quanta fatica, per raggiungere il posto di lavoro: chi a piedi, chi in bicicletta, chi, le più fortunate, in motoretta: “Sai che bellezza, venire giù alle 5 del mattino?” La fabbrica era pesante, “punto e basta”, ma per fortuna il “pepe della vita era la compagnia”. C’era anche spazio per qualche piccola trasgressione, per le gite, le pause per “una fumatina” e soprattutto il piacere di mangiare insieme un panino imbottito “in una buteghéta: un dì era bulògna, un dì pancetta… e poi in compagnia a mangiare la torta de pomm”. A volte invece era una piccola trattoria, ad ospitare le operaie, quando volevano concedersi un bel piatto di “minestròn”. E gli scioperi, a cui partecipavano quasi tutti… i turni di notte e quell’ora critica, intorno alle 3 di notte, quando si rischiava di addormentarsi. Per fortuna spesso un operaio anziano, come un padre amorevole, rassicurava i più giovani: “Ma va’a dormì, che curo io la macchina…”

Al setificio Stehli si incominciava a lavorare a 12 anni, perché fin da piccoli si sognavano le michette e si andava in giro a cercare la ghisa, ma c’era anche la possibilità di essere assunti in età più avanzata, da un padrone “già moderno perché non aveva i baffoni”: “Venga domani – disse quel giorno alla Rosa – una donna a 45 anni non è vecchia!” Ma in questo “strano rimbalzo tra storie del passato e del presente che commuovono”, come le ha definite Gigi Gherzi, si inseriscono anche quelle di giovani stranieri di seconda generazione, che sognano un lavoro stimolante, perché “quella, è la strada giusta da seguire, indipendentemente dal guadagno”.

Sono storie di nostalgia per un paese nel quale non si può tornare a vivere, perché in Turchia la Polizia uccide, come racconta il giovane curdo, mostrando una foto terribile: “L’ho scattata io, vuoi sapere altro?” È struggimento per la lontananza dai genitori, che diventa più intenso quando, incinta del tuo bambino, percepisti un vuoto che non sapevi spiegare e forse, là nel Ghana, qualcuno dei tuoi cari stava morendo… Ecco, allora diventa importante la missione di Bruno Marcozzi, “storico” volontario del Mons. Comi, che insegue un sogno: “Recupero le schede personali, tutte quelle schede buttate là… non li ho ancora beccati tutti, ma lo farò e ad uno ad uno gliele restituisco tutte”. Con le parole del poeta Giuseppe Semeraro si è chiusa questa serata sul “lavoro buono”, con il respiro sospeso e il groppo in gola: “Buongiorno, mani ruvide… buongiorno al lavoro che non ti uccide… Buongiorno sempre, a chi non si arrende…”.

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