| 14 Luglio 2016

Un paese è ciò che scorre sulle sue rotaie

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(comune-info.net)

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Strano l’eco che rimbomba tra i pensieri apprendendo la notizia di quei due treni. Due treni che percorrono ogni giorno la stessa identica tratta. Due treni che, quotidianamente, in quella che sembrava potesse essere un’infinita routine, viaggiavano incorniciati sempre dallo stesso paesaggio, la campagna pugliese. Martedì era una campagna immersa nell’abisso ardente dell’estate, quella che gli sguardi assonnati, gioiosi e svogliati dei passeggeri potevano vedere da dietro i finestrini della propria carrozza. La stessa carrozza di quel treno che ogni giorno li portava in città, a lavorare, a studiare o semplicemente a distrarsi. La stessa carrozza su cui le persone che incontri, grosso modo, sono le stesse. Quelle che saluti ogni giorno. Quelle che non saluti, ma dopo tutti quegli anni sai chi sono. Quelle che aspettano il treno accanto a te, su quella stessa banchina. Quelle che salgono alla fermata dopo, puntualmente sulla stesso vagone, da anni. Quei visi rassicuranti che condividono ogni giorno con te il medesimo fato. Si alzano presto e alzandosi sanno già che, qualunque siano le condizioni atmosferiche che la mattinata gli riserverà, dovranno prendere quel treno che dopo un’ora abbondante, e spesso anche qualcosa in più a causa di quei ritardi di cui si sono trovati a parlare più e più volte, lì condurrà a destinazione. Magari sul posto di lavoro, dove finalmente potranno consegnare quel progetto a cui lavorano da tempo. Magari all’università dove per l’ennesima volta ridaranno quell’esame che proprio non vuole andare, ma questa, se lo sentono, è la volta buona. O magari ancora, a spasso per le strade del centro, dove i negozi sono più grandi e la scelta più ampia, poi con i saldi…

Sogni, speranze, aspettative, pensieri, sguardi diversi sul mondo. Ecco cosa i vagoni di quei treni contenevano. Spaccati di vite che si incrociavano quotidianamente, vite che si passavano frettolosamente accanto, realtà diversissime tra loro che avevano in comune una sola cosa: quella tratta di strada su quel treno. Treno che decidevano di prendere perché si sa, la città con la macchina è invivibile, l’abbonamento fa risparmiare e soprattutto la mattina qualche sprazzo di sonno si riesce ancora a recuperare e quando proprio no, beh si può finire di studiare, completare il lavoro, ascoltare musica, leggere o semplicemente buttare uno sguardo sulla homepage di Facebook, perché di condurti alla meta se ne occupa qualcun altro. I treni frequentati dai pendolari sono così, finiscono per diventare una seconda “famiglia”, uno dei luoghi della propria vita. Non certo per scelta cosciente, ma con il trascorrere dei mesi e degli anni lo diventa.

Una “famiglia” che conterà 23 membri in meno, quella dei due treni della tratta Andria-Corato, che martedì alle 11.30, si sono scontrati l’uno contro l’altro percorrendo il medesimo tragitto. Solo, partendo dal capo opposto. 23 il numero delle persone che a destinazione non giungerà mai, una cinquantina i feriti, dove la parola “ferito” può voler dire tutto o nulla. Sarà sciocco, ma l’idea che prepotentemente si fa spazio nella testa si rifà a quella sensazione di sicurezza e spensieratezza che chiunque, prendendo un mezzo pubblico, ha avvertito e non a torto. L’idea del mezzo pubblico, qualunque sia quello prescelto, credo sia questa: qualcuno che provvede in sicurezza ai tuoi spostamenti.

Prima di diventare tuttologi, però, pronti ad accanirsi contro il nemico di turno, che oggi occasionalmente prende le vesti del treno che viaggia sul binario unico, sarebbe bene ricordare che il treno è un mezzo molto sicuro. Oserei dire, uno dei più sicuri. Gli incidenti legati al trasporto su rotaia sono perlopiù dovuti all’inosservanza delle regole e alla vacillante interiorizzazione dell’importanza rivestita dalle norme sulla sicurezza. Dunque, invece di puntare il dito verso quel binario unico, perché non provare a prendere atto del fatto che forse quello da cercare non è un unico e diabolico nemico, ma una serie di irrisolti e lasciati andare, che nel tempo creano la tragedia di cui decine e decine di persone sono vittime? Il binario unico che oggi tanto crea scandalo, sta lì da tempo, molto tempo, e le tratte così concepite sono diverse. Laddove la richiesta di un secondo binario è emersa, non dipende certo da una maggior richiesta di sicurezza, ma da problematiche legate al traffico. Perché si sa, su un unico binario affinché si possa passare è necessario attendere il transito anche di altri treni e se la frequenza è alta e i ritardi accumulati si susseguono qualche disagio si crea.

Possiamo parlare, e ci sarebbe da aprire un capitolo infinito, sul depotenziamento del trasporto su rotaia, che si trascina imperterrito da decenni, sull’eco dei pochissimi che non cessano a più riprese di sottolinearne l’importanza, soprattutto per le piccole realtà locali, che se non fosse per quel treno, sarebbero tagliate fuori. Realtà locali che trovano attraverso le ferrovie un’apertura verso una ben più ampia prospettiva di vita. Esattamente come accade e continuerà ad accadere a Corato. Una piccola realtà di cui sino ad oggi l’esistenza era sconosciuta ai più e per i cui giovani quel treno rappresenta, oggi come ieri, una possibilità. Ecco perché le persone prendono un treno. Ecco perché le persone continueranno a prendere il treno. Per muoversi, spostarsi. Fisicamente ma anche mentalmente. Perché spostarsi per centinaia di persone significa darsi una possibilità in più di quella che il paesello natio offre. Una possibilità di crescita, di cambiamento, la possibilità di scrutare orizzonti più ampi. Quello che viaggia su rotaia sono i sogni, le speranze, le aspettative di tanti che in quel treno hanno visto, vedono e continuano a vedere la probabilità di qualcosa di migliore. Lasciando libere le persone di viaggiare e di muoversi quello che in realtà si lascia libera di fluire è la circolazione di idee, che si muovono e si contagiano da un capo all’altro della nostra penisola.

L’incidente di martedì è frutto di un errore umano, qualcuno ha sbagliato. Ma invece di cercare il viso da incriminare, su cui gettare tutta l’umanissima frustrazione per lo scioccante avvenimento, non è forse più razionale domandarsi la motivazione per cui oggi, nel 2016, la distrazione di un essere umano possa arrivare a provocare decine di morti, quando l’avanzamento tecnologico potrebbe sopperire a tali mancanze in situazioni come quella in oggetto?Forse, quello che è avvenuto è più la causa di qualche scelta che poteva essere più lungimirante piuttosto che del singolo errore umano. Una scelta che invece di privilegiare l’alta velocità e il trasporto su gomma (con tutte le controindicazioni che si porta dietro), dovrebbe volgere lo sguardo altrove. E l’altrove è esattamente lì, dove sono tutte quelle persone che quotidianamente viaggiano per i più svariati motivi, esportando ed importando idee.

Cittadini che hanno il diritto di pretendere dal proprio paese una mobilità agile e sicura da nord a sud, insieme alla richiesta di uno sguardo lungimirante proiettato sulle speranze del quotidiano che ogni giorno riempiono quei vagoni, non sempre attrezzati a supportarle. Perché per un paese avere il coraggio di puntare su sé stesso significa, puntare su chi, attraverso i suoi capillari di rotaie, lo percorre, irradiando i luoghi nei quali passa di una linfa in continuo riciclo.

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