(Daniele Foderà) – 23 Giugno 2016. Una decisione storica, per il Regno Unito e per l’Unione europea, presa da un totale di 33,5 milioni di votanti, divisi in maniera quasi uguale tra il remain e il leave. Un “quasi” di fondamentale importanza, dato che l’asticella della maggioranza ha consegnato la vittoria ai sostenitori della fuoriuscita.

(eunews.it)
Sostenitori che però, già a poche ore dall’ufficialità dei risultati, hanno iniziato in buona parte a pentirsi della loro scelta. C’è da dire che è stata senza dubbio una campagna referendaria gestita in maniera pessima, da una parte e dall’altra, con cittadini male informati su una questione così complessa e dai risvolti futuri così imprevedibili. In tanti hanno votato spinti da un sentimento momentaneo più che da una ragionata riflessione, ubriacati da dispendiose campagne pubblicitarie che riducevano il tutto in brevi slogan, influenzati da una costante propaganda e non da un maturo dibattito, irretiti da personalità forti e prorompenti.
E così, come già accennato, i malcontenti aumentano e una petizione (https://petition.parliament.uk/petitions/131215), lanciata sul sito web istituzionale proprio da un “pentito del leave”, chiede che venga promulgata una legge che imponga una nuova consultazione popolare nel caso in cui il risultato di un referendum abbia un margine inferiore al 60% (la Brexit è passata col 51,9%) e che non possa ritenersi valido se la partecipazione non sia almeno del 75% (questa volta si è fermata al 72%) degli aventi diritto. Servono solo 100 mila firme raccolte in 6 mesi per imporre il dibattito in Parlamento e questa petizione, in soli 3 giorni, ha superato i 3 milioni di firmatari e il ritmo non accenna a diminuire.
Inoltre, c’è da dire che in linea teorica il primo ministro potrebbe ignorare il risultato del referendum in quanto “non-binding” ossia è di tipo consultivo e non vincolante. A decidere sulla questione sarà il Parlamento inglese che, come auspicano diversi deputati, potrebbe “impedire questa follia con un voto”. Anche il neo sindaco di Londra, Sadiq Khan, forte di un 70% di londinesi che hanno votato per rimanere in Europa, afferma: “Siamo una città internazionale, e vogliamo rimanere tale. Perché subire una decisione che noi non abbiamo preso?”.
Anche la Scozia, dove ha vinto ovunque il remain, ha preannunciato una dura battaglia parlamentare e rilanciato l’idea di un nuovo referendum per abbandonare il Regno Unito e rimanere in Ue.
Tutto vero, tutto giusto. O forse no? Se ci si ferma un attimo a riflettere, per quanto si possa essere sorpresi del risultato e per quanto si possa essere dispiaciuti per il 73% dei giovani che ha votato per il remain, il risultato parla chiaro. Il popolo è stato chiamato a riferire in merito, il popolo ha partecipato ampiamente al voto e il popolo ha deciso. Reinterpretando una famosa citazione: “E’ la democrazia, bellezza!”.
Disquisire sulla tipologia del referendum, consultivo e non vincolante, sminuisce pericolosamente l’importanza della partecipazione e della scelta popolare. Importanti esponenti della politica e delle istituzioni che si lasciano andare con paurosa nonchalance a dichiarazioni che contestano la volontà dei cittadini. Una raccolta di firme per una legge che, se anche venisse discussa e promulgata, non potrebbe avere effetti retroattivi e anzi renderebbe molto più difficoltoso raggiungere il quorum per tutti i futuri referendum (basti pensare che in Italia, per rendere più semplice la validità del pronunciamento popolare, ci si sta muovendo in senso inverso, ossia non occorrerà che partecipi almeno la metà dei cittadini iscritti alle liste elettorali, bensì il 50% di quelli che hanno partecipato alle ultime elezioni politiche). La Scozia, poi, che adesso spinge per un altro referendum pro indipendenza a meno di un anno dalla già presa decisione in favore del remain.
Ci si sta muovendo su un terreno pericoloso, utilizzando il dibattito quotidiano per forzare la mano su decisioni già prese. In sostanza, si punta a voler sovvertire un voto popolare che, ci piaccia o meno, è il risultato di un dibattito interno al Regno Unito fin dal 1973, anno in cui il Paese aderì alla Comunità europea. Questa campagna post referendum non pare discostarsi troppo nei modi (manipolatori) e nelle argomentazioni (populiste) da quella pre referendum.
Un cambio di rotta, adesso, vorrà dire che i referendum vanno bene solo se si concludono come ci si aspetta: lo stile plebiscitario proprio delle dittature. Che questo malcontento generale sia invece da monito per il futuro. Il referendum è l’arma più grande che abbiamo ed esige una scelta libera, informata, ponderata e consapevole.
© Riproduzione riservata







Vuoi lasciare un commento? | 0