8 Aprile 2016

Il trailer de “La mia Ascia di Guerra”, film-documentario sulla resistenza e sul partigiano Rino

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“Apro armadi e fascicoli, trovo vecchie pellicole girate da lui. Riguardo le vecchie cassette cercando un uomo e non solo l’eroe. Fra dieci anni, quindici anni, vent’anni, non so quanto campi ancora? Magari campi ancora trent’anni… Mi metto in viaggio in cerca di Rino. Qualcuno ha scritto che le storie sono asce di guerra da disseppellire. Questa è la mia”. Andrea Zambelli. 

Quando Andrea era bambino, aveva un eroe, si chiamava Rino. Era “il Rino”. Rino era un signore che, per età, avrebbe potuto essere suo nonno. Abitava con la moglie nell’appartamento accanto a quello della famiglia di Andrea. Rino era stato partigiano, era orgoglioso di essere comunista ed era diverso da tutti. Andrea ascoltava a bocca aperta i suoi racconti di vita partigiana, della banda di giovani ragazzi di cui Rino era il comandante. Storie di guerra, ma anche di azioni folli e avventate, seguendo un ideale altissimo. E poi storie di carcere: Rino è uno di quei partigiani che non ha obbedito all’ordine di deporre le armi dopo il 25 aprile. E ne ha pagato le conseguenze. Andrea ha sempre saputo che molte scelte che ha fatto nella vita, comprese quelle di voler riprendere la realtà e raccontare storie, sono state influenzate dalla figura di Rino. Ma non aveva mai realizzato davvero quanto, finché non si è trovato davanti all’impossibilità di Rino di continuare a raccontare.

Rientrato da un viaggio di lavoro, va a trovare il suo vecchio eroe e lo trova trasformato, completamente assente. Rino ha il morbo di Alzheimer. Ormai in fase avanzata. Per Andrea è un trauma, l’uomo che conosceva, il suo punto di riferimento, non esiste più. Quando sono uno davanti all’altro, Rino non lo riconosce neppure. Andrea sente il senso di colpa per non aver mai terminato il film promesso da tanto tempo, quello in cui si raccontava della banda partigiana di Rino e per il quale, negli anni, avevano girato tante interviste. È questo il motivo per cui Andrea decide di riprendere in mano il film: non vuole che tutta quella memoria vada persa. Rino non ricorda più nulla, ma lui ha archiviato decine di videocassette. Andrea comincia a rivedere i vecchi materiali filmati.

Nelle interviste fatte a Rino, negli anni, lo si vede invecchiare senza mai perdere la sua grinta, la sua voglia di non destinare all’oblio quello che è successo negli anni della guerra. Cercando tra le carte di Rino, Andrea trova anche altri documenti, quelli che riguardano la sua vita in Svizzera, dove Rino ha conosciuto la moglie Lina. È una vera scoperta. Della migrazione in Svizzera, Andrea sa pochissimo, delle Colonie Libere praticamente nulla. E invece c’è un filo rosso che lega questi diversi momenti della vita di Rino. La nuova ricerca, il nuovo film, iniziano quindi dagli archivi e dagli istituti storici di Bergamo per poi arrivare in Svizzera.

Questa ricerca farà cambiare molte cose. Innanzi tutto il rapporto di Andrea con Lina, che assume un suo ruolo e una diversa importanza, al di là del fatto di essere “la moglie del Rino”. Poi certo il rapporto di Andrea con Rino, che non è più visto come un eroe, ma come un uomo. Un uomo che ha fatto imprese grandi e coraggiose e sta convivendo ora con una malattia che lo cancella come persona.

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