13 Luglio 2014

Intervista ad Amedeo Ricucci sul lavoro dei giornalisti e le fonti di guerra in Israele e Palestina: “Se vado in guerra, se voglio raccontare la guerra, la devo vivere”

Tempo medio di lettura: 8 minuti

E’ il quinto giorno di guerra tra Israele e Palestina ed il bilancio provvisorio delle vittime è di oltre 150 morti e più di mille feriti nella Striscia di Gaza. Questi numeri terrificanti si stanno registrando a partire dal 7 luglio, alla vigilia cioè dell’inizio della “Operazione Margine Protettivo” di Israele. “Lo Stivale Pensante” ha intervistato Amedeo Ricucci, giornalista Rai ed inviato speciale di “Professione Reporter”, “Mixer”, “TG1” e “La Storia siamo noi”, che ha seguito i più importanti conflitti degli ultimi vent’anni: Algeria, Somalia, Bosnia, Ruanda, Liberia, Kosovo, Afghanistan, Libano, Iran, Iraq, Palestina, Tunisia, Libia e Siria. Basandoci su quanto sta accadendo in Israele e Palestina, abbiamo chiesto al giornalista un quadro generale sul rapporto che intercorre tra i giornalisti presenti in loco, l’informazione occidentale ed il difficile lavoro di reperimento di fonti di guerra.

Il giornalista Amedeo Ricucci (facebook.com)

Il giornalista Amedeo Ricucci (facebook.com)

In che modo i giornalisti italiani stanno trattando la guerra in atto tra Israele e Palestina?

Anzitutto io non sono a Gaza ora, ma mi sono sempre occupato di questi territori. Questa è una premessa molto importante per me, perché questo vale per me, e non vale per moltissimi altri giornalisti italiani, perché in Italia non vige la competenza. In tv soprattutto, meno sulla carta stampata: tu oggi fai il cronista e ti occupi di Yara Gambirasio, domani ti fanno fare un pezzo sulla guerra a Gaza. Già in questo, tengo a dire che non è troppa colpa del giornalista, che si ritrova improvvisamente a dover affrontare l’argomento e ad avere pochissimo tempo per raccogliere le informazioni necessarie, semmai è colpa della macchina editoriale e quindi della politica editoriale delle varie testate, aldilà delle scelte politiche che fanno. Una di queste, per esempio, potrebbe essere quella di coprire gli avvenimenti più dalla parte israeliana che palestinese, per il solo motivo che Israele è più vicina ai cuori occidentali…

Qual è il compito principale di un giornalista di guerra che opera sul campo? Come riesce ad ottenere fonti attendibili?

Il giornalista che opera sul campo è un lavoro completamente diverso dal giornalista che sta a Roma o a Milano. Il giornalista sul campo ha il compito arduo di districarsi tra le fonti in una situazione di guerra. E’ un’arte assai difficile, nel senso che la guerra è la situazione più ambigua, per antonomasia, ed è la situazione in cui verità e propaganda si mescolano in continuazione, quindi bisogna avere delle buone fonti, bisogna diversificarle il più possibile e bisogna potersi fidare. Questa è la prima regola. Seconda regola: occorrerebbe parlare di ciò che si vede e quindi di quello che si ha davanti, ma molto spesso succede che se tu sei a Gerusalemme ti chiedono un pezzo su quello che è successo a Gaza e allora o tu ti rifiuti e dici “cosa ne so io, non sono a Gaza” oppure, come troppo spesso accade (dire di no, come in ogni azienda, non sempre è facile, perché non si può dire di no ad un capo), ti affidi a dei contatti locali che hai.

Come incrociare fonti di guerra e contatti?

Se sono contatti che tu hai da molto tempo, che ne hai verificato la loro attendibilità non ci sono problemi, ma invece può capitare che hai quattro numeri di telefono ed è ovvio che, faccio un esempio, se chiami a Gaza un ragazzo che hai conosciuto in vacanza a Lignano Sabbia d’Oro e non sai che quello è un militante di Hamas, quello ti darà la versione di Hamas su determinati avvenimenti, quindi hai bisogno di contattare professionisti, hai bisogno di fonti che siano indubitabili ed indipendenti. In ogni caso sconti il fatto che stai parlando per interposta persona, quindi sarebbe corretto che il giornale piuttosto che la tv scrivesse “il nostro inviato a Gerusalemme parla di una cosa successa a Gaza”, mentre invece si tende a mescolare… ieri ho letto diversi articoli firmati Gerusalemme, ma che parlavano di cose di Gaza, i virgolettati erano presi al telefono oppure erano “mediati” dalle autorità israeliane… In ogni caso non si raccontava come si dovrebbe, mandando la gente sul posto.

Rispetto alla stampa straniera, l’Italia in che modo fa informazione di guerra?

L’Italia è sempre indietro rispetto alle altre nazioni. Io vedo ad esempio le testate francesi, da Le Monde, Le Figaro, Liberacion ed anche le tv, hanno degli inviati a Gaza. Le altre testate come l’Indipendent o il Guardian, se non hanno l’inviato sul posto, adottano un sistema che in Italia lo si è adottato solo nella guerra in Iraq. Cioè che hanno dei corrispondenti locali sul posto, e quindi in questo caso qui i palestinesi, che però sono legati da tempo alle testata, che sia Indipendent, Washington Post o New York Times. Quindi sono giornalisti ed i pezzi vengono “fabbricati”, vengono firmati alla fine: pezzo di Amedeo Ricucci da Gerusalemme, Pinco Pallo da Gaza e Caio e Sempronio da Roma, perché si mettono insieme tutte le informazioni. In Italia questa serietà e questa professionalità non c’è.

Ha usato il termine fabbricare per la stesura degli articoli. Me lo può spiegare?

Ormai scrivere sui giornali o lavorare per un telegiornale vuol dire lavorare in quella che è la fabbrica delle notizie, ed io do al termine fabbrica un connotato negativo. Si producono informazioni in serie perché ormai il mondo è un mondo che ha un surplus di informazioni: arrivano informazioni da qualsiasi angolo della terra e ne arrivano a migliaia rispetto a dieci anni fa. Il giornalista si limita a fare “copia-incolla” perché è soverchiato dalle notizie, quindi il giornalista competente, che ha esperienza, oltre che abilità, riesce a filtrare le varie notizie e a dare al lettore, piuttosto che al telespettatore, un racconto che comprende anche il contesto, lo scenario, l’analisi, che è quello per cui un giornalista dovrebbe essere pagato. C’è chi invece lavora in una testata dove si producono articoli o servizi televisivi, a ritmo continuo e non ha né il tempo, né spesso la competenza, né gli viene richiesta. L’importante è riempire le pagine: se tu guardi i siti di molti giornali italiani sono pieni di errori madornali. Due giorni fa su un quotidiano online, di grande diffusione, una testata importante… c’era scritto che i razzi di Hamas avevano raggiunto la Cirenaica. La Cirenaica, per chi non lo sapesse, è una regione che sta in Libia, quindi quello è un errore che se lo fai a scuola ti bocciano. Oggi (ndr ieri) Repubblica titola: “terzo giorno di guerra”, quando in realtà è il quarto. Allora non è che i giornalisti sono ignoranti, è che il ritmo della produzione delle informazioni è talmente forsennato che manca ormai l’accuratezza, la precisione, quello che dovrebbe fare di un giornale un prodotto che viene pagato. Siccome ti pagano per leggerti, ti pagano il canone per andare in onda, devi essere accurato, preciso e devi fornire qualcosa che gli altri non hanno.

(aa.com.tr)

(aa.com.tr)

Capita che alcuni giornalisti inviati in zone di guerra, poi, leggano le notizie delle agenzia di stampa pubblicate dalle redazioni italiane. Per esempio, riportano pari pari da Gerusalemme quello che è stato scritto a Milano o a Roma.

Questa è un’altra brutta abitudine italiana, purtroppo diffusissima, soprattutto in televisione. La filosofia di questa modalità di fare “giornalismo” è che pure di dire che Amedeo Ricucci è stato a Gaza la mia testata si accontenta di avermi sul posto: io sto chiuso in albergo, mi metto sul terrazzo, faccio uno stand-up e dico due stronzate e poi il resto delle immagini le prendo dal circuito video internazionale. Quindi io sono a Gaza, ma di fatto non ci sono. Purtroppo questo capita a chi sta a Gerusalemme, a chi è andato a Kiev in Ucraina, capita ogni giorno, perché la testata in questo modo fa vedere che c’è, però non richiede al giornalista che manda una presenza vera. Nelle televisioni anglosassoni non lo fa nessuno, perché se lo fai ti licenziano, né un capo ti manda a Gaza, spende soldi, se tu non gli mandi la ciccia, come si dice in gergo. Quindi se vuoi andare a Gaza, devi uscire dall’albero e devi andare a girare immagini, oppure andare a prendere informazioni. E’ ovvio che per un giornalista della carta stampata è più semplice stare in albergo e magari lavorare al telefono, ma un giornalista televisivo non dovrebbe mai permetterselo, perché in televisione si raccontano i fatti con le immagini, quindi le immagini bisogna farle. Nè tantomeno vale, che per noi italiani è diffusissima, la scelta di mandare in giro il cameraman a fare immagini e tu resti in albergo. Cioè questo vuol dire che non capisci nulla, che non la vivi la situazione di guerra. Ma questa è la filosofia che anima me, come tanti altri colleghi per fortuna, che è quella di dire: se vado in guerra, se voglio raccontare la guerra, la devo vivere. Più o meno come la vivono gli abitanti del posto, prendendo ovviamente le necessarie misure di sicurezze. Altri giornalisti declinano il mestiere in un altro modo, la deriva di quest’altro modo è quello che tu dicevi: cioè si sta in un posto, si prendono le agenzie, e si costruisce un pezzo.

A me hanno sempre appassionato le dinamiche di guerra ma, forse per codardia o vigliaccheria, non ho mai preso in considerazione l’eventualità di partire verso un territorio al centro di bombardamenti. Ad un giovane che vorrebbe partire, per raccontare la guerra in prima persona, cosa consiglierebbe?

Beh io gli consiglierei anzitutto di non usare termini che hai appena usato, come codardia e vigliaccheria. Nel senso che andare in guerra non è una questione di coraggio perché non siamo i ragazzi della via Pal. Questo è un mestiere che a farlo in situazioni di guerra, comunque si rischia, per cui il rischio va calcolato. Per cui per andare in zone di guerra devi essere dotato di tutta la strumentazione necessaria a partire da un giubbotto antiproiettile ed un elmetto militare. Io conosco decine di giornalisti, ragazzi, che mi hanno telefonato dicendo: “vado a Gaza, no vado in Siria”. Ed io dicevo loro: “ce l’hai almeno il giubbotto?”, loro mi dicevano no. E’ una follia andare senza giubbotto. E’ da incoscienti, da incompetenti e non ha senso. Senza contatti, poi, non si va in una zona di guerra: se uno vuole iniziare ad occuparsi di esteri, che inizi ad occuparsi di esteri, non di guerra. La guerra è una stazione estrema alla quale bisogna arrivare preparati, dopo aver conosciuto il terreno. La Palestina in questo caso. Poi è ovvio che bisogna accodarsi ad un giornalista più esperto. Se si vuole diventare un inviato di guerra serve preparazione e competenza quindi è un discorso che si fa per tappe. Nessun chirurgo inizia operando ad un cuore, i chirurghi iniziano probabilmente al Pronto Soccorso, come è giusto che sia ed anche lì si possono fare errori. Quindi in guerra bisogna ricordarsi che se il mestiere lo si declina giocandosi in prima persona a quel punto li bisogna calcolare i rischi, non si va allo sbaraglio.

Infine, secondo lei cosa accadrà nei prossimi giorni a Gaza?

Anzitutto mi preme dire che io non faccio l’analista, ma sono un giornalista. Non confondiamo i ruoli. In genere racconto quello che mi capita davanti agli occhi. Allo stesso tempo, però, è ovvio che avendo esperienza in un determinato territorio, in una determinata zona, posso azzardare una previsione. Questa guerra è la terza fra le guerre che si sono combattute tra Hamas ed Israele: la prima è stata nel 2008, dal dicembre 2008 al gennaio 2009, ci sono stati 1400 morti e dopo una settimana di bombardamenti c’è stata l’invasione di terra. Questo è quello che ci dice la storia. La seconda guerra è stata nel novembre del 2012, ha fatto 160 morti, ovviamente tutti i palestinesi. I morti israeliani se non sbaglio sono stati 5, e in quel caso nel 2012, non ci fu invasione di terra. Questo te lo dico, non per fare il saccente o lo storico, ma per dire che la valutazione, e continuare con un’offensiva di guerra oppure no, è legata ad una serie di variabili: un’offensiva di terra comporterebbe un numero di vittime assai più elevato e questo vorrebbe dire che Israele pagherebbe un prezzo politico, come lo pagò nel 2008. Ovviamente di fronte a tanti morti il consenso internazionale decresce, quindi da un lato i militari posso premere per avere un’offensiva di terra perché in questo modo completano il lavoro, come dicono loro, Dall’altra parte probabilmente i politici sono più cauti perché c’è un contesto internazionale di cui bisogna tener conto. Quello che è importante capire è quanto Hamas riuscirà a continuare con il lancio di razzi. Finché si continueranno con 100 razzi al giorno, questo offrirà un pretesto ad Israele per fare un’invasione di terra. L’opzione non è assolutamente scartata, non è così imminente come dicono i giornali oggi (ndr ieri), in maniera un po’ troppo semplicista. Non lo so, sarà da vedere.

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