(emmepi) Sabato 29 ottobre, durante il 12° Forum della Pace, svoltosi presso l’Auditorium comunale di Maccagno con Pino e Veddasca, inaspettata visita del luinese Massimo Battisaldo e di Paolo Margini, gli autori di “Decennio rosso”, definito come il “primo tentativo di mostrare i cosiddetti anni di piombo dal punto di vista di chi compì la scelta rivoluzionaria della lotta armata”, presentato a Luino tre anni fa, il 6 luglio 2013, presso il Circolo Felice Cavallotti di Creva a cura della Banca del Tempo, come ha ricordato la presidente Rosaria Torri.

(Foto © Eventi Lago Maggiore – Marina Perozzi)
I due scrittori, il 27 ottobre scorso, hanno ritirato il Premio speciale della Giuria del 6° Premio letterario nazionale “Franz Kafka”, istituito con lo scopo di “dare a coloro che partecipano al Premio il piacere e l’onore di essere qualificati con il nome di un Autore tanto geniale e dall’umanità tanto grande”.
Quando “Decennio rosso” fu presentato per la prima volta alla libreria Feltrinelli di Como, Massimo Battisaldo aveva spiegato, a Massimo Daviddi che lo aveva intervistato per ACP Network (il portale delle associazioni), le motivazioni di base del romanzo: “La prima ragione, sostanziale, è spiegare ai nostri figli perché i loro padri abbiano fatto certe scelte dure e radicali e che non si debbano vergognare, al di là delle critiche che ognuno può fare su quegli anni, sui mezzi di lotta non sempre giustificati rispetto all’obiettivo. Ma, ed è la seconda ragione, volevamo mettere in evidenza i nostri valori fondanti, di riferimento, parlo di un progetto politico, culturale, sociale: l’ideologia era il marxismo leninismo collegato alla testimonianza di Che Guevara, il nostro mito. Poi seguono le stragi, partendo da piazza Fontana e tutte le altre, che fanno crollare in noi la fiducia nello stato: penso al caso Valpreda, le deviazioni e le strumentalizzazioni successive, i depistaggi. Anche il sentimento che ci legava ai più deboli, a chi soffriva subendo angherie, al proletariato; a chi in questa vita non aveva la speranza di migliorare il proprio futuro se non lavorando con ritmi disumani all’interno delle fabbriche, cosa che portava spesso al deperimento fisico e psicologico”.
Ma “Decennio rosso” non è soltanto una storia romanzata di lotta armata: racconta anche di Luino, della sua gente e del suo territorio. Ecco, dunque, durante l’incontro con gli autori al Forum della Pace, la lettura di Anna Torri dell’incontro tra il protagonista, Elio, e Franco Salvati, nel quale si cela il nostro Francesco Salvi.
“Il giorno dopo, mentre gli altri erano in classe, io stavo bighellonando solo solo per Luino quando vedo da lontano uno che conosco, sbracato su una panchina. Figurati il tipo: aveva i capelli ancora più lunghi di me ed era ammantato in un gran tabarro, sotto cui spuntano stivaletti coi tacchi, immaginati il resto.” Sofia lo interrompe: “Un compagno?”. Elio precisa: “Senz’altro, ma più che altro un geniaccio, un surreale… Si chiama Franco Salvati, però andava in un’altra scuola. Ci chiediamo l’un l’altro che ci facciamo lì e viene fuori che è stato espulso anche lui, perché il preside lo aveva rimandato a casa dicendogli di non tornare se non si fosse messo dei vestiti diversi, e lui se li era messi veramente diversi, ed entrando in classe aveva detto al professore: – Cosa ci posso fare se il mio guardaroba è fatto così?.
Sofia si mette a ridere, trovando simpatico il personaggio, e dopo qualche altro aneddoto commenta: “Potrebbe fare l’attore comico!”. Elio alza le sopracciglia: “Adesso non esageriamo!”. Sofia di colpo cambia tono: “Tu, con tuo padre, parli?”. Il ragazzo ci pensa un attimo: “Mi ha educato lui, con i racconti della sua vita, con l’esempio: anche oggi aiuta sempre il prossimo, e non si è mai tirato indietro di fronte alle ingiustizie”. Sofia: “Ma lui sa, quindi, cosa fai?”. Elio: “Lo sa sì. Gli basta un’occhiata per capire. È stato clandestino per anni, durante la guerra. Poi ha partecipato a tutto il percorso politico dal dopoguerra fino a oggi. Come ogni padre, si preoccupa per me, ma è sempre più schifato dal marcio che vede tutti i giorni, quindi capisce se noi giovani vogliamo portare a termine quella rivoluzione sociale che loro, quando erano partigiani, hanno dovuto lasciare incompiuta”.
Questo, è “Decennio rosso”.
E ancora una volta in noi, che vivevamo laggiù, nella grande metropoli e che di quegli anni fummo i testimoni increduli, si rinnova il ricordo di una Milano ferita a morte, devastata da quelle vicende dolorose che, proprio dalla strage di Piazza Fontana, contribuirono a segnare indelebilmente la gioventù di tanti, ma che ne forgiarono lo spirito indomito, la ricerca spasmodica della verità, senza fermarsi alle apparenze, lottando contro i tentativi di omologazione al pensiero dominante. Siamo stati una generazione plasmata dall’assoluta necessità di mantenere la coerenza delle idee, perché le ferite si rimarginano, ma non svaniscono: restano semplicemente lì, a ricordarci che il passato non si cancella…
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