Varese | 19 Ottobre 2026

Varese, Francesca Scotti vince il Premio Chiara 2026

La scrittrice si aggiudica per la prima volta il "campionato del racconto" con la raccolta "La stagione delle case vuote" (Hacca). Alle sue spalle Gianni Biondillo e Marco Malvaldi

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È Francesca Scotti, con “La stagione delle case vuote” (Hacca), la vincitrice del XXXVIII Premio Chiara, il concorso letterario nazionale e transfrontaliero dedicato alla narrativa breve e intitolato allo scrittore luinese Piero Chiara (1913-1986). La proclamazione è avvenuta domenica 18 ottobre nella Sala Napoleonica delle Ville Ponti a Varese, nel corso della Finale condotta da Claudia Donadoni (con Marta Morazzoni a dialogare con i finalisti), al termine dello spoglio dei voti della Giuria dei Lettori condotto dal notaio Nicoletta Borghi.

Francesca Scotti: Milanese, dal 2011 divide il suo tempo tra Italia e Giappone. Diplomata al Conservatorio e laureata in giurisprudenza, ha esordito nel 2011 con la raccolta di racconti Qualcosa di simile (Italic), vincitrice del Premio Fucini e finalista al Premio Joyce Lussu. Tra le sue opere figurano Il cuore inesperto (2015), Ellissi (2017), Capacità vitale (2019), Il tempo delle tartarughe (2022), Elettra e Shimaguni. Atlante narrato delle isole del Giappone (2023), fino al recente Nessuno conosce Sayuki (2025).

Scotti collabora come autrice e sceneggiatrice per cinema e audiovisivo, sviluppando progetti che intrecciano musica e scrittura. I suoi racconti e reportage sono apparsi su numerose riviste italiane e internazionali, tra cui “La Lettura”, “Nuovi Argomenti”, “Granta” e “The Italian Review”. Nel 2023 ha rappresentato l’Italia all’European Literature Festival di Tokyo. È autrice e voce del podcast “L’inventastorie – Consigli di scrittura” e collabora al podcast “Cose molto giapponesi”. Tiene laboratori di scrittura creativa, corsi di formazione e progetti per festival letterari. Le sue opere sono state tradotte in cinese, coreano, francese, giapponese, inglese, russo e spagnolo.

La scrittrice ha preceduto gli altri due finalisti: Gianni Biondillo, in concorso con “La tempesta perfetta e altre storie” (Guanda), e Marco Malvaldi, con “L’uomo vestito di arancione” (Sellerio). Il verdetto è maturato dal voto della Giuria popolare composta da 150 lettori italiani e della Svizzera italiana, chiamati a scegliere fra le tre raccolte in questione, selezionate dalla Giuria tecnica, presieduta da Romano Oldrini, tra 51 opere pervenute.

Quest’anno il voto ha combinato, per la prima volta, la piattaforma digitale Eligo.Social per i 4/5 e per 1/5 le tradizionali schede cartacee. Lo scrutinio in diretta di queste ultime ha scandito la manifestazione finale; sono pervenute in totale 147 schede valide, questi i punteggi: Scotti 58 voti, Biondillo 55 e Malvaldi 34.

«Devo dire che io stessa cambio continuamente, a seconda dello stato d’animo. Entro in sintonia con i miei personaggi e, in qualche modo, cambio insieme a loro. Per questo mi auguro che ogni lettore possa trovare, tra quelli che popolano il mio libro, il proprio personaggio prediletto, qualcuno in cui riconoscersi o con cui stabilire un legame particolare», commenta la vincitrice.

«Oggi – continua – sono davvero felicissima e desidero ringraziare Piero Chiara per ciò che ha saputo fare con la sua scrittura e per l’eredità letteraria che ci ha lasciato. Ricevere questo Premio mi attribuisce la sensazione di aver accorciato, almeno un poco, i gradi di separazione che mi dividono da lui».

«C’è anche una coincidenza curiosa che mi piace raccontare: qualche settimana fa, nella libreria di casa, mi sono imbattuta per caso in “Di casa in casa, la vita”. L’ho interpretato come un piccolo messaggio di prossimità, quasi un segno, tanto più significativo perché il tema della casa è centrale anche nella mia raccolta. Voglio infine ringraziare il mio editore, Hacca, per la tenacia con cui porta avanti il proprio lavoro e, soprattutto, per la convinzione con cui continua a credere nel racconto, una forma letteraria che merita di essere sostenuta e valorizzata», conclude Scotti.

La raccolta vincitrice riunisce sedici racconti in cui l’apparente normalità delle case e delle relazioni lascia lentamente affiorare incrinature, assenze, attese e presenze enigmatiche. Una narrativa di sottrazione e di tensione, capace di trovare nell’ordinario lo spazio per ciò che sfugge alle spiegazioni.

Queste le parole dell’autrice, Francesca Scotti, sul palco delle Ville Ponti: «C’è chi considera il racconto una forma troppo breve per entrare davvero in sintonia con i personaggi, quasi che soltanto il romanzo concedesse il tempo necessario per conoscerli e affezionarsi a loro. È un giudizio nel quale non mi riconosco: il racconto possiede una forza e una dignità proprie, può racchiudere un mondo intero in poche pagine. Per questo è funzionale alla mia scrittura: mi interessano soprattutto quegli avvenimenti apparentemente insignificanti che possono cambiare irrimediabilmente il corso di una vita».

«A volte basta uno scricchiolio, una nota appena stonata, qualcosa di quasi impercettibile, perché tutto assuma un significato diverso. In questa raccolta è molto presente anche la morte, un tema con il quale ho sentito il bisogno di confrontarmi, cercando di venire a patti con qualcosa che mi spaventa ma che fa inevitabilmente parte dell’esistenza», spiega.

«In questo – afferma – il Giappone mi ha insegnato molto, soprattutto a riconoscere l’impermanenza delle cose e la preziosità di ogni momento. I miei racconti possono sembrare molto diversi fra loro, ma appartengono alla stessa sensibilità, allo stesso percorso di pensiero: in fondo, il loro filo conduttore sono io, con le domande che continuo a pormi».

Scotti non nasconde il proprio legame con Piero Chiara: «Un grande autore da riscoprire. Ho incontrato i suoi libri in giovane età, nella biblioteca di famiglia, e poi mi sono appassionata: ogni tanto torno a leggerlo perché lo trovo molto stimolante, nella sua scrittura c’è la sintesi perfetta di ogni storia. Amo molto la sua capacità di intercettare in pochissimo un mondo e di farlo rivivere sulla pagina in maniera immediata ed estremamente efficace. Anche l’ironia che ha, dolce e pungente, contiene tutto. Anche per questo ho avuto un moto di gioia alla telefonata che mi annunciava di essere finalista al Premio».

Anche Gianni Biondillo difende la potenza espressiva e la dignità del racconto: «Non credo che uno scrittore debba riconoscersi sempre nello stesso genere o nella stessa voce: ciascuno di noi ha molte anime, interessi e sensibilità differenti, ed è naturale che tutto questo si rifletta anche nella scrittura. “La tempesta perfetta e altre storie” ne è un esempio: ventuno racconti molto diversi tra loro, nei quali passo dalla ricostruzione di vicende realmente accadute a storie che esplorano la memoria, l’ironia, il mistero».

«Mi interessa molto questa libertà espressiva, soprattutto perché continuo a pensare che il racconto meriti una considerazione ben maggiore di quella che generalmente gli viene riconosciuta: non è un romanzo in miniatura, ma una forma letteraria autonoma, con possibilità e regole proprie. È anche un gioco narrativo, fatto di sorprese, ribaltamenti, cambi di prospettiva, che richiede di stabilire un patto con il lettore. Del resto, anche nella vita formuliamo continuamente giudizi destinati a essere smentiti: crediamo di aver capito qualcuno o qualcosa e poi scopriamo che le cose stanno diversamente. Il mondo è una continua scoperta. E la scrittura, ogni scrittore lo sa, è innanzitutto un’operazione conoscitiva, non soltanto per chi legge, ma soprattutto per chi scrive», aggiunge.

Di Piero Chiara trova «curioso come sia arrivato molto tardi al successo, come questo sia stato clamoroso, per poi quasi scomparire, finire sottoterra come un fiume carsico. Che sta lì e poi ogni tanto riemerge. Quando riprendi in mano i suoi libri, ti vien da dire: “Guarda, guarda che invenzione!”. Questa curiosità, questo suo modo strano di stare dentro alla letteratura italiana, è molto affascinante», conclude.

Marco Malvaldi, che si muove nel noto scenario del BarLume, lo definisce in questi termini: «Dal BarLume passa il mondo intero, ed è proprio da questa idea che è nata la mia serie. Sono convinto che i luoghi non siano semplicemente lo sfondo delle storie, ma che contribuiscano a determinarle. Ci condizionano molto più di quanto ci piacerebbe credere, stabiliscono quello che possiamo e quello che non possiamo fare. E per un giallista questo è fondamentale: spesso sono proprio i vincoli imposti da un ambiente a suggerire le idee più interessanti».

«Il bar, da questo punto di vista, è straordinario, perché è uno dei pochi luoghi pubblici in cui le differenze sociali, almeno per qualche momento, si annullano. Ci vanno tutti: l’ingegnere e l’operaio, l’avvocato e il pensionato, il ricco e il povero. Davanti al bancone siamo sostanzialmente tutti uguali, e l’unico che esercita davvero il potere è il barista. Se un pregiudicato si prende l’ultima brioche alla crema, il poliziotto deve farne a meno. È questa mescolanza di persone, caratteri, linguaggi e situazioni a rendere il bar un luogo narrativamente inesauribile: basta osservare quello che succede, ascoltare le conversazioni, e le storie cominciano quasi a raccontarsi da sole», dice.

E su Piero Chiara: «Amo “La stanza del vescovo”, ti mette dentro un mondo in cui tutti sanno come vanno le cose, ma non ti viene spiegato esplicitamente: lo capisci da solo. È uno di quei libri che ti fanno capire che la letteratura è uno sport che si fa in due: chi scrive e chi legge. E in questo Chiara è veramente un maestro».

La finale 2026 ha avuto anche un significato umano particolare: è stata la prima dopo la scomparsa di Bambi Lazzati, per decenni anima, guida e volto del Premio Chiara, e di Pietro Macchione, “simbolo” dell’editoria varesina e artefice del Premio Chiara Inediti. Entrambi sono stati sentitamente ricordati durante l’evento, a rimarcare come il Premio guardi sempre alla propria storia con riconoscenza, traendone al contempo la determinazione a custodire e rinnovare un patrimonio culturale inestimabile, con la stessa passione che ha avuto chi non c’è più. Anche nel nome di Bambi e Pietro, il Premio Chiara continua a difendere la sua unicità, a rinnovarsi e a unire anime diverse: le due sponde del confine italo-elvetico, generazioni di lettori e i vari linguaggi della narrazione breve. La famiglia Lazzati ha altresì annunciato, ai primi di dicembre, un evento dedicato proprio al ricordo di Bambi, che avrà luogo all’auditorium San Giovanni Bosco di Sant’Ambrogio in Varese.

La finale ha celebrato anche i protagonisti del Premio Chiara Giovani, dedicato agli autori tra i 15 e i 20 anni. Sul tema «Gioco» sono arrivati oltre 150 racconti da tutta Italia e dalla Svizzera italiana; la Giuria tecnica, presieduta da Andrej Longo, vincitore del Premio Chiara 2025, ne ha scelti 25, poi riuniti in un volume destinato alla Giuria dei Lettori, il cui voto ha determinato la classifica finale.

Il primo premio è andato a Carolina Reguzzoni, al secondo posto si è classificata Veronica Andreetta, terza Rosa Fazioli, quarto Gabriele Gjoni e quinto Davide Pozzi. A Rosa Fazioli è andato anche il riconoscimento “Un racconto per un viaggio”, attribuito da una giuria formata da ex partecipanti e premiati del concorso e sostenuto dall’Agenzia Viaggi GiulianiLaudi Varese. Il Premio Regio Insubrica, assegnato da Comunità di Lavoro Regio Insubrica a un concorrente del territorio transfrontaliero, è stato conferito a Leonardo Prencipe.

Spazio anche al XVII Premio Chiara Inediti, assegnato a Luca Astone. La finale del 18 ottobre si inserisce in un’edizione particolarmente significativa, a quarant’anni dalla scomparsa di Piero Chiara, e in un Festival del Racconto che continua a esplorare le vie della narrazione con la stessa curiosità e voglia di sperimentare.

Accanto ai concorsi storici, occorre ricordare che nel 2026 si sono affiancati il Premio Chiara “12-14” e “Una voce per Piero Chiara”, dedicato ai podcast: iniziative che allargano il pubblico e invitano le nuove generazioni a misurarsi con il racconto.
Gli Amici di Piero Chiara ringraziano le giurie, gli autori, i lettori, i volontari e tutti i soggetti che rendono possibile la manifestazione.

A tal proposito, si sottolinea la presenza alla manifestazione di numerose autorità istituzionali, tra cui il prefetto di Varese Salvatore Pasquariello, il sindaco di Varese Davide Galimberti, Stefano Vassere in rappresentanza della Repubblica e Cantone Ticino, il sindaco di Luino Andrea Pellicini, il presidente della Provincia di Varese Marco Magrini (anche in rappresentanza della Comunità di Lavoro Regio Insubrica), l’assessore alla Cultura del Comune di Varese Enzo Laforgia, la segretaria generale della Camera di Commercio di Varese Anna Deligios e il dirigente dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Varese Giuseppe Carcano. Le autorità hanno partecipato ai diversi momenti di premiazione, portando il saluto delle istituzioni rappresentate.

La trentottesima edizione si chiude con una certezza: il racconto è più di una forma letteraria, ma è una “lente d’ingrandimento” per capire il presente, custodire la memoria e immaginare il futuro. E il Premio Chiara, nel suo nuovo corso, continua a essere il “giardino” privilegiato in cui la cultura del racconto può crescere e prosperare.

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