Ci sono incontri che raccontano un conflitto. E poi ci sono incontri che, per un paio d’ore, riescono a trasformare quel conflitto in volti, nomi, storie e persone. È quello che è accaduto a fine luglio a Germignaga, dove lo scrittore palestinese Yousri Alghoul, ospite del Tavolo per la Pace dell’Alto Verbano, ha presentato il suo libro “Il dolore di Gaza”.
Più che una conferenza, è stata una testimonianza. Più che una lezione di geopolitica, un racconto umano. Alghoul non ha parlato innanzitutto di strategie militari, di equilibri internazionali o di diplomazia. Ha parlato di bambini. Di famiglie. Di case distrutte.
Ha raccontato cosa significhi vivere in un luogo dove la normalità è stata sostituita dall’attesa del prossimo bombardamento e dove il rumore delle esplosioni accompagna la quotidianità. «La guerra – è stato il senso del suo intervento – non porta via soltanto delle vite. Porta via l’infanzia, i ricordi, le abitudini, il futuro».
Tra i passaggi più forti della serata c’è stato il racconto di un bambino che giocava con la propria bicicletta e che pochi istanti dopo è stato travolto da un bombardamento. Episodi che, per chi vive lontano da Gaza, rischiano di diventare numeri letti distrattamente su uno schermo. Per Alghoul, invece, quei numeri hanno sempre un volto, un nome, una famiglia. Ogni vittima era una persona, non una statistica.
Lo scrittore ha descritto una popolazione costretta a convivere con la fame, con la sete e con la continua ricerca di un luogo sicuro che, spesso, sicuro non è mai. Ha ricordato gli ospedali colpiti, le scuole trasformate in rifugi e poi nuovamente bombardate, le persone che percorrono chilometri soltanto per riuscire a ricaricare un telefono cellulare e comunicare ai propri cari di essere ancora vive. Perfino un gesto banale come trovare qualcosa da mangiare diventa una conquista.
Nel suo racconto è emersa anche la storia dell’amico Yasser. Dopo giorni trascorsi senza cibo, è tornato insieme alle figlie nella propria casa devastata dalla guerra. Tra le macerie, in mezzo a ciò che restava della loro vita, ha trovato soltanto una bottiglia di Coca-Cola. Un’immagine semplice, quasi insignificante, ma capace di raccontare meglio di qualsiasi analisi la disperazione di chi ha perso tutto.
Alghoul ha insistito più volte su un concetto: il silenzio può diventare una forma di complicità. Ha invitato il pubblico a non fermarsi alle semplificazioni, a leggere, studiare e approfondire una storia lunga oltre un secolo, ricordando come il conflitto israelo-palestinese non possa essere ridotto a slogan o tifoserie. Comprendere, ha spiegato, non significa necessariamente condividere una posizione politica, ma riconoscere prima di tutto l’umanità delle persone coinvolte.
Un altro tema ricorrente è stato quello della cultura. Per Alghoul scrivere, raccontare e pubblicare libri significa opporsi alla cancellazione della memoria. Ha ricordato il numero impressionante di giornalisti, insegnanti, medici, professori universitari e intellettuali morti durante il conflitto, spiegando che quando vengono colpiti la cultura e l’istruzione non si distruggono soltanto edifici, ma anche l’identità di un popolo.
Durante l’incontro si è parlato anche di pace, una parola che oggi appare lontanissima. Per lo scrittore palestinese, però, la pace non può nascere dall’indifferenza. Richiede ascolto, conoscenza e la capacità di guardare oltre le appartenenze. «Siamo tutti fratelli», è stato uno dei messaggi che ha attraversato il suo intervento, accompagnato dal richiamo a non perdere la sensibilità davanti alle immagini e alle notizie che arrivano ogni giorno da Gaza.
Al termine della serata nessuno sembrava avere trovato una risposta definitiva a una delle questioni più complesse del nostro tempo. Ma molti sono usciti con qualche domanda in più. Ed era probabilmente questo l’obiettivo di Yousri Alghoul: non convincere, ma invitare a guardare il conflitto con occhi diversi, ricordando che prima delle ideologie, dei governi e delle bandiere esistono esseri umani. Ed è proprio quando si smette di vedere le persone che ogni guerra riesce davvero a vincere.
(Foto di Sara Gambelli)
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