Una catenina d’oro, un bancomat e uno smartphone, portati via con la forza a seguito di un aperitivo finito in maniera tragica, cioè con una rapina subita a Maccagno con Pino e Veddasca da un trentenne, che dopo l’episodio si era recato dai carabinieri del paese per sporgere denuncia.
Tre persone sono finite a processo per quel fatto, risalente all’estate del 2020. Ma per loro il pubblico ministero ha chiesto l’assoluzione davanti ai giudici del Tribunale di Varese, perché “il fatto non sussiste”. E questo a fronte di quanto emerso dall’esame in aula della persona offesa, e delle incongruenze tra quello che il 30enne ha affermato in udienza e ciò che aveva dichiarato ai militari dell’Arma.
Un racconto, quello messo a verbale in udienza, segnato da “totale illogicità” e “fantasioso”, per riprendere le parole utilizzate dagli avvocati Corrado Viazzo e Giovanni Caliendo, legali dei tre finiti nei guai. In udienza la persona offesa ha affermato di non conoscere gli imputati – gli stessi incolpati tempo prima – e ha parlato di una discussione avvenuta in un bar e poi degenerata con un pestaggio, attribuito ad altri soggetti che avrebbero agito in gruppo e in un luogo diverso da quello indicato in denuncia.
Ad ogni modo la vicenda processuale non si è ancora conclusa. Per conoscere il verdetto del tribunale bisognerà attendere la fine di marzo. Intanto, però, le difese hanno chiesto la trasmissione degli atti alla procura, allo scopo di verificare gli estremi per il reato di calunnia. Per il quale sul banco degli imputati potrebbe finire l’odierna persona offesa.
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