L’incontro è alle 14, e sul tavolo della sala nella sua villetta bianca di Voldomino, accanto al Tresa, sono allineati libri e raccoglitori che contengono i dettagli delle sue infinite escursioni e delle imprese compiute da scalatore inarrestabile. Quelle che Giancarlo Colla, 94 anni, definisce “mattate”.
Lui, da sempre soprannominato “Ul Matt”, il matto, per il carattere sopra le righe, l’inesauribile voglia di sfide e la tendenza a schiacciare sotto le suole qualsiasi forma di rischio, ha un gran voglia di parlare della sua passione più grande: la montagna.
Di “mattate” Giancarlo ne ha fatto tante. Come salire in cima al Cervino, 4478 metri, a soli 19 anni, e farsi fotografare accanto alla croce di vetta. Giusto per dirne una. E’ proprio da qui che parte il racconto, con un salto indietro nel tempo fino ad un’epoca che chi ascolta conosce soltanto per le vicende storiche del secondo dopoguerra. “Ul Matt” invece, nell’agosto del 1948, era un giovane assistente tessile e con gli scarponi ai piedi – decisamente più pesanti delle scarpe sportive (e alla moda) che indossa oggi, comodamente seduto in poltrona – aveva già raggiunto la vetta del Rosa («il primo amore»), e facendo su e giù dalle montagne delle valli luinesi si preparava ad una sfida che nella sezione luinese del Cai – di cui il Colla, poco più che adolescente, era stato socio fondatore – gli iscritti avevano accolto così: «Sei un ragazzino, devi mangiarne ancora di polenta».
«Siamo arrivati in cima in due ore», ricorda oggi Giancarlo parlando dell’impresa compiuta insieme ad un altro ragazzo sotto la neve, che lasciò il posto al cielo sereno quando arrivarono alla meta: «Una sensazione indescrivibile». Il tempo “ufficiale” era di circa 4 ore.
Passo indietro. Come ha fatto il Colla a diventare una “macchina da arrampicata” con il pallino dei “quattromila”? «Ho imparato da solo la disciplina, perché ai miei tempi non c’erano corsi – ricorda – Ma prima ancora, sempre da ragazzo, facendo i giri in alpe da mio zio, in valle Cannobina, mi ero appassionato in fretta alle camminate. E mi ero accorto che quando gli altri si fermavano perché erano stanchi, io avevo voglia di continuare, di andare avanti. Ero portato per quella cosa».
“Quella cosa” negli anni in cui le fonti di svago erano limitate e molti in paese faticavano a mettere insieme il pranzo con la cena, ha assunto le forme dell’alpinismo, dell’escursionismo e del trekking. C’è poi una parentesi tra le mille avventure di Giancarlo Colla che descrive bene il suo approccio alla vita, e il senso di quel soprannome che ancora oggi l’uomo si sente cucito addosso: «Ero un ragazzino, avrei dovuto pensare ad andare in chiesa, al massimo a giocare a pallone. Invece volevo degli sci. Andai in un bosco con degli amici, e tra varie difficoltà riuscimmo a tagliare un frassino e a recuperare il legno per farci da soli i supporti con cui andare sulla neve. Nonostante l’aiuto di un falegname, gli sci vennero abbastanza storti, ma li usai lo stesso». Le prime prove, giù da una montagnetta dietro casa, trasmettono il brivido della discesa, ma sono anche un modo per attirare l’attenzione delle ragazze, per mostrare coraggio e sentirsi grande: “Un giorno però, non riuscendo a fermarmi, sono finito nel fiume. Che figura».
Rosa, Cervino, monte Bianco, Gran Paradiso, il Dente del Gigante («il più tosto»). E’ esteso l’elenco delle scalate, per non parlare di quello delle camminate. Il giro più lungo? «Maccagno – Laveno, fatto a 57 anni», risponde Giancarlo, con il ghigno di chi sa di aver spiazzato l’interlocutore. In teoria sono 20 chilometri circa, ma i due punti vanno considerati con la mentalità (e le gambe) del Colla: partenza alle 2 di notte e via verso Garabiolo, Forcora, Gambarogno, Neggia, Tamaro, Lema. Poi giù verso Dumenza, Poppino, Luino, Voldomino, Mesenzana. E di nuovo su per i sentieri verso il San Martino, Sant’Antonio, San Michele, il passo del Cuvignone, i Pizzoni. E infine la discesa verso Vararo e l’arrivo in stazione a Laveno per il treno delle 21.20.
«Sono circa 95 chilometri, fatti in 19 ore». Viene da sorridere, ma è tutto vero. Tutto documentato con foto, orari scritti a penna, schemi, dislivelli, linee rette e puntini che uniscono le sagome dei monti disegnate sui fogli classificati con cura nei raccoglitori che Giancarlo ha messo sul tavolo del suo salotto. Sono “montagne di ricordi”, come il titolo di uno dei due libri scritti dal Colla. L’altro in copertina ha questa scritta: “50 itinerari e tempi per diversamente giovani 90enni”.
Perché i due libri? «Per lasciare un segno della mia storia», risponde Giancarlo. Parlando della sua vita, l’ultimo capitolo alla voce “mattate” riguarda l’escursione in mountain bike fatta da un Colla ottantenne insieme al nipote: partenza da casa, direzione Colmegna, poi Agra, Pradecolo, Lema e rientro dalla Svizzera. «Oggi mi accontento di girare con le bacchette tra Voldomino e il Premaggio», aggiunge in conclusione Giancarlo, che in casa cerca di starci il meno possibile, e quando non può uscire all’aria aperta, accende il computer, lo collega al pc, apre Youtube e cerca dei video sulle sue amate montagne.
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