Giù dal letto nel cuore della notte, per via delle urla e della musica alta, giornate scandite dai litigi e segnate dalla paura, vita sociale praticamente azzerata, perché a quelle condizioni era impossibile invitare amici a casa, e per non correre rischi era necessario limitare gli spostamenti.
Inizia così il triste elenco dei disagi che per mamma e figlia, entrambe residenti a Lavena Ponte Tresa, sarebbero stati causati dall’uomo 55enne che per anni ha abitato nell’appartamento sotto al loro in un condominio del paese. Lui, denunciato due volte, è oggi a processo per stalking, anche nei confronti di altri due condomini.
Dietro le accuse a suo carico c’è un quadro che quella madre, 48 anni, chiamata ieri a testimoniare in Tribunale a Varese, insieme alla figlia 21enne, ha descritto andando dritta al punto: «Era una vita di inferno. Alla fine ci siamo trasferiti, non si poteva andare avanti così». Il trasloco arriva nel 2021. La famiglia vuole lasciarsi alle spalle quell’uomo descritto come incivile e violento, che «pensava di essere il padrone del palazzo» e, secondo le accuse, faceva esplodere tutta la sua rabbia ad ogni minimo movimento dei vicini. E quando incrociava gli stessi, negli spazi comuni del condominio, perdeva la testa accanendosi verbalmente su di loro, tra insulti e minacce.
Poi, stando alle testimonianze, c’erano anche i problemi tra l’uomo, la sua consorte e i figli, che potevano degenerare in botte e successive richieste d’aiuto rivolte dai congiunti dell’odierno imputato (difeso dall’avvocato Corrado Viazzo) alle odierne persone offese (mamma e figlia si sono costituite parte civile nel procedimento con l’avvocato Daniele Franzetti). «Io avevo il terrore di scendere da loro», ha raccontato la 48enne, ricordando anche le volte in cui l’uomo tornava a tarda sera, con la musica a tutto volume che usciva dallo stereo dell’auto; saliva le scale della palazzina e la moglie non gli apriva. E a quel punto erano urla e bestemmie.
I vicini, esasperati, iniziano a registrare con il telefono le sfuriate dell’uomo, e i file audio vengono riempiti da frasi come «vi scanno», «vi scuoio», «vi ammazzo come animali». Le registrazioni finiscono in mano ai carabinieri, che tra il 2020 e il 2021 intervengono varie volte in quel condominio: «Ma lui scappava – ha aggiunto la vicina 48enne – e per quelle nostre richieste d’aiuto alle forze dell’ordine ci considerava degli infami». Un’altra fuga, questa volta dall’ospedale, arriva nel 2021 a seguito di un trattamento sanitario obbligatorio, cui l’uomo era stato sottoposto.
Una perizia chiesta dalla Procura e ora agli atti del processo, riconosce una parziale incapacità di intendere e di volere dell’uomo al momento dei fatti. Un altro racconto, portato in udienza dalla testimone 21enne, rimanda invece ad un aspetto paradossale della vicenda: «Lui diceva che eravamo indemoniati – ha affermato la ragazza parlando dell’imputato – e che solo Dio poteva redimerci».
Delirio a parte, i problemi causati alla giovane da quella situazione erano seri: «C’era la pandemia e con la scuola facevamo didattica a distanza. Facevo fatica a dormire e a studiare. Perdevo le lezioni ogni volta che lui staccava la corrente. Avevo paura di uscire, anche solo per ritirare i pacchi del corriere, perché sapevo che avrei potuto incontrarlo».
Con il trasferimento della ragazza e dei genitori, non arriva il tanto atteso nuovo inizio, lontano dal 55enne e dalle sue ossessioni. Un giorno scatta una chiamata dei vicini: l’uomo si è rifatto vivo e con un cellulare in mano sta filmando la nuova casa della famiglia.
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