Tossicodipendenza, spaccio e debiti di droga. Sullo sfondo la Valcuvia, e in particolare i suoi boschi, già impiegati dai pusher albanesi per vendere le buste di sostanze, qualche anno prima che scoppiasse il fenomeno dello spaccio gestito dai magrebini all’ombra delle stesse piante.
Sono gli elementi e il contesto di una vicenda risalente all’ormai lontano 2015, ma ancora legata ad un processo in corso in tribunale a Varese, con imputate sei persone, tra cui appunto dei soggetti di nazionalità albanese. Uno degli episodi risalenti a quell’epoca, connesso ad una tentata estorsione e ad un violento pestaggio, è stato raccontato oggi in aula, davanti ai giudici, dalla persona che aveva subito pressioni da un giovane a cui doveva ben 4mila euro per l’acquisto di un chilo di marijuana.
Lo stesso giovane, italiano e oggi trentunenne, lo aveva avvertito per telefono: «Stiamo arrivando, se non troviamo i soldi pronti ti ammazziamo». Quel giorno il ragazzo, insieme ad altri, si presentò davvero a casa della vittima, un uomo classe 1967, residente a Castello Cabiaglio e assuntore di droga da quando era poco più che ventenne. Varcata la soglia di una vecchia corte, il gruppo pronto a riscuotere passò dalle minacce ai fatti. L’uomo fu picchiato ma dopo un po’ riuscì a togliersi di torno, scappando dalla sorella. In casa sua, però, gli aggressori scatenarono un pandemonio, mettendo tutto sottosopra e distruggendo mobili e altro materiale, anche di pregio.
Per l’uomo, oggi cinquantaseienne, parte civile nel processo, dove è assistito dall’avvocato Gianluca Franchi, quel debito poteva essere superato in un altro modo. «Avevo messo da parte degli oggetti antichi, appartenenti ai miei genitori – ha ricordato in aula – Oggetti del valore di almeno 20mila euro. Li avrei venduti e non si sarebbe arrivati a quel punto».
Un nuovo capitolo della triste storia, nonostante i diversi anni trascorsi, è stato scritto oggi in udienza, nel momento in cui il cinquantaseienne ha spiegato ai giudici come riusciva a procurarsi quantitativi elevati di droga pur facendo l’artista, un lavoro che non gli garantiva grossi guadagni, tanto che in casa l’uomo non poteva contribuire alle spese, tutte a carico della compagna: «Quello che compravo, in parte lo rivendevo». Così la sua testimonianza in veste di persona offesa è stata interrotta e il cinquantaseienne è stato avvisato della facoltà di nominare un difensore di fiducia. Visto che sul suo conto potrebbero essere svolti degli accertamenti riguardanti il reato di spaccio.
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