Varese | 15 Marzo 2023

Besozzo, rapina e tentata estorsione: minorenne nei guai insieme allo zio

Il giovane, con un complice, aggredì un ragazzino nel dicembre 2020, rubandogli lo zaino. La rivelazione sul parente: «Non c'entra, ho usato il suo telefono per chiedere soldi alla vittima»

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Giovanissimi e già alle prese con una delicata vicenda processuale, riguardante fatti avvenuti quando i ragazzi – classe 2006 e 2004 – erano entrambi minorenni.

Le accuse sono di rapina e tentata estorsione, e nei guai con loro c’è lo zio quarantaseienne di uno dei due, che avrebbe partecipato in concorso e come “istigatore” ai fatti avvenuti a Besozzo nel dicembre del 2020, ora connessi ad un processo in corso davanti al collegio del Tribunale di Varese, con imputato il quarantaseienne, difeso dall’avvocato Oskar Canzoneri, e un altro che è nella fase dell’udienza preliminare davanti al tribunale dei minorenni, e riguarda le accuse contestate ai due ragazzi.

Tutto ha inizio in una sera di dicembre al parco di Besozzo. Un ragazzino, zaino in spalla, sta tornando a casa e si imbatte in due soggetti con mascherina e cappuccio. Uno lo blocca, l’altro gli sferra un pugno. Lo zaino, contenente i documenti, il cellulare, una cassa bluetooth e il portafogli, sparisce insieme agli aggressori.

La vittima arriva a casa e con un vecchio telefono fa una storia Instagram per avvisare gli amici dell’accaduto. Tra gli account che interagiscono c’è quello di uno degli aggressori, ma il ragazzino derubato non lo sa quando nella notte riceve un messaggio riguardante quello che gli è accaduto poche ore prima: «Conosco chi ti ha preso lo zaino, per 200 euro posso aiutarti a riaverlo ma non avvisare le forze dell’ordine, quella è gente pericolosa».

All’incontro del giorno dopo il ragazzino ci va con i carabinieri in borghese, che al momento dello scambio bloccano uno dei due presunti rapinatori. Lo portano in caserma e gli sequestrano il cellulare, da cui emerge uno scambio di messaggi con lo zio, volto ad organizzare l’estorsione. La conversazione, immortalata tramite screenshot, era arrivata nella notte anche alla vittima, come prova del contatto diretto con i malviventi.

«Facevo finta di messaggiare con i rapinatori, quando in realtà il rapinatore ero io», ha spiegato ieri da testimone, nel processo a carico del parente, il ragazzo classe 2006. «Mio zio non c’entra niente – ha aggiunto – dormiva quando ho preso il suo telefono per scrivere alla vittima della rapina, poi mi sono dimenticato di cancellare le chat e il giorno dopo lui, tornato dal lavoro, ha scoperto tutto. Non l’avevo mai visto così arrabbiato, sperava di non finire in mezzo a questa storia, e invece ora siamo qui».

L’altro giovane, sentito a sua volta come testimone, ha negato di aver preso parte all’estorsione, un’idea del complice. Mentre entrambi hanno ammesso di aver aggredito il ragazzo al parco per un presunto debito di 200 euro. Denaro che però la vittima, sempre davanti ai giudici, ha negato di aver mai ricevuto: «Non ne avevo bisogno e poi non sono uno che va in giro a chiedere soldi». Alla fine lo zaino fu restituito grazie all’intervento dei militari dell’Arma. Dentro c’erano i documenti e la cassa per la musica, ormai rotta. Il telefono, invece, fu trovato in un tombino. Completamente distrutto.

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