La cresima del nipote e i festeggiamenti al bar con gli amici, per il ventisettesimo compleanno, avrebbero dovuto scandire una tipica giornata di felicità. Ma dopo la celebrazione religiosa e i primi due brindisi, la spensieratezza lasciò il posto ad un vortice di violenza. Tutto in pochi attimi ma l’impatto fu devastante per una giovane, colpita al volto con un bicchiere di vetro, spezzato appositamente per fare del male.
Sono le fasi salienti di un incubo che due anni dopo i fatti, avvenuti all’esterno di un bar nel Lavenese, non si è ancora concluso per la ragazza, all’epoca 27enne e residente in un paese della fascia lacustre dell’alto Varesotto, oggi parte civile in un processo a carico della donna, classe 1985, accusata di essere la responsabile delle lesioni permanenti al viso riportate dalla 27enne dopo l’aggressione con il bicchiere.
Uno sfregio su una guancia, che le cure mediche e un intervento chirurgico non hanno rimosso, e i cui effetti estetici possono essere soltanto attenuati, con creme e trucco, ma non potranno mai essere completamente rimossi. «Mi viene ancora da piangere», ha affermato la ragazza oggi, davanti ai giudici del tribunale di Varese, guardando le foto del suo volto insanguinato, scattate quel giorno di ottobre del 2020 dopo la richiesta d’aiuto rivolta dalla ragazza stessa alla madre, dalla quale si presentò come una maschera di sangue.
Al bar i festeggiamenti erano stati sospesi per una sorta di resa dei conti improvvisata, dai tratti ancora poco chiari – per quello che è stato ricostruito nella prima udienza dibattimentale del processo – e con due sole protagoniste: la 27enne e quella donna che – stando alla deposizione della vittima – non la poteva vedere per via di una relazione sentimentale che la giovane aveva intrapreso tempo prima con un ragazzo, ex compagno dell’odierna imputata.
«Non era tra gli invitati alla mia festa – ha sottolineato la persona offesa parlando della donna – ma trovandola al bar ho pensato di sotterrare l’ascia di guerra, offrendole da bere e chiedendole di uscire a fumare una sigaretta». Voleva chiarire definitivamente, superare attriti e incomprensioni che si trascinavano da tempo e invece, poco dopo aver varcato la soglia del locale, la giovane fu travolta da una improvvisa furia. Quella della 35enne, secondo l’accusa, che avrebbe spaccato contro il cancello del bar il bicchiere vuoto che aveva in mano, usandolo poi come oggetto contundente.
Niente testimoni, solo loro due, e un messaggio inviato dalla vittima alla donna, poche ore dopo, direttamente dal letto dell’ospedale. Un messaggio di scuse per quanto accaduto, che getta ombre sulla dinamica dell’episodio. Perché la ragazza avrebbe dovuto scusarsi con la persona che le aveva sfigurato il volto? «Perché in quello stato non mi ricordavo esattamente cosa avevo fatto, ma ero sicura di averle dato una sberla e di averla fatta cadere dopo che lei mi aveva colpito».
Tra le certezze, invece, c’è il delicato percorso di recupero affrontato dalla 27enne, dopo i punti di sutura e la sala operatoria. Un percorso fatto di sofferenza, anche psicologica, ha raccontato lei stessa rispondendo ad una domanda del suo avvocato: «Oggi per me non è più facile uscire, inoltre devo stare molto attenta all’esposizione al sole per via della cicatrice». E i rapporti con l’imputata, sua compaesana? «Nessun contatto da quella sera». Forse si rivedranno in tribunale, dove la donna – se vorrà – potrà fornire la propria versione dei fatti.
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