L’impatto della pandemia sulla salute psicologica dei cittadini in Ticino, in rapporto alle misure restrittive attivate dalle istituzioni; misure sicuramente meno d’impatto rispetto a quelle imposte nel nostro paese – con lockdown e lunghi periodi di isolamento – ma comunque in grado di incidere sulla quotidianità delle persone, tanto da spingere il Consiglio di Stato a commissionare alla SUPSI uno studio del fenomeno.
I risultati di questa ricerca, che ha coinvolto in totale 3.000 persone tra giovani (14-24 anni) e adulti (25-65 anni) sono stati pubblicati negli scorsi giorni dal Dipartimento della sanità ticinese.
Il cosiddetto “progetto CoSmo” non ha messo in evidenza soltanto gli aspetti negativi già più volte affrontati dagli esperti nel recente passato: ansia, depressione, isolamento, uso eccessivo dei social network, senso di inadeguatezza e difficoltà ad accettare la didattica a distanza; dallo studio curato dalla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana sono emersi anche altri fattori che certificano risvolti positivi nonostante la sofferenza e le dinamiche sociali inserite in una situazione senza precedenti. Tra questi, una maggiore responsabilizzazione da parte dei giovani, una riscoperta della vita in famiglia, a contatto con i propri cari, e l’approccio a nuove attività salutari, come ad esempio le passeggiate nella natura. Il tutto mosso da una spiccata attitudine alla resilienza che ha consentito, soprattutto ai giovani, di dare un senso alla crisi, interpretandola in maniera stimolante.
«Il Cantone si è attivato ben presto con interventi di prevenzione e di sostegno, sia a livello psicosociale che scolastico, la ricerca rinforza la validità delle piste d’azione avviate – si legge in una nota del Dipartimento della sanità – così come rende attenti sull’importanza sia di attività di promozione della salute più generali, sia di focalizzare l’azione su iniziative mirate a target specifici, quali il sostegno ai giovani più vulnerabili e alle loro famiglie, l’intervento precoce, il rinforzo della dimensione dell’ascolto a scuola, la partecipazione e la messa a disposizione di spazi per attività informali positive».
Proprio ai giovani più vulnerabili è dedicata una precisazione da parte degli autori dello studio, come si apprende da una versione in sintesi del progetto (consultabile cliccando qui): «Bisogna osservare che quello che è stato analizzato è l’andamento medio di un sottocampione della popolazione generale e che i partecipanti hanno senz’altro determinato un processo di autoselezione che ha portato le persone con maggiori risorse ad aderire più facilmente. Mancano dunque dati specifici a quelle fasce di popolazione giovanile particolarmente fragilizzate. A queste necessarie precisazioni va aggiunto che l’innalzamento delle scale di sofferenza, più importante presso gli adolescenti e i giovani adulti rispetto agli adulti, rappresenta comunque un segnale da non sottovalutare, sebbene esso resti all’interno di un contesto di generale apprezzamento verso la vita».
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