Varese | 23 Marzo 2022

Minacce e insulti ai carabinieri, ma il “boss di Luino” viene assolto

L'uomo nell'aprile 2018 si rivolse in tono oltraggioso agli uomini in divisa che gli avevano chiesto i documenti fuori da un bar. Decisive le conclusioni del difensore

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«Non vi do niente, sapete già chi sono». Questa la risposta che un cinquantaseienne pluripregiudicato diede ai carabinieri di Luino fuori da un bar della frazione di Voldomino in una sera di aprile del 2018; un comportamento che gli è costato l’accusa di oltraggio e minaccia a pubblico ufficiale. L’uomo, subito dopo, rincarò la dose affermando di essere un boss e dicendo ai militari dell’Arma che li avrebbe ammazzati.

Frasi che se pronunciate da un soggetto attualmente in carcere per un tentato omicidio (e con una lunga serie di precedenti alle spalle) provocano inevitabilmente una certa inquietudine, oltre alla preoccupazione che si possa passare, da un momento all’altro, dalle parole ai fatti.

Quella sera però i carabinieri della città lacustre si erano recati all’interno del bar per effettuare un controllo amministrativo. Lo ha sottolineato in tribunale a Varese, durante l’ultima udienza del processo, l’avvocato Alessandro Oliva, difensore dell’imputato. In altre parole, secondo la tesi del legale, i carabinieri non erano lì per il cinquantaseienne, ma mentre uno dei militari eseguiva le verifiche all’interno del locale, fuori un collega aveva iniziato a controllare l’identità degli avventori.

E lì, non riconoscendo il soggetto (già noto invece all’altro carabiniere), l’operante chiese all’odierno imputato per quale motivo fosse in giro senza documenti, e a quel punto lo scambio verbale diventò quasi una “questione personale” tra i due; ma il “non aver interrotto l’attività del pubblico ufficiale”, cioè la verifica amministrativa, escluderebbe per la difesa la configurazione del reato di resistenza.

Diversa la posizione del pubblico ministero, che consultando gli atti ha invece sottolineato come l’attività di verifica dentro il bar fosse ancora in corso mentre all’esterno la situazione stava degenerando. Ad ogni modo le precisazioni in punto di diritto hanno prevalso, consentendo alla difesa di ottenere l’assoluzione dell’uomo tramite la sentenza pronunciata dal giudice Alessandra Sagone.

Il cinquantaseienne è stato assolto (perché il fatto non sussiste) dall’accusa di non aver fornito le proprie generalità (fu riconosciuto come soggetto già noto e i suoi dati furono inviati alla centrale); l’oltraggio è stato riqualificato in ingiuria, reato che non è più punito dalla legge, mentre la resistenza è stata riqualificata in minaccia, accusa caduta per la mancanza di querela (necessaria ai fini della procedibilità).

Il pubblico ministero aveva chiesto la condanna a nove mesi di reclusione. A nulla è valsa invece la testimonianza di un residente presente al momento dei fatti. Il suo breve esame in aula si è svolto tra i “non ricordo, seguiti da una precisazione: «Abito a trenta metri dal bar, qui i carabinieri e la polizia passano a controllare quasi ogni sera».

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