«E’ stata fatta la cosa più importante, cioè mettere in campo uno strumento per combattere gli effetti della ludopatia». A quasi quattro anni di distanza dall’impegno assunto da oltre venti comuni dell’alto Varesotto attraverso il piano di zona, la legittimità e l’efficacia della cosiddetta ordinanza “anti slot” (leggi qui i dettagli) sono state ribadite dal TAR della Lombardia anche per quanto concerne i fondamenti giuridici dell’iniziativa.
Per questo c’è soddisfazione dietro il commento del sindaco di Lavena Ponte Tresa, Massimo Mastromarino, dopo che i giudici del tribunale amministrativo hanno rigettato il ricorso di due società che gestiscono le slot machine negli esercizi commerciali del paese – le quali intendevano ottenere l’annullamento del provvedimento e un risarcimento danni – ritenendolo infondato.
L’ordinanza sindacale, emessa nell’inverno del 2018, ha istituito tre fasce orarie (mattina presto, primo pomeriggio e cena) durante le quali le macchinette presenti nei locali devono essere spente. Lo scopo è quello di spingere il giocatore compulsivo a tornare a casa nei momenti centrali della giornata.
Tre le principali motivazioni che le società, tramite i rispettivi legali, avevano posto alla base del ricorso: il fatto di non essere state informate della misura; la disparità di trattamento rispetto ad altre forme di gioco a cui è possibile accedere nei bar e nelle sale; i dubbi circa gli effettivi benefici del provvedimento che impatta sul libero esercizio della attività d’impresa.
Nel merito i giudici hanno stabilito che: l’ordinanza, essendo relativa agli orari, riguarda gli esercenti e non i gestori degli apparecchi; le slot comportano una “relazione diretta” con il giocatore, non ci sono quindi intermediazioni nelle modalità di utilizzo (a differenza di altri giochi) e questo favorisce l’attività compulsiva (in sostanza il maggior sforzo “cognitivo”, richiesto per tentare la fortuna da altre tipologie di gioco, viene azzerato dal “metti i soldi e schiaccia” delle slot, come già evidenziato da una precedente sentenza del TAR emessa nel 2015: “Slot machine e videolottery paiono i più insidiosi nell’ambito del fenomeno della ludopatia, in quanto, a differenza dei terminali per la raccolta delle scommesse, implicano un contatto diretto ed esclusivo tra l”utente e la macchina, senza alcuna intermediazione umana volta a disincentivare, per un normale meccanismo psicologico legato al senso del pudore, l’ossessione del gioco, specie nella fase iniziale del processo di dipendenza patologica”).
Circa l’argomento dei benefici sul giocatore derivanti dalla restrizione, e in rapporto alla presunta carenza di evidenze di carattere scientifico a supporto dell’ordinanza, il tribunale ha risposto ai ricorrenti citando la giurisprudenza, e nello specifico una sentenza emessa nel 2020 dal Consiglio di Stato: la limitazione oraria è un idoneo strumento di lotta della ludopatia. La misura non è un divieto generalizzato ma una regolamentazione su “attività economiche riconosciute scientificamente pericolose alla salute”. Quanto al primo cittadino, ha agito in un campo di sua competenza, che è appunto quello della salute pubblica, e lo ha fatto – hanno affermato i giudici – secondo i poteri che gli sono attribuiti.
Il TAR ha infine tenuto conto del contesto in cui è maturata la decisione di stilare il regolamento, cioè dopo la valutazione dei risultati di un progetto di prevenzione del gioco d’azzardo curato dal Comune e finanziato da Regione Lombardia. Un progetto incentrato sugli allarmanti dati riguardanti i disturbi da gioco sul territorio, forniti ai sindaci dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e dai SERT (in relazione agli accessi per ludopatia), prendendo inoltre spunto dalle disposizioni nazionali e regionali che mirano alla prevenzione, per mettere “al sicuro” la misura sotto il profilo legislativo.
«Abbiamo raggiunto un risultato storico – sottolinea in conclusione Mastromarino – un risultato che non appartiene al singolo comune ma a tutta la comunità dell’alto Varesotto e che certifica la bontà di una iniziativa pensata e condivisa da noi amministratori per contrastare una problematica sociale molto forte».
Lo strumento funziona. La pandemia ha ovviamente aperto una grossa parentesi, all’interno della quale – complici le restrizioni anti contagio – le abitudini di tutti, nel bene e nel male, hanno subìto profonde alterazioni per lunghi mesi. Prima del covid però, assicura il sindaco di Lavena Ponte Tresa, ci sono stati dei riscontri: l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha documentato per il 2019 la “riduzione del giocato” nei locali del Comune lacustre. Che tradotto significa: meno soldi buttati nelle macchinette.
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