Due cellulari al prezzo di 160 euro: 80 euro l’uno. Un affare per due cittadini di origine marocchina, residenti in Valcuvia, che non esitarono ad acquistare gli apparecchi da un connazionale, poi espulso dal suolo italiano.
Le vicissitudini personali del “venditore” e i suoi problemi con la giustizia, risalenti al 2017, finirono però per coinvolgere anche le due persone che avevano comprato quei telefoni, senza dubitare dell’offerta fin troppo conveniente che gli era stata presentata. I cellulari erano rubati e i nuovi possessori – un trentunenne e un uomo di cinquantotto anni -, una volta concluse le indagini sul furto sono finiti a processo con l’accusa di ricettazione.
“Capita che questi scambi tra connazionali riguardino somme di denaro non esattamente corrispondenti al valore del bene – ha affermato in tribunale a Varese, nel corso dell’ultima udienza, l’avvocato Andrea Pellicini, difensore dei due imputati -. L’acquisto, in questo caso, è stato effettuato in assoluta buona fede, come è emerso in dibattimento dalle dichiarazioni rese da uno dei miei assistiti. Lo stesso era perfettamente consapevole del fatto di poter essere rintracciato attraverso l’apparecchio elettronico, circostanza che lo avrebbe esposto a grossi rischi se davvero fosse stato a conoscenza della provenienza illecita dei due telefoni”.
Il giudice Alessandra Sagone ha assolto entrambi gli imputati per particolare tenuità del fatto, accogliendo la richiesta di derubricazione del reato, da ricettazione a incauto acquisto, avanzata dalla difesa. L’accusa, rappresentata dal pubblico ministero Davide Toscani, aveva chiesto la condanna a sei mesi di reclusione e al pagamento di una multa.
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