“Un fattore chiave per lo sviluppo del mercato del lavoro nelle regioni di confine”. Così l’Osservatorio sulla libera circolazione delle persone tra Svizzera e Unione europea inquadra l’intero settore del frontalierato nel report annuale pubblicato alcune ore fa.
L’affermazione non si riferisce però soltanto agli ultimi dodici mesi, pesantemente condizionati dalla pandemia, ma si inserisce in una più ampia panoramica che riguarda l’evoluzione del mercato del lavoro negli ultimi dieci anni durante i quali nelle regioni di confine, con un’elevata quota di frontalieri, la crescita occupazionale è stata più marcata rispetto alle zone centrali. Inoltre, specificano gli analisti, “l’aumento di occupati e il calo della disoccupazione non hanno pregiudicato le opportunità di impiego della popolazione locale. Anche se qui si registrano differenze salariali ingiustificate tra frontalieri e residenti con qualifiche simili rilevanti sotto il profilo salariale”.
Il verdetto si arricchisce di significato se posto a confronto con l’intensa campagna referendaria promossa lo scorso autunno dai partiti conservatori per limitare l’ingresso in terra elvetica dei frontalieri e degli immigrati, considerati dai promotori dell’iniziativa la causa di minori sbocchi lavorativi per i ticinesi e un peso non più sopportabile ancorato alla qualità della vita degli stessi.
La campagna, non una novità, dati i numerosi precedenti con interventi di carattere propagandistico talvolta poco eleganti, portò con sé un clima caratterizzato da intensi scambi verbali tra la schiera del “sì” e quella del “no”, e tra gli interventi a difesa dei frontalieri non mancarono quelli di vari esponenti della politica luinese, così come da consiglieri regionali e parlamentari legati al territorio.
Ora lo studio dell’osservatorio riporta equilibrio e razionalità all’interno della delicata questione, smentendo i pregiudizi e ridimensionando di gran lunga il peso di certi attacchi, mai passati inosservati nella storia recente. Ma c’è di più. Un ampio capitolo del report è dedicato al settore sanitario, strettamente connesso all’attività del personale straniero. Personale specializzato e altamente qualificato che negli ultimi dieci anni ha costantemente soddisfatto la domanda di impiego nel settore, e che si è rivelato di vitale importanza durante la gestione delle fasi più critiche dell’emergenza pandemica, tra turni raddoppiati, giornate e orari ridefiniti in base alla capacità di contenimento della situazione Covid nelle singole strutture ospedaliere e, non da ultima, una pesante situazione di incertezza e disagio per i rientri a casa nel periodo di chiusura delle frontiere.
“I cittadini dell’Ue – si legge tra le righe del report – rappresentano un terzo dei medici specialisti e il 31% dei medici generalisti (di famiglia, ndr) che lavorano in Svizzera; tra i fisioterapisti, i dentisti e i farmacisti sono circa un quarto, mentre tra il personale infermieristico il 19%. Inoltre nelle regioni di confine i circa 34 mila frontalieri che lavorano nel settore sanitario garantiscono in modo significativo l’assistenza”.
Il tutto a fronte di una situazione generale che durante il 2020 ha visto diminuire del 3,7%, rispetto al 2019, il volume del lavoro svolto. “I gruppi di popolazione sovrarappresentati nei settori particolarmente colpiti (dalle conseguenze del Covid, ndr) sono stati toccati molto più degli altri dalla crisi. Ad esempio, per i cittadini dell’Ue il volume di lavoro è sceso del 4,5%, ossia di circa un terzo in più rispetto a quello dei cittadini svizzeri”. Queste persone sono state colpite più duramente dalla disoccupazione e il riferimento va soprattutto agli europei dell’est e del sud, in quanto molto presenti nel settore alberghiero e della ristorazione. Le persone provenienti dall’Europa settentrionale e occidentale sono state invece meno toccate dal fenomeno, visto che spesso hanno potuto lavorare da casa”.
Per quanto concerne infine il saldo migratorio, gli ultimi dodici mesi hanno portato un leggero calo a confronto con il 2019. Un effetto, anche in questo caso, della difficile situazione lavorativa che non ha però causato un aumento del numero di persone che hanno lasciato la Confederazione elvetica (al contrario diminuito). “I dimoranti temporanei, il cui numero varia rapidamente in base all’andamento congiunturale e che svolgono una funzione di cuscinetto nel mercato del lavoro durante le fasi di recessione, sono fortemente diminuiti – si apprende ancora dal report -. Con la ripresa economica all’orizzonte e il probabile calo del lavoro ridotto e della disoccupazione, si prevede un nuovo incremento della domanda di manodopera straniera nel corso di quest’anno”.
Qui il rapporto completo pubblicato in lingua francese (con una sintesi in italiano).
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