Si chiama “Stige” ed è la nuova inchiesta transnazionale contro la ‘ndrangheta avviata dalla magistratura italiana. Un’indagine, come racconta il quotidiano “La Prealpina”, che ha toccato diverse zone del varesotto e del comasco e che ha visto il coinvolgimento anche di alcune città del Canton Ticino, quali Lugano e Chiasso. Una maxi operazione che ha rivelato le attività criminali di una delle cosche più potenti della Calabria, quella di Farao-Marincola, che, oltre ad operare sul territorio circostante, si è diramata nel Nord e Centro Italia (Emilia Romagna, Lombardia, Veneto, Lazio) e in Germania.
A fronte di un arresto di 169 persone realizzato grazie al lavoro simultaneo di più di mille carabinieri, il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, ha definito l’operazione come la più grande per numero di arresti negli ultimi 23 anni e un modello esemplare da presentare nelle scuole di magistratura per indagini per associazione mafiosa.
Inoltre, sono state sequestrate 57 società che in molti casi si sono rivelate come dichiaranti “reddito zero e che invece avevano a disposizione mezzi e case di lusso”, come ha affermato Lorenzo Sabatino, colonnello del Ros (Raggruppamento operativo speciale, ndr).
“Vino buono.” È quanto emerge dalle intercettazioni dei carabinieri, con “un milione di bottiglie” che hanno superato il valico italosvizzero, direzione Lugano. Un’attività molto prolifica, che ha fatturato enormi quantità di denaro, anche grazie all’acquisizione di gran parte dei locali interessati nel commercio vinicolo: come è stato captato nelle conversazioni, infatti, 16 esercizi erano ritenuti “già nostri” ed altri “in società”.
La volontà della cosca era quella di espandere il proprio business, aumentando il numero di investimenti nel campo enogastronomico anche oltreconfine e secondo gli investigatori era nelle loro intenzioni riprodurre lo stesso prototipo in Germania, dove gruppi di ‘ndrangheta sono riusciti ad imporre l’acquisto di prodotti propri come semilavorati per pizze e vino di origine calabrese.
Ma non solo ristorazione. Dalla Confederazione una volta al mese “migravano” in Emilia Romagna mazzette di denaro da ritirare, mentre armi lunghe e corte passavano indisturbate il confine, camuffate dentro blocchi di mattoni.
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