Si firma come “sopravvissuta”, condizione che “non era così scontata”, e descrive ai contatti Facebook un dramma personale causato dal coronavirus, ottenendo nel giro di poco tempo centinaia di condivisioni sul social network e una pioggia di messaggi di solidarietà.
Il conforto e la vicinanza sono però elementi di contorno – per quanto piacevoli dimostrazioni di sensibilità – rispetto all’intento originario della dottoressa Annamaria Da Milano, pediatra luinese, che la sua storia di lotta al Covid, vissuta in prima persona e in ambito familiare, la racconta per un altro motivo.
Dopo dieci giorni di ricovero ospedaliero, difficoltà respiratorie e altre complicazioni legate al contagio, la prospettiva di andare incontro ad un Natale diverso e “meno magico”, percepita in termini di disagio da tantissimi italiani – come documentano le cronache quotidiane provenienti dai profili social e non solo – appare inevitabilmente ridimensionata e ridotta a ciò che realmente rappresenta in un periodo storico che non conosce precedenti.
Lo scopo del racconto è dunque quello di far riflettere sull’entità dei sacrifici che ci vengono richiesti, sulla loro ineluttabilità, sul rapporto che passa tra rinuncia e perdita. Sull’atteggiamento di chi ha deciso di impuntarsi, perché “il Natale è il Natale” e così deve essere anche in tempo di pandemia.
Che cosa è davvero essenziale tra la tutela della salute attraverso una condizione di sicurezza, per quanto difficile da accettare, e la voglia di ricongiungimento – alimentata dallo spirito delle festività di fine anno – con i propri familiari?
La risposta evidentemente non è univoca se una simile esperienza si fa testimonianza, e diventa quindi di dominio pubblico mediante il tentativo di smuovere le coscienze. E la testimonianza, riassunta per sommi capi (qui il testo integrale del post) è la seguente: una madre scopre la positività del figlio, conseguenza – dovutamente accertata – di una pizza tra quattro amici e di una serata trascorsa in casa. Per il giovane nessun disturbo grave, per i genitori, entrambi cinquantenni, è l’inizio di un incubo: febbre a quaranta, svenimenti, insufficienza respiratoria acuta. Segue il ricovero in ospedale a Luino con il rischio della terapia intensiva che passa davanti agli occhi, ma la situazione fortunatamente non precipita.
Poi la convalescenza, i danni reali e il conto spietato del Covid, ai quali si aggiunge l’invito ad abbandonare i preconcetti per considerare da una prospettiva diversa il senso di un Natale da vivere nel segno della responsabilità, domando il desiderio della condivisione.
“Adesso dopo quaranta giorni siamo negativi e ci troviamo alle prese con una rieducazione fisica (si parla di reimparare a respirare e a camminare), psicologica (esperienza che ti segna) e con un lutto non Covid da assimilare (non avendo potuto esserci quando era necessario). Per una pizza tra 4 amici… quattro. Il Governo ha fatto scelte sbagliate (qualcuna, non tutte) ma il concetto è: senza mascherina, in ambiente chiuso, tra persone che non si frequentano tutti i giorni e che si vedono solo a Natale, si corrono dei rischi […]. Perché vi racconto tutto ciò? Perché se riuscissi ad evitare anche un solo contagio, che può voler dire la morte per un nonno o il ricovero pesante per un genitore, sarei felice. E sto male quando leggo le cose sciocche che qualcuno scrive sulla lontananza il giorno di Natale. I miei figli sono stati soli e lontani da mamma e papà (che erano in ospedale) per 12 giorni. Per quest’anno il Natale e le festività andranno così, dovranno essere così. Altrimenti dopo tre settimane, torneremo a contare i morti e gli ospedali si riempiranno di nuovo. Quando ci sarà il vaccino, ne riparleremo”.
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