Luino | 15 Dicembre 2020

Luino, il senso di questo Natale nel dramma di una “sopravvissuta” al Covid

Centinaia di persone rilanciano su Facebook il racconto di una dottoressa ricoverata per giorni dopo un contagio in casa. "Accettiamo la lontananza per non rischiare"

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Si firma come “sopravvissuta”, condizione che “non era così scontata”, e descrive ai contatti Facebook un dramma personale causato dal coronavirus, ottenendo nel giro di poco tempo centinaia di condivisioni sul social network e una pioggia di messaggi di solidarietà.

Il conforto e la vicinanza sono però elementi di contorno – per quanto piacevoli dimostrazioni di sensibilità – rispetto all’intento originario della dottoressa Annamaria Da Milano, pediatra luinese, che la sua storia di lotta al Covid, vissuta in prima persona e in ambito familiare, la racconta per un altro motivo.

Dopo dieci giorni di ricovero ospedaliero, difficoltà respiratorie e altre complicazioni legate al contagio, la prospettiva di andare incontro ad un Natale diverso e “meno magico”, percepita in termini di disagio da tantissimi italiani – come documentano le cronache quotidiane provenienti dai profili social e non solo – appare inevitabilmente ridimensionata e ridotta a ciò che realmente rappresenta in un periodo storico che non conosce precedenti.

Lo scopo del racconto è dunque quello di far riflettere sull’entità dei sacrifici che ci vengono richiesti, sulla loro ineluttabilità, sul rapporto che passa tra rinuncia e perdita. Sull’atteggiamento di chi ha deciso di impuntarsi, perché “il Natale è il Natale” e così deve essere anche in tempo di pandemia.

Che cosa è davvero essenziale tra la tutela della salute attraverso una condizione di sicurezza, per quanto difficile da accettare, e la voglia di ricongiungimento – alimentata dallo spirito delle festività di fine anno – con i propri familiari?

La risposta evidentemente non è univoca se una simile esperienza si fa testimonianza, e diventa quindi di dominio pubblico mediante il tentativo di smuovere le coscienze. E la testimonianza, riassunta per sommi capi (qui il testo integrale del post) è la seguente: una madre scopre la positività del figlio, conseguenza – dovutamente accertata – di una pizza tra quattro amici e di una serata trascorsa in casa. Per il giovane nessun disturbo grave, per i genitori, entrambi cinquantenni, è l’inizio di un incubo: febbre a quaranta, svenimenti, insufficienza respiratoria acuta. Segue il ricovero in ospedale a Luino con il rischio della terapia intensiva che passa davanti agli occhi, ma la situazione fortunatamente non precipita.

Poi la convalescenza, i danni reali e il conto spietato del Covid, ai quali si aggiunge l’invito ad abbandonare i preconcetti per considerare da una prospettiva diversa il senso di un Natale da vivere nel segno della responsabilità, domando il desiderio della condivisione.

Adesso dopo quaranta giorni siamo negativi e ci troviamo alle prese con una rieducazione fisica (si parla di reimparare a respirare e a camminare), psicologica (esperienza che ti segna) e con un lutto non Covid da assimilare (non avendo potuto esserci quando era necessario). Per una pizza tra 4 amici… quattro. Il Governo ha fatto scelte sbagliate (qualcuna, non tutte) ma il concetto è: senza mascherina, in ambiente chiuso, tra persone che non si frequentano tutti i giorni e che si vedono solo a Natale, si corrono dei rischi […]. Perché vi racconto tutto ciò? Perché se riuscissi ad evitare anche un solo contagio, che può voler dire la morte per un nonno o il ricovero pesante per un genitore, sarei felice. E sto male quando leggo le cose sciocche che qualcuno scrive sulla lontananza il giorno di Natale. I miei figli sono stati soli e lontani da mamma e papà (che erano in ospedale) per 12 giorni. Per quest’anno il Natale e le festività andranno così, dovranno essere così. Altrimenti dopo tre settimane, torneremo a contare i morti e gli ospedali si riempiranno di nuovo. Quando ci sarà il vaccino, ne riparleremo”.

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