Interviene nuovamente, dopo le preoccupazioni espresse negli scorsi giorni e alle quali aveva dato risposta il sindaco Andrea Pellicini, il cittadino Diego Intraina, che torna ad affrontare la questione legata a tutta l’area del Lido di Luino. Da qui Intraina inizia il suo discorso, per fare un’analisi completa e più ampia, riflettendo partendo da un punto di vista culturale che va ad incidere sulla tutela del paesaggio, senza la quale scomparirebbe, a suo avviso, anche la poesia dell’anima.

(Foto © Ivano Aglieri)
Luino, “Senza la cura del paesaggio scompare la poesia dell’anima”. << Ringrazio il sindaco per la gentile risposta, ma quanto da lui comunicato conferma le mie preoccupazioni. Preoccupazioni sull’impostazione dell’intervento. Non è possibile che per dare il giusto e naturale valore ad un’area, che già di per sé narra la sua valenza e complementarietà, dobbiamo sempre pensare che sia indispensabile costringerla a delle convivenze che nulla aggiungono in più alla sua bellezza innata e presente. È paradossale sapere che alla cittadinanza è stato in questi anni negato un bene comune perché non era ancora entrata a Palazzo un’intuizione scrupolosamente dal nome esterofilo: un info-point e, ultima novità, l’arrivo della Madonna da Fatima. Ci si potrebbe chiedere cosa aggiunge a questo squarcio di paesaggio, per noi luinesi e germignaghesi, un info-point. Di questa scelta o di questo intervento, cos’è che aiuta a giustificare l’attesa per questa sensibilità evidentemente ritardata?
L’atto dell’osservare è importante per contribuire a salvare la poesia dell’anima. Direi che l’intervento pensato non serve a giustificare l’attesa. Eppure, questo ritardo qualcosa deve insegnarci. Ma cosa? Forse, e questo sarebbe l’unico rallentamento giustificato, è arrivato il momento di fermarci, riposare ed ascoltare i perché per cui ci stiamo perdendo, allontanandoci dalla sensibilità, non solo di proprietà della letteratura, del linguaggio poetico. Poesia e anima, sono l’espressione e il luogo dove nascono le intuizioni contrapposte, il bene e il male, le armonie o le disarmonie, che decantano o piangono il modo di pensare e di dialogare con le cose del mondo. Un lettura sapiente che osserva e riesce ad interagire con le cose partendo dalla loro (re)azione di comunione. Appunto, cose che per la loro realtà di connessione, di comunione, non possono che essere osservate come eventi e non come singoli oggetti. Sono da considerare eventi perché sono realtà spazio-temporali sottoposte, non solo alla loro materiale oggettività, ma anche ad una condizionante soggettività imposta dall’osservatore. L’anima si raffigura proprio in quell’osservare poeticamente sensibile della relazione attiva – evento che si concretizza nell’azione dinamica della comunione tra le cose e il suo osservatore -, che lo stato d’essere dell’osservatore rimpalla tra il bene o il male condizionandone la percezione, la forma e le successive considerazioni per eventuali cambiamenti: un prato punteggiato da margherite bianche può diventare un abitato di vespe; alberature ondeggianti si trasformano in tetre ombre allungate; gocce danzanti che dipingono la scogliera diventano lacrime malinconiche. È proprio per questi differenti e caratterizzati stati d’animo che non bisognerebbe mai tendere a banalizzare l’osservazione, per evitare di cadere nell’importanza strategica di un info-point, comportamento che assomiglia molto a quell’individuo che di fronte alla “Gioconda” continuare a messaggiare col cellulare. Questo modo di relazionarsi agli eventi (e l’area interessata è un evento!) andrebbe combattuto, non solo culturalmente ma anche politicamente, perché diseduca allo sguardo facendogli accettare il di più; conduce lo sguardo fuori dalle logiche di quella sobrietà che alimenta e stuzzica la creatività: cartelli ammaliatori che inneggiano mondi e istruzioni d’uso insostenibili; rigidi muri della privatizzazione che la tristezza costringe ad imbrattare; giovani fantasie represse perché troppo spesso schiacciate da affrettati giochi predefiniti.
Salviamo il paesaggio educando allo sguardo sobrio. Lo sguardo diseducato alla sobrietà non può fare altro che inciampare su questa “pietra ubriacante”. Pietra che porta immediatamente “soccorso” allo sguardo, accarezzandolo e abbagliandolo con il luccichio dei proventi. L’insoddisfatto sguardo, a questo punto, è indotto a non fermare più i suoi desideri, inizia così ad incurvarsi rimanendo risucchiato in quella danza di volumi edificati che a lungo andare predomina, consuma e costringe il paesaggio ad un linguaggio frammentario che lo allontana (per sempre) dai suoi valori originari, definiti nella tecnica pianificatoria le invarianti: condizioni irrinunciabili per una continuità di lettura storica. La linfa poetica della vita si scopre così rattristata e satura da pensieri e cose inutilmente ingombranti che finisce per addormentarsi, non riuscendo più ad accorgersi che sta perdendo quell’importante “supporto di sintesi” riflettente dell’anima: il paesaggio. Qui sta il problema. Noi tutti dovremmo, in modo sobrio, (ri)metterci all’ascolto del gioco semplice delle relazioni che la natura insegna, perché queste sono le portatrici di un vero spirito capace d’elaborare forme di sapere disponibili alla mutazione pur rimanendo nella logica della custodia.
Custodia e cura, parole chiave della politica che si genera nel quotidiano. Perseguire la custodia e la cura vuol dire, per l’appunto, rimanere in quei linguaggi rituali che sanno dialogare con la bellezza delle relazioni del creato e non sono più assoggettati a forme deviate inneggianti modelli insostenibili perché energivori economicamente. Però, la scommessa della “custodia” e della “cura”, che abbiamo di fronte a noi nei prossimi anni, di conseguenza, ci impone di rivedere gli attuali pensieri e indirizzi sulla democrazia applicata nell’ambito pubblico. Sto pensando ad un’attività politica, supportata da un intensa attività culturale, predisposta maggiormente all’osservazione, all’incontro e a farsi contaminare da nuove e possibili esperienze caratterizzate da forme di autodeterminazione collettive che s’intrecciano nel quotidiano. Forme del quotidiano organizzate e strutturate attraverso relazioni di vicinato, forme creative di quotidianità interattiva che nascono dai quartieri e nelle vie della città, con una chiara volontà e un’esigenza concreta di voler esprimere e sperimentare nuove soluzioni di socialità. Un’espressione comportamentale di rivisitazione e armonizzazione dei tradizionali servizi collettivi (assistenza, mobilità, spazi pubblici autogestiti, ecc.) e di progettazione condivisa di economia domestica (orti urbani, mercati a km. 0, ridefinizione del tempo libero, uso e riuso ecc.) espresse da comportamenti sobri e solidali. L’evolversi di questi processi porteranno gli Enti Pubblici ad iniziare inevitabilmente una contrazione dolce, che lascerà sempre più spazio ad interventi d’autogoverno della società civile, riportando così il valore della sobrietà al centro delle decisioni.
Contrariamente, se non ci sarà questa controtendenza a decentrare i compiti e le responsabilità, ci vedremo asfissiare da una burocrazia che, alla fine, finirebbe per implodere, perseverando in forme deliberative non propriamente democratiche che non potranno fare altro che ridurre i livelli di creatività sociale indispensabili per stabilire i comportamenti di cura e di custodia. Questo inaugurabile scenario antidemocratico (già oggi riscontrabile) porterà inevitabilmente ad un degrado culturale e sociale, che non potrà fare altro che influire negativamente sul processo in corso, continuando ad impoverire e consumare quel supporto riflettente, il Paesaggio, che permette l’osservazione dell’anima >>.
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