In Italia i rilievi montuosi, tra Alpi ed Appennini, e quelli collinari occupano i tre quarti dell’intera superficie e proprio per questa ragione la montagna, come entità abitativa, è sempre stata, storicamente, un luogo molto importante per le comunità. Con l’urbanizzazione, nel corso dei decenni, sono tanti i borghi che si sono spopolati lentamente e questo è avvenuto anche nelle zone dell’alto Varesotto, basti pensare che in meno di un secolo Curiglia con Monteviasco ha visto il drastico calo della sua popolazione del 90% circa. Da qui, negli scorsi mesi, è partito un progetto di Regione Lombardia, il fondo per lo sviluppo delle valli prealpine. Così tra esigenze dei cittadini, peculiarità orografiche e caratteristiche naturali-sociali, lanciamo un forum sull’habitat-montagna, per tutto il territorio dell’Alto Varesotto. Ecco di cosa si tratta.

(Foto © in-lombardia.it)
Un forum sull’habitat-montagna dell’Alto Varesotto: “Custodia, rivisitazione o nostalgia?”. “Parlare della montagna, del paesaggio montano, delle genti che abitano e caratterizzano la montagna con i loro bisogni, vuol dire dialogare con visioni e considerazioni che non possono permettere riflessioni superficiali: vuol dire non poter pensare di soddisfare l’argomento astraendolo dalla sua unitarietà trattando separatamente e individualmente i suoi differenti ambiti. Questa consapevolezza d’unità il più delle volte, metaforicamente parlando, evita di farci ritrovare in sentieri che sono diventati impercorribili per l’esuberanza e ridondanza dei rovi, oppure per gli imprevedibili smottamenti dovuti all’inconsistenza e compattezza dei componenti del terreno sottostante.
Discutere, e ancor di più intervenire in un ambiente montano ha bisogno di conoscenze sensibili, di sensibilità capaci di sovrapporre, incrociare e intravedere tutte le relazioni presenti che avvengono tra le presenti e differenti condizioni. Questa necessità è richiesta dalla stretta interazione, complementarietà e complicità in cui vivono gli elementi materiali, forme e leggi naturali, con quelli antropologici immateriali delle tradizioni culturali. Gli interventi non possono essere considerati senza carpirne le cause fisiche, le motivazioni di senso e di conseguenza l’effetto di ritorno delle loro azioni sull’intero sistema. Stiamo dunque parlando di uno strutturato e delicato complesso sistema che non ammette imposizione di modelli generalizzabili imposti da pensieri esterofili, ma di un sistema che è pronto a reagire alle cause indeterminate e di poco buon senso con una forza d’urto apparentemente incontrollabile e difficilmente accettabile dal pensiero umano.
La montagna è dunque un sistema, pertanto richiede ed obbliga a comportamenti di trasformazione che necessitano, per evitare contraddizioni irreversibili, una volontà che considera il fenomeno del limite una ragione esistenziale e etica. Tale assunzione non può fare altro che percorrere visioni olistiche, di per sé moderate, che sappiano abbracciare ed equilibrare la complessità dei due ambiti: materiale e immateriale. Solo per fare un esempio concreto: non si può dunque parlare di ‘destino turistico’ senza prima aver capito come questo potrà o riuscirà ad interagire dialogando con quelle specifiche ‘qualità economiche’ di quel determinato ambiente fisico e culturale. Utilizziamo il termine economico in senso lato: relazione di sostenibilità rigenerativa tra le risorse materiali naturali e quelle immateriali umane.
Dunque, non si può parlare di ambiente montano senza pensare di dover affrontare il complesso fenomeno delle relazioni: il mondo della materia, la vita animale e l’aspettativa umana. Questa triplice relazione non può esulare dal bisogno indispensabile della mobilità e dall’effetto conseguente: predisposizione e bisogno primario di dover territorializzare. La montagna viene dunque fenomenologicamente territorializzata grazie a questo bisogno d’abitare, fatto di continui spostamenti, riconoscimenti spaziali e forme quotidiane di modalità d’uso.
Basta pensare alla geografia stratificata dell’economia rurale per capirne il senso: paesi, villaggi, monti e alpeggi. È stata questa stratificazione verticale, questa relazione economica, che ha reso la montagna un luogo abitato e un sistema a sua volta dipendente. È stato proprio questo sistema, affiancato e traghettato da spiriti extra mondani, strutture simboliche, ad inventare e caratterizzare l’immaginario montano; questa relazione, attraverso un esperito pensiero di custodia e di cura, ha elaborato una rappresentazione dello spazio con una sua propria definizione di tempo quotidiano e di ritmo (tempo pagano) originariamente legato alle stagioni e successivamente, opportunamente, alla ritualità (tempo religioso): una concreta conciliazione tra il tempo del lavoro e il giusto tempo rigenerativo del riposo.
Pertanto l’ambiente montano non è altro che la percezione dell’espressione di questa sopravvivenza verticale fatta di temporalità: tempi di sfruttamento produttivo e tempi di riposo e preparazione. Alpeggi caricati in estate, monti per l’attesa, villaggi svernanti e paesi per gli scambi. Questo tempo scadenzato per l’umano risulta essere un andamento progressivo generante aspettative e turbamenti, definizione di fenomeni caratterizzanti e di relazioni ambientali, per quanto riguarda i movimenti verticali, similari, però ci apparentano e convivono con i comportamenti del mondo animale.
È dunque su questa funzione verticale primaria, relazione condivisa spazio-temporale, che forse si dovrebbe riflettere per arrivare ad interpretare e individuare possibilità e forme nuove di coabitazione. È su questa originaria mobilità dinamica, oggi organizzabile e gestibile con strumenti diversi e attraverso una messa in rete di coordinati progetti, che si dovrebbe organizzare un nuovo e condiviso modo di abitare la montagna. È solo con un progetto organico che apparenta i tre mondi, geologico, animale e umano, insomma: è con solo un pensiero olistico che sappia inserirli in un alternativo progetto di senso capace di custodirli e curarli che potremo salvare la montagna; è solo un attività equilibrata di questa relazione che potrà salvare le nostre montagne. È solamente con una creativa visione progettuale capace di abbracciare contemporaneamente i tre mondi, partendo dalla possibile implementazione delle loro caratteristiche nella loro indispensabile ed equilibrata giusta relazione, che potremo rivedere il rigenerarsi del senso dell’attuale ambiente montano.
Abbiamo voluto, come redazione, incorniciare quello che riteniamo dovrebbero essere i ‘giusti limiti’ per affrontare una discussione sensibile sul valore delle montagne che ospitano le nostre valli; i luoghi di quel quotidiano dove con fatica la presenza dell’abitare riesce ancora a far intuire lo spirito del luogo (genius loci); sinteticamente, abbiamo abbozzato una forma comportamentale che sosteniamo sia o dovrebbe rimanere l’alfa di qualsiasi discussione per intuire una possibile rielaborazione di senso e azione di trasformazione. Adesso però non ci resta che chiedervi o di condividerle con noi, attraverso delle vostre analisi o considerazioni visionarie, oppure di respingerle con confutazioni argomentate”.
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