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13 Novembre 2016

Dal Vesuvio a Roggiano: Pietro e suoi “limoni di pane”, di cui tutti i napoletani sono gelosi

Tempo medio di lettura: 5 minuti

Tradotto dal dialetto napoletano sarebbero “limoni di pane”: una particolare varietà di agrumi provenienti dalla zona del Vesuvio, che Pietro D’Errico, originario di Napoli, coltiva nella sua casa di Roggiano. Sono andato a trovarlo, e mi ha raccontato la sua storia e la sua passione per questo agrume di cui i napoletani sono gelosi.

 (Foto © Francesco Marmino)

Dal Vesuvio a Roggiano: Pietro e suoi “limoni di pane”, di cui tutti i napoletani sono gelosi. Nonostante fossi già stato diverse volte in quelle zone, non avevo ben chiaro dove fosse la casa di Pietro. Allora, giunto nei dintorni di Roggiano, mi sono fermato a lato della strada e ho spento la macchina per chiamarlo: poche semplici indicazioni ed è stato facile raggiungerlo. Mi fermo di fronte al cancello che sembrava essere quello che mi è stato indicato. Si apre e mi viene incontro un signore. Non lo conoscevo, ma ecco davanti a me Pietro. Mi sorride e quando abbasso il finestrino per salutarlo, sento il piacevole brivido dell’aria frizzante delle mattine di novembre. Posteggio l’auto nel cortile della sua casa e, da subito, mi accorgo che è un piacere parlare con lui.

Pietro mi accoglie come penso farebbe con un amico, e mi racconta la sua storia dal principio: “Sono figlio di contadini e la mia famiglia ha sempre avuto alberi da frutto. Ricordo le piante di agrumi che avevamo, saranno state almeno duecento. I campi erano pieni anche di albicocchi e, non esagero, saranno stati almeno un milione, erano davvero tanti. Ma la mia passione sono i limoni: vengo da una zona che ne produce molti ed ho sempre vissuto in queste zone di campagna da bambino”. Poi mi parla come se vedesse di fronte a sé quello che sta descrivendo. “Ancora adesso, a Napoli, ho delle piante di limoni, dovresti vederle: immagina negli atri delle antiche case patronali questi alberi di sette o otto metri, con i rami attaccati alle ringhiere del secondo piano, carichi di frutti che puoi raccogliere con le mani. Sono spettacolari”. Pietro parte da Napoli nel 1959 ancora ragazzo per andare a lavorare per un breve periodo in una zona montuosa intorno a Basilea, in Svizzera, come aggiustatore meccanico. Tornato in Italia si stabilisce per diversi anni a Rho, prima di scoprire casualmente la zona del luinese. “Questa è una zona che mantiene il suo fascino perché rimane un pochino estranea alla maggior parte delle persone, come lo era per me. Sono arrivato qui nel 1974 perché un amico mi ha chiesto una consulenza tecnica per un terreno da comprare. Poco dopo ne ho comprato uno vicino al suo e mi sono stabilito a Roggiano. Fino a quel momento per me Luino era taboo”.

La coltivazione delle piante nella casa di Roggiano è iniziata 30 anni fa e Pietro mi mostra l’albero con cui ha iniziato. “Sono tutte piante che arrivano dal Vesuvio e che riproduco qua, sulla zona del lago Maggiore. Questa (ndr, indicandomela) di 30 anni, è quella con cui ho iniziato. Per i ‘limoni di pane’ ci vogliono circa 6 o sette anni prima che la pianta inizi a dare i primi frutti: è generosa, fruttifica bene e in alcuni casi c’è il limone più grosso della pianta stessa”. Tra i vasi messi in ordine nel cortile, posso vedere il rametto di una piantina di mezzo metro che è sostenuto da una corda fissata ad un paletto, perché il limone che c’è appeso, peserà almeno 1,5 kg e, mentre la guardo un po’ stupito, mi lascio accarezzare dal suo profumo. “Due anni fa”, continua Pietro, “ne ho raccolto uno che pesava 3 kg, ma ho detto agli amici che erano 2,4 kg per renderlo più credibile. L’ho portato ad un raduno in cui c’erano 70  persone, perché questi limoni non si usano per la spremuta e nemmeno per il limoncelllo. E’ un limone per la festa. A fette fini fini, buccia compresa, con il sale grosso. E’ eccezionale”.

Pietro parla con orgoglio dei frutti della sua terra e tutto ruota attorno alla celebrazione e alla dedizione per questi limoni, come fossero più un simbolo che dei semplici agrumi. “Di queste non ne trovi, perché è una pianta che anche a Napoli non riesci ad avere facilmente, i napoletani sono gelosi. Ti danno altri limoni, ma non questo. Anche se paghi, sui mercati non lo trovi”. Già, i mercati. Quegli stessi mercati che stanno maltrattando e facendo scomparire tutto ciò che non rientra negli standard di vendita, in nome di un solo credo: il guadagno. “Noi avevamo in famiglia a dir poco 200 piante di limoni e altri agrumi. Negli anni ’80 sono stati sterminati, perché non li comprava più nessuno, un po’ per l’invasione di questi frutti che arrivavano da tutte le parti, e un po’ perché i mercati hanno fatto il bello e il brutto tempo, hanno creato uno spreco di limoni enorme. Da noi non c’era mercato, ma adesso molto lentamente sta riprendendo piede. Pensa, come tu stai calpestando le foglie, a Napoli si cammina sui limoni. Anche per le albicocche è lo stesso: avevamo la varietà migliore del mondo, quelle che si producevano sul Vesuvio. Oggi se vuoi mangiare una albicocca vesuviana, devi andare a comprarla al mercato, cominciando dalla mia famiglia, ma puoi capire che non è la stessa cosa. Avremo avuto un milione di piante di albicocche. Adesso ci sarebbe da ripartire un’altra volta perché non ne abbiamo più neanche una”.

Questa è una pianta che dura veramente per una vita, come una bella storia d’amore“. Pietro mi spiega come gestisce la sua coltivazione di limoni, le attenzioni che gli dedica e le cure di cui ha bisogno: “Vedo che si sta tornando all’agricoltura, per diversi motivi, anche se tanti non si immaginano l’impegno che c’è dietro. Ho iniziato in una villa a Rho, dove ho sempre avuto qualche pianta di questo tipo, ma qui, ovviamente, il clima è più mite e favorisce lo sviluppo e la produzione. Adesso ho una impostazione sperimentale, come un piccolo laboratorio, e vado avanti così, sempre nuove piantine, riprodotte o innestate”. Seguo Pietro che vuole mostrarmi le piantine più giovani, gli ultimi innesti che ha fatto e ci fermiamo poco distanti da dove ho potuto ammirare le piante più grandi. “Vedi, io aumento il numero di piante, poi quello che succede succede, lo faccio senza sapere bene cosa ne farò. In ogni caso, la riproduzione la porto avanti. Non ho altro da fare, prendo i selvatici e faccio gli innesti. Effettuato l’innesto c’è poi da aspettare prima che producano, comunque penso di ampliare la coltivazione e buttarla sul commerciale”. Mi fa piacere ascoltarlo e ne approfitto per saperne di più sui progetti che ha in mente per il futuro, suo e di queste piante: “Non ho intenzione di mettere chissà quante piante, ma vorrei fare una serra abbastanza grossa e farla funzionare, anche se questo comporterebbe problemi come la necessità di impianti di condizionamento di aria calda per l’inverno, perché in questo periodo il limone soffre: bisogna dargli zero gradi, non meno, altrimenti comincia ad avere problemi. Dovrei anche considerare di dover evitare lo shock termico per il caldo d’estate, senza dimenticare i problemi legati ai parassiti”.

Torniamo di fronte alle piante produttive, dove, alcuni limoni colpiti dalla luce, splendono come fossero il sole. Lì, Pietro, mi svela un segreto: “Il problema di una pianta, non solo di quella di limone, è che se la tieni sacrificata in un vaso, esplode, come fiore e come frutto e, alla lunga, rischia di morire. Arriva ad un punto che si sente come compressa. Per tenerla molti anni dentro un vaso, c’è da fare una operazione ogni 3 o 4 anni: si scava uno spicchio di terreno dal vaso, fino in profondità, e si estrae, radici comprese. Quello spicchio si sostituisce con terreno nuovo e la pianta espande le radici in questo triangolo. Dopo 3 o 4 anni l’operazione viene fatta in un altro punto del terreno dello stesso vaso, e così via, perché altrimenti dovresti sempre più ingrandire il vaso. Normalmente viene usato un vaso sempre più grosso, ma con questa operazione si riesce a contenere la pianta”.

Ancora qualche chiacchiera di fronte ad un ottimo caffè prima di congedarmi, poi Pietro mi accompagna in cortile. Salgo in macchina, metto in moto e mentre mi avvio al cancello con una bella storia da raccontare, passa in radio una delle mie canzoni preferite. Guardo nello specchietto retrovisore e vedo Pietro che mi fa un cenno con la mano, ma non per salutarmi. Abbasso il finestrino mentre viene vicino alla mia auto e mi porge un limone: “Mi raccomando, tagliato fine e con il sale grosso”.

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