25 Ottobre 2016

Dall’Auditorium di Maccagno “Continua à habitare nel ghetto”

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(emmepi) Sconvolgente tragicità ed estrema attualità di una storia che nasce nel ‘500, ma che, ciclicamente si ripropone nel tempo, identica nella sua assurda follia. Stiamo parlando di “Continua à habitare nel ghetto”, la commedia dei processi ai “marrani”, elaborazione teatrale di Franco Di Leo per il Teatro della Voce, dal saggio di Riccardo Calimani, storico dell’ebraismo italiano ed europeo, “L’inquisizione a Venezia”, che ha debuttato sabato 22 ottobre scorso all’Auditorium comunale.

Dall'Auditorium di Maccagno "Continua à habitare nel ghetto”

“Per non dimenticare”, hanno ammonito gli attori in scena, ricordando che il testo riprende fedelmente i dialoghi e le testimonianze trascritti durante il processo istruito dalla Santa Inquisizione contro i cosiddetti “Marrani”, accusati di “giudeizzare” le persone. Di che cosa stiamo parlando? il 29 marzo 1516, il Senato della Repubblica di Venezia adottò un provvedimento che avrebbe cambiato per sempre la vita e il destino degli ebrei d’Europa: “Li Giudei debbano tutti abitar unidi in la Corte de Case, che sono in Ghetto appresso San Girolamo”.

All’interno delle mura del Ghetto Novo, le cui porte venivano chiuse al tramonto e riaperte all’alba, furono ristretti gli ebrei di tre “Nationi” (Todesca, Levantina e Ponentina), diversi per paesi d’origine, idiomi e tradizioni. Taglieggiati dal fisco ed esclusi dalle professioni e dai mestieri gestiti dalle corporazioni, per sopravvivere gli ebrei “todeschi” si dedicarono al prestito di denaro, mentre i membri delle comunità levantina e ponentina, composte perlopiù da marrani espulsi dalla Spagna e perseguitati dall’Inquisizione, continuarono la loro attività di mercanti, riuscendo in pochi decenni a tessere una fitta rete di scambi in tutti gli Stati affacciati sul Mediterraneo.

Eccoli dunque in scena, questi marrani. Quattro attori (Ezio Baldo, la maccagnese Federica Domestici, Giuliana Mattiazzi e Valerio Milan) per una serie di personaggi (9 donne e 12 uomini) che si muovono sullo sfondo di una Venezia senza tempo, con una scenografia in bianco e nero realizzata da Valerio Milan ispirata alle abitazioni del Ghetto; abiti del periodo fascista, quando le leggi razziali imponevano la stella gialla di David cucita sugli abiti e il clima di sospetti, pettegolezzi, delazioni, false testimonianze, accuse, ritrattazioni e dissoluzione, denunciavano la decadenza di un’epoca. Intreccio di storie tra ebrei convertiti per opportunismo, o solo esteriormente per necessità, oppure solo formalmente per forza maggiore. In ogni caso ritratti di uomini e donne che hanno perso la loro identità e la loro dignità, che simulano di essere ciò che non sono, vivendo nella paura di tradirsi o di essere traditi; un’umanità che vive dolorosamente la rinuncia pubblica alle proprie origini e in gran segreto continua a coltivare l’antica fede; un popolo che deve conciliare la segregazione nel ghetto con l’ipocrita concessione di alcune libertà, a patto che non siano praticate apertamente.

Siamo nella Venezia del ’500, è vero, ma potremmo essere anche in epoche più recenti, o addirittura ai giorni nostri, perché l’Inquisizione diventa la metafora dei un sistema coercitivo capace di far emergere il lato peggiore di ognuno di noi. Un testo impegnativo, nel quale il regista Franco Di Leo ha saputo alternare momenti “leggeri” come quello dei pettegolezzi tra le comari, ad altri di alta intensità drammatica, nei quali la presenza di una pistola in scena, accarezzata, lucidata e infine puntata dall’inquisitore alla tempia di un condannato, hanno lasciato senza respiro il pubblico.

Grande prova di recitazione, da parte di tutti gli attori, i quali sono stati “costretti” dal copione a repentini cambi di registro per entrare ed uscire in pochi minuti da personalità completamente diverse: pochi attimi per rappresentare la passione, il furore, l’incredulità e il dolore, la cattiveria e la desolata impotenza, la rassegnazione e la ribellione. Il tutto tra un rapido cambio d’abito e uno spostamento di tavolo e bicchieri, avvenuti direttamente sulla scena, solo segnalati dalle note di una ballata ispirata alla tradizione safardita composta appositamente dal musicista Roberto Ludergnani.

Ma questo progetto teatrale è stato molto più complesso della semplice rielaborazione di un testo cinquecentesco: si è trattato di un lavoro a distanza. Infatti, dalla scorsa primavera, Franco Di Leo e la maccagnese Federica Domestici si sono incontrati periodicamente, una volta al mese, a Treviso, con Ezio Baldo, Giuliana Mattiazzi e Valerio Milan, per intensi weekends di prove. A questo si è aggiunto il progetto fotografico di Daniela Domestici, che, ispirata da alcune frasi “chiave” del testo, ha effettuato una serie di suggestivi scatti, rigorosamente in bianco e nero, che sono stati esposti nell’atrio dell’Auditorium.

“Continua à habitare nel ghetto” sarà replicato, naturalmente, a Treviso il 28 ottobre e poi a Chiasso (14/01/2017), Varese (15/01/2017) e Locarno (25/03/2017).

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