15 Settembre 2016

Condannato a 35 anni dopo WikiLeaks: ora Chelsea Manning sarà la prima trans ad essere operata in carcere

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Trafugazione di decine di migliaia di documenti riservati e arresto con accusa di reati contro la sicurezza nazionale, detenzione in carcere in condizioni lesive per i diritti umani e la candidatura per tre volte al premio nobel per la pace. Non solo. Un’altra battaglia, la più grossa, era quella per la dignità. E l’ha vinta, quasi a costo della vita: Bradley, ora Chelsea Manning, sarà la prima transgender ad essere operata in prigione.

Manning, condannato a 35 anni per essere infiltrato WikiLeaks

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La diffusione della verità e l’incarcerazione. Nel 2009 il soldato statunitense Bradley Manning viene mandato in Iraq come analista di intelligence e si appropria di documenti informatici alquanto scomodi: torture, abusi, violenze e crudeltà su civili legati alle guerre in Iraq e Afghanistan. Per portare alla luce queste oscenità, trasferisce i dati su WikiLeaks, una piattaforma per la diffusione anonima di notizie coperte da segreto (di stato, militare, industriale o bancario). L’anno successivo, grazie ad una confidenza fatta all’hacker Adrian Lamo sul passaggio di queste informazioni ad un giornalista di WikiLeaks, viene scoperta l’identità di Bradley, l’informatore segreto sui veri fatti della guerra. Denunciato da Adrian stesso, il soldato Manning viene arrestato pochi giorni dopo e trasferito nel carcere militare della Virginia, dove resta per dieci mesi in isolamento, prima del successivo trasferimento a Fort Leavenworth. Le condizioni della sua detenzione sono definite crudeli, disumane e degradanti. A febbraio del 2013, Manning si dichiara colpevole di una parte delle accuse e nell’agosto dello stesso anno, incassa una punizione terribile: una condanna a 35 anni di carcere per diffusione di notizie coperte da segreto e di software non autorizzati. Un duro colpo per aver scelto di contrastare queste ingiustizie.

La lotta, il bullismo e il tentato suicidio. In carcere per aver diffuso la verità, il soldato Manning ha dovuto continuare a lottare e, questa volta, la battaglia ha riguardato il riconoscimento della sua identità transgender. Il carcere militare, infatti, non è proprio la location adatta per affrontare questa sfida. La scelta di diventare Chelsea ha fatto sì che le sue condizioni di vita in carcere diventassero sempre più difficili: “un bullismo high tech” lo ha definito lei stessa. L’eccessiva pressione da parte delle guardie carcerarie e dei funzionari, le offese e gli ostacoli nel ricevere la terapia, hanno spinto Manning ad avere abitudini sempre più maschili e lontane dalle sue inclinazioni naturali, tanto che, il 5 luglio, ha tentato di togliersi la vita. Messaggi forti che non sono rimasti isolati. Da alcuni giorni Chelsea è in sciopero della fame: “A partire dalle 12:01 del 9 settembre 2016 e fino a quando non vedrò rispettati gli standard minimi di dignità, rispetto e umanità, mi rifiuto di tagliare i capelli, consumare cibo o bere e rispettare le norme, i regolamenti, le leggi e gli ordini che non sono legati alle due cose che ho menzionato”.

“Ho bisogno di aiuto. Ho bisogno di aiuto e non ne sto ricevendo affatto. Eppure l’ho chiesto, ripetutamente, per sei anni. La mia richiesta è stata ignorata, rinviata, raggirata dal carcere, dall’esercito, da questa amministrazione“, scriveva il 9 settembre Manning motivando la scelta di privarsi del cibo. “Sono stata spinta al suicidio dalla mancanza di cure per la mia disforia di genere, eppure ne ho disperato bisogno. Non solo non ho ricevuto quelle cure e quel sostegno, ma vengo persino punita per aver tentato il suicidio. Perciò oggi ho deciso che non sopporterò più il bullismo da questa prigione, né da nessuno del governo Usa. Non chiedo niente di più che la dignità e il rispetto, ma queste sono dovute a ogni essere umano. Senza il rispetto di questi standard minimi di dignità, farò un atto pacifico ma fermo, e cioè lo sciopero della fame”.

Le sue richieste sono state ascoltate ed oggi è arrivata la notizia. Chelsea Manning potrà ricevere cure per la transizione di genere e potrà anche operarsi. “Un sollievo inimmaginabile. L’esercito ha fatto la scelta giusta. Cioè, semplicemente, consentirmi di essere me stessa”.

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