Nel periodo storico in cui il dato statistico e le fonti d’informazione sono più cornice d’abbellimento dell’opera che il suo nucleo portante, accade che qualcuno percepisca la necessità di un’inversione di tendenza. Magari un testo che, dati alla mano, possa dimostrare quanto un’accoglienza fatta bene possa portare beneficio a tutti: rifugiati e comunità ospitanti.
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Visioni parziali, emotive e superficiali, gli unici risultati possibili di un’informazione “disinformante”. In un paese che ha tristemente imparato che la propria umanità può essere, a seconda delle evenienze, riposta in un cassetto, risulta accettabile che in occasione di un terremoto possa divenire pratica usuale la ricerca un colpevole. Non un colpevole qualsiasi, ma il medesimo colpevole che si adatta a tutte le stagioni: l’immigrato, il rifugiato, il richiedente asilo e ovviamente gli osannati 35 euro che (secondo alcuni) entrerebbero nelle tasche di costoro a dispetto del “pensionato che non arriva a fine mese”. I dati, che invece molto sarebbero in grado di raccontare sul fenomeno migratorio e sulle modalità d’accoglienza, sono riposti lì in attesa di poter essere deformati a piacimento non appena risulterà utile farlo. Uno spettacolo rivisto centinaia, forse migliaia di volte, tanto che ne si conoscono le battute, gli attori che le pronunciano, i costumi di scena.
Uno spettacolo che si è imparato qualche volta a combattere, altre volte a farsi scivolare accanto. Si continua a buttar fango sulle vittime di guerre e discriminazioni utilizzando la disinformazione per suscitare la rabbia di una società già messa alla prova da una crisi che, nel suo perdurare nel tempo, genera insicurezza. La speculazione che, in totale assenza di responsabilità, viene giocata sulla pelle dei rifugiati da parte di politici e trasmissioni di dubbia eticità, al fine di far leva sul malcontento generale, raggiunge giorno dopo giorno livelli preoccupanti. Che sia moralmente ed eticamente deprecabile speculare sulle disgrazie è cosa pacificamente assodata, ma l’utilizzo della disinformazione in tal senso aggrava certamente la situazione. Frasi del qualunquismo più becero si accavallano in totale assenza di controllo e senza ombra di contraddittorio. Nessuno può dirsene al riparo, la disinformazione è un’arma di cui avere una molta paura, soprattutto nei casi in cui le difese a disposizione sono esigue. Il tema dell’informazione corretta è un aspetto rilevante e allo stesso tempo basilare da cui dipendono poi gli atteggiamenti che ciascuno di noi adotta nel quotidiano. Si parla facilmente in termini generici e superficiali degli immigrati, a partire dalle cause che li hanno spinti a lasciare il loro Paese per giungere alla valutazione della loro presenza nel nostro. Con le medesime modalità si affronta il tema dell’accoglienza, riguardo a cui pressapochismi, dati imprecisi, confusi e fuorvianti rappresentano tutto tranne che l’eccezione. Ed è esattamente qui che nasce e si inserisce l’ambizioso e virtuoso lavoro di Stefano Catone: “Nessun paese è un’ isola” (link crowfunding).
Esistono modalità attraverso le quali questa spirale di disinformazione dilagante può essere fermata? Sì ed è ciò che cercano di fare coloro che hanno dato vita al progetto “Nessun paese è un’isola”. Un’iniziativa che, utilizzando le loro stesse parole, si pone come fine quello di “Trasformare indifferenza, ostilità e paura in razionale consapevolezza”. In “Nessun Paese è un isola” si racconta, dati alla mano, come sia possibile costruire un sistema capace di offrire percorsi di inserimento per i migranti e di mettere in moto piccole economie locali e quindi di “trattenere” giovani, professionalità e di evitare lo spopolamento. Casi che vanno da Riace alla Valcamonica e che potrebbero essere da esempio per la politica nazionale, se solo lo si volesse. Al di là della retorica dell’emergenza urlata in prima pagina, quel che qui si racconta è la possibilità di rispondere a coloro che scappano da discriminazione, fame e guerre con umanità e fine intelligenza, portando beneficio sia ad essi che alle comunità ospitanti. Questo progetto racconta razionalmente un fenomeno che non troverà battute d’arresto nei prossimi mesi, e forse nemmeno nei prossimi anni. Un paese, il nostro, che come in passato dovrà fare i conti con la propria collocazione sullo scacchiere internazionale che lo vuole ponte tra due realtà diversissime tra loro, il Mediterraneo e il centro Europa.
“Nessun paese è un isola”, un progetto con un fiore all’occhiello d’eccellenza: i dati. Un’iniziativa quella di Stefano Catone che vuol essere un lavoro di analisi e di decostruzione dei luoghi comuni, della propaganda riguardante i flussi migratori e l’accoglienza. Un progetto nato con la volontà di promuovere una cultura rigorosa e sostenibile dell’accoglienza, con una strategia di ampio respiro, capace però di entrare nel dettaglio, di proporre soluzioni, di rendere più semplice la vita di chi è ospitato e di chi dà ospitalità. Lo strumento privilegiato a far ciò sono proprio i dati. Ed è possibile partire a farlo semplicemente considerando le cifre dei richiedenti asilo in Unione Europea nel 2015: il dato ammonta a 1,3 milioni di persone, che corrispondono allo 0,27% della popolazione europea. Si può proseguire con il “costo” giornaliero per l’accoglienza di un richiedente asilo che si aggira intorno ai 35 euro, denaro necessario per far fronte alle spese per il vitto, l’alloggio, l’affitto dello stabile e lo stipendio delle persone che ci lavorano. Il pocket money, invece, è la parte di questi 35 euro (solitamente corrisponde a 2,50 euro), che viene erogata direttamente alla persona che vive nel centro di accoglienza. Questi ed altri parametri, presi in considerazione vanno ad analizzare nel profondo i meccanismi che esistono dietro ai programmi d’accoglienza ed hanno una doppia valenza. Se da un lato rende possibile la conoscenza del fenomeno per le sue effettive dimensioni e dinamiche, dall’altra mette il cittadino nella condizione di rendersi conto di quali criticità può essere portatore un dato progetto. Con la conseguente possibilità di apportare migliorie in seno a qualsiasi componente e momento del progetto oggetto d’analisi. Avvicinarsi razionalmente a quel che accade è forse l’unico modo per ritirare dal commercio il prodotto di cui in questo momento storico abbiamo meno bisogno: la disinformazione, linfa vitale della quale la paura si nutre.
Sbattere il profugo in prima pagina fa vendere tante copie, raccontare l’accoglienza che funziona, no. Per questo motivo la stampa del libro sarà finanziata attraverso una raccolta “preventiva” di fondi, che permetterà di assicurarsi una o più copie del libro ad un prezzo scontato. Oltre ciò il ricavato della campagna crowdfunding servirà ad organizzare più facilmente iniziative, occasioni di incontro, momenti di discussione e di presentazione delle proposte contenute nel libro. Perché nessun progetto che voglia dirsi permeato di valori come inclusione e convivenza, può essere sviluppato positivamente senza le necessarie fondamenta di una cultura dell’accoglienza.
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