Pur non potendo avere dati certi dell’entità di plastica presente nei mari, le stime vedono la quantità totale aggirarsi tra i cinquemila e cinquantamila miliardi di frammenti, equivalenti in peso a più di 260 mila tonnellate. Un dato allarmante e dagli effetti non del tutto calcolabili a causa della loro persistenza e per l’ampia capacità di dispersione su scala globale.
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Sempre più plastica viene ingerita dagli organismi marini e può risalire la catena alimentare fino ad arrivare nei nostri piatti. Lo denuncia oggi un nuovo rapporto – “La plastica nel piatto, dal pesce ai frutti di mare”- realizzato dai laboratori di ricerca di Greenpeace, che raccoglie i più recenti studi scientifici sugli impatti delle microplastiche, incluse le microsfere, sul mare e quindi su pesci, molluschi e crostacei. Se l’effetto dei pezzi di plastica di maggiori dimensioni (macroplastiche, con diametro o lunghezza maggiore di 25 millimetri, e mesoplastiche, tra 5 e 25 millimetri) è più noto perché tutti possiamo vedere la plastica sulle nostre spiagge o per le foto di uccelli e mammiferi marini con grandi quantità di rifiuti di plastica nei loro stomaci, c’è una minaccia a molti ancora ignota, quella delle microplastiche. Per microplastiche si intendono particelle di plastica di diametro o lunghezza inferiore ai 5 mm, che possono essere prodotte dall’industria (come le microsfere utilizzate in molti prodotti cosmetici o per l’igiene personale), o derivare dalla degradazione in mare di oggetti di plastica più grandi per effetto del vento, del moto ondoso o della luce ultravioletta. La presenza di frammenti di plastica negli oceani è un problema noto da tempo ma in crescita esponenziale. Un recente rapporto di Greenpeace Est Asia ha analizzato le politiche ambientali di trenta imprese del settore dei cosmetici e altri prodotti domestici, mostrando che nessuna azienda ha piani efficaci per l’eliminazione tempestiva delle microsfere.
Greenpeace chiede al parlamento di adottare al più presto il bando alla produzione e uso di microsfere di plastica nel nostro paese. Il rapporto di Greenpeace offre indicazioni allarmanti sugli impatti delle microplastiche su vari organismi marini, tra cui diverse specie di pesci e molluschi comunemente presenti nei nostri piatti, anche se gli effetti sulla salute umana sono ancora troppo poco studiati. Anche per questo, Greenpeace Italia chiede al Parlamento di adottare al più presto il bando alla produzione e uso di microsfere di plastica nel nostro Paese: su iniziativa dell’associazione Marevivo è stata già presentata una proposta di legge. Si tratta di una misura precauzionale, al vaglio in numerosi Paesi, necessaria per fermare al più presto il consumo umano di questi materiali. “Una mole crescente di prove scientifiche mostra che le microplastiche possono generare gravi conseguenze sugli organismi marini e finire nei nostri piatti. Un bando alla produzione di microsfere è, per il Governo e il Parlamento, la via più semplice per dimostrare attenzione agli effetti dell’inquinamento del mare e ai relativi rischi per la salute umana anche se è solo un primo passo per affrontare il gravissimo problema della plastica nei nostri oceani” afferma Giorgia Monti, responsabile Campagna Mare di Greenpeace Italia.
L’accumulo delle microplastiche lungo la catena alimentare. Arrivate al mare, le microplastiche possono sia assorbire che cedere sostanze tossiche ed è dimostrato che vengono ingerite da numerosi organismi: pesci, crostacei, molluschi. Sono almeno 170 gli organismi marini (vertebrati e invertebrati) che certamente ingeriscono tali frammenti. Un recente studio condotto su 121 esemplari di pesci del Mediterraneo centrale, tra cui specie 3 commerciali come il pesce spada, il tonno rosso e tonno alalunga, ha identificato la presenza di frammenti di plastica nel 18,2 % dei campioni analizzati. Gli organismi marini possono ingerire le microplastiche in diversi modi: gli organismi filtratori, come le cozze, le vongole o le ostriche, possono semplicemente contaminarsi con l’acqua che filtrano per nutrirsi, mentre i pesci possono ingerirle sia direttamente, scambiandole per prede, che attraverso il consumo di prede contaminate. Un problema derivante dalla presenza di microplastiche in mare è il rischio di un trasferimento e accumulo lungo la catena alimentare per l’ingestione, da parte dei predatori, di prede contaminate. Uno studio condotto su pesci che si nutrono di plancton del Pacifico del Nord ha infatti riscontrato la presenza di frammenti di plastica nel 35 per cento degli individui analizzati. Tali pesci possono essere a loro volta preda di altri pesci più in alto nella catena alimentare e tale contaminazione potrebbe arrivare a avere impatti fino ai grandi predatori, come il tonno. I danni causati possono avere sia natura fisica, ad esempio lesioni agli organi dove avviene l’accumulo, che chimica attraverso il trasferimento ed accumulo di sostanze inquinanti.
L’impatto delle microplastiche sulla salute dell’uomo. Purtroppo, non ci sono ancora ricerche sufficienti a definire con certezza gli impatti sulla salute umana ma i dati disponibili confermano la necessità di applicare con urgenza il principio di precauzione, vietando la produzione di microsfere e definendo regole stringenti per ridurre in generale l’utilizzo di plastica. Anche se al momento è difficile definire i possibili rischi per la salute umana, sono stati identificati una serie di problemi (ancora oggetto d’indagine) che potrebbero derivare dall’ingestione di microplastiche tramite prodotti ittici contaminati: dalla diretta interazione tra le microplastiche e i nostri tessuti e cellule, fino a un ruolo come fonte aggiuntiva di esposizione a sostanze tossiche. Considerando che molti degli additivi e contaminanti associati alle microplastiche sono pericolosi per la salute umana e per l’ambiente, questo aspetto rimane una delle principali aree su cui concentrare le ricerche in futuro.
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