17 Agosto 2016

Turchia: fuori 38mila detenuti per far spazio ai golpisti. Ecco il decreto del governo Erdogan

Il Governo Erdogan vara un decreto che permetterà di rilasciare ben 38mila detenuti comuni, per far spazio nelle carceri alle 35mila persone arrestate dopo il colpo di Stato dello scorso 15 luglio. Nel frattempo Fethullah Gulen è stato condannato dalla procura turca a due ergastoli e 1900 anni di carcere.

(Foto © REUTERS)

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Turchia: fuori 38mila detenuti per far spazio ai golpisti. Ecco il decreto del governo Erdogan. Il governo Turco ha varato un decreto per rilasciare circa 38.000 detenuti, presumibilmente – secondo i media – per far spazio nelle carceri del Paese alle circa 35.000 persone arrestate nell’ambito delle indagini sul tentato colpo di Stato dello scorso 15 luglio. Il ministro della Giustizia, Bekir Bozdag, ha spiegato in un tweet che non si tratta di un’amnistia ma di un rilascio condizionato. La misura esclude i detenuti colpevoli di omicidio, violenza domestica, abusi sessuali o reati contro lo Stato.

Due ergastoli e 1.900 anni di carcere. Questa la condanna chiesta dalla procura turca per Fethullah Gulen, l’ex imam dal 1999 in esilio volontario negli Stati Uniti considerato l’ispiratore del fallito golpe dello scorso 15 luglio. In contemporanea, continua la purga di massa ordinata dal presidente Tayyip Erdogan contro i presunti simpatizzanti del suo ex alleato: oggi sono stati perquisiti gli uffici di 44 società e aziende a Istanbul, il cuore economico della Turchia, e sono stati spiccati ordini d’arresto contro 120 manager. Secondo le accuse della procura di Usak, Gulen deve essere condannato a due ergastoli “per aver cercato di distruggere l’ordine costituzionale con la forza” e per aver “formato e guidato un gruppo terrorista armato”. In 2.500 pagine messe agli atti dal tribunale gli si addebita anche il trasferimento negli Usa, attraverso società di comodo, di denaro ricavato da donazioni e da raccolte di beneficenza ‘pilotate’. L’ex imam, 75 anni, bestia nera di Erdogan, ha sempre negato qualunque coinvolgimento nel fallito golpe ma – appoggiandosi anche su precedenti ripetute accuse secondo le quali avrebbe messo in piedi “uno Stato parallelo” soprattutto dopo lo scandalo per corruzione che nel 2013 ha coinvolto il presidente – la procura gli ha contestato anche di aver “infiltrato” le istituzioni e i servizi di informazione della Turchia. Il tutto attraverso una rete capillare di scuole private, fondazioni, società assicurative, aziende, giornali e televisioni organizzata proprio per prendere il controllo del Paese. Banche compiacenti, Gulen le avrebbe trovate in Sudafrica, Emirati Arabi Uniti, Tunisia, Marocco, Giordania e Germania. “Un virus”, secondo Erdogan, che avrebbe potuto intaccare l’integrità dello Stato. Da ciò la mannaia che si sta abbattendo su tutte le voci dissidenti in Turchia, una mannaia che, nelle intenzioni del presidente, presto potrebbe assumere effettiva concretezza se “il popolo e il Parlamento” decideranno di introdurre la pena di morte. Un’altra vittima delle purghe, sempre oggi, è stato il giornale filo-curdo ‘Ozgur Gundem’ accusato di “propaganda terroristica” in quanto “organo mediatico” del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan, fuorilegge). In un mese sono stati messi i sigilli già a 130 tra giornali, televisioni e radio. ‘Ozgur Gundum’ è un’altra tappa dell’imbavagliamento di qualsiasi dissidenza e critica. Tanto più pesante visto che i curdi sono l’altra bestia nera di Erdogan: stanno sconfiggendo l’Isis in Iraq e in Siria e pochi giorni fa qui hanno liberato la città di Manbij. Stamane la preoccupazione del ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu era quella di ricordare alla comunità internazionale, e agli Usa in particolare, che ora i curdi da quella città devono andare via. Lo stesso Cavusoglu della questione ha probabilmente parlato al telefono nel pomeriggio con il segretario di stato americano John Kerry. Andava riproposta la richiesta di estradizione di Gulem – hanno spiegato il media legati al palazzo – e andava preparato il terreno alla visita del 25 luglio del vicepresidente Joe Biden. Visita che già di per sé, secondo Ankara, costituisce un segnale positivo in relazione alla richiesta di estradizione dell’ex imam. (ANSA)

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