Recensione di Eva Cabras per “storiadeifilm.it” – Negli scorsi mesi è approdato nelle sale italiane “El abrazo de la serpiente”, il film in bianco e nero di Ciro Guerra candidato all’Oscar 2016 come miglior film straniero. Premio Art Cinéma della sezione Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2015, il film di Guerra ci porta in Colombia, terra misteriosa e, perciò, ammaliante.
Nelle profondità inesplorate dell’Amazzonia vive Karamakate, sciamano indigeno rimasto l’unico sopravvisuto del proprio popolo. Due volte nel corso della sua vita si è trovato ad aiutare degli occidentali in difficolta, persi nel folto della vegetazione, colpiti da malattie sconosciute e alla ricerca del medesimo tesoro: la yakruna, una pianta sacra allucinogena che infesta l’albero della gomma. Le due diverse, ma simili, occasioni di contatto tra mondi agli antipodi vengono raccontate da Ciro Guerra su separati piani temporali. Theo, personaggio ispirato ai viaggi di Theodor Kock-Grunberg agli inizi del ‘900, convinge il giovane Karamakate a curarlo e accompagnarlo alla ricerca della preziosa pianta con la promessa di aver incontrato alcuni altri sopravvissuti della sua stessa tribù. Evans, modellato sulla figura del botanico Richard Evans Schultes, viene invece in contatto con lo sciamano quando orami quest’ultimo è diventato anziano e segnato da anni di solitudine, con la memoria evanescente e la convinzione di aver perduto il contatto con le proprie radici. La seconda spedizione verso la yakruna riporta a galla i ricordi dell’indigeno, comprese entrambe le spiacevoli conclusioni dei viaggi. Sia Theo che Evans tentano, infatti, di approfittare della yakruna per coltivare i redditizzi alberi del caucciù, materia prima amazzone responsabile dei barbari genocidi che hanno decimato o eliminato completamente le popolazioni native della foresta.
Lo spettro del colonialismo aleggia per tutta la durata di El Abrazo de la Serpiente, ma si mimetizza nel tessuto narrativo lasciando il primo piano alle vicende personali dei protagonisti. Alla fine del film ciò che prevale non è l’ennesimo resoconto storico sulle barbarie dei colombiani, ma la capacità degli indigeni di sopravvivere e perdonare, così come fa Karamakate. Lo sciamano porta a… (per continuare a leggere la recensione cliccare qui –>> “storiadeifilm.it”).
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