10 Luglio 2016

40 anni fa il disastro del Seveso e della diossina all’Icmesa. La testimonianza di Roberto Stangalini

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(Roberto Stangalini – Tronzano Lago Maggiore) – “Di diossina ancora si muore”, titolava il Corriere della Sera lo scorso 15 maggio, introducendo un convegno organizzato dall’Ordine dei Medici di Monza e Brianza, da cui sono emersi dati preoccupanti. Che sorpresa. Ci sono voluti 40 anni per ri-scoprire l’eredità dell’Icmesa?

Seveso 7 luglio 1984 - sulla 2a vasca

Seveso 7 luglio 1984 – sulla 2a vasca (Foto Roberto Stangalini)

Quel 10 luglio 1976 a Seveso si compì quello che il professor Maccacaro definì subito “un crimine di pace”. Un crimine che si tentò immediatamente di occultare, di minimizzare. Quando, poi, non fu più possibile nascondere la pericolosità della diossina fuoriuscita dal reattore esploso, erano passati nove giorni, e si fece di tutto per confondere, per mistificare (l’onorevole Emilio Trabucchi il 31 luglio, nel corso di un’assemblea con la cittadinanza, dichiarò di essere pronto ad andare a vivere nella zona inquinata e a bere il latte contaminato, ma non lo fece).

Eppure immediati furono i segni che, quella uscita dalla fabbrica, non fosse solo una nube maleodorante. L’Icmesa (Industrie Chimiche Meridionali S.A.), uno stabilimento sito sul territorio di Meda, confinante con Seveso, dal 1947 produceva sostanze chimiche, in quel periodo il triclorofenolo, componente base di diserbanti. L’odore dei prodotti impregnava gli abiti degli operai, avvertendo, nelle vie del paese, del loro passaggio. Spesso l’aria puzzava e la gente era solita dire: “Deve cambiare il tempo, si sente l’Icmesa”. No la nube di quel giorno non era solo puzza, era diossina TCDD, sostanza chimica fra le più tossiche.

Il sabato 10 luglio 1976 ero a Maccagno. Al mio rientro a Seveso, il lunedì, venne da me una vicina a chiedermi se potevo andare a vedere il suo orto, proprio a ridosso del muro della fabbrica, perché “l’Icmesa aveva fatto uscire una delle solite nubi puzzolenti” e i suoi ortaggi si erano bruciati. L’Icmesa avrebbe risarcito il danno. Subito mi colpì il fogliame, completamente bruciato, della prosa di fragole. Guardai le altre produzioni, scavai per dissotterrare qualche patata. Alla fine solo le parti aeree della vegetazione portavano evidenti segni dell’azione di un potente defoliante. Ebbi tuttavia la “sensazione” che l’inquinamento fosse più grave del solito. Nel frattempo arrivò una donna che aveva un orto contiguo. Anche a lei i tecnici Icmesa avevano promesso il risarcimento, ma aggiunse: “Avete sentito dei figli dei Senno? La minore di tre anni era sul balcone quando è uscita la nube e adesso è piena di foruncoli”. Non erano foruncoli, ma cloracne.

Senno aveva fatto le elementari con me. Il pomeriggio seguente andai a trovarlo. Non vidi la bimba, ma mi bastarono gli occhi di Ennio, suo padre. Mi bastò vedere le galline trascinarsi sul terreno col collo piegato e le penne arruffate. E il gatto, gonfio, con la pelliccia umida. “Mi stanno morendo tutti gli animali e le vacche non si alzano più da terra. Mi hanno assicurato che me le pagheranno, ma mia figlia non si sa cos’abbia”.

Oggi, c’è ancora chi, in Regione, sostiene che la troppa preoccupazione, per le conseguenze sanitarie dell’inquinamento, produsse stress cardiovascolari in numerosi cittadini, come unica malattia. Ma che lo vada a dire a Stefania Senno che porta ancora sul volto i segni della cloracne…

Seveso 7 luglio 1984 - Ufficio Speciale (Foto Roberto Stangalini)

Seveso 7 luglio 1984 – Ufficio Speciale (Foto Roberto Stangalini)

La vicenda diossina finì nel sacco dei grandi misteri italiani degli anni ’70/’80. Una vicenda che ebbe aspetti sociali gravi, nel vissuto di quello che era un paese di tranquilli “legnameé”. Personalmente, anche come consigliere comunale, ho seguito le vicissitudini dei test sulla salute nel dopo diossina e della gestione, da parte degli amministratori locali, dei miliardi pagati come risarcimento, forzoso, dalla Givaudan/Hoffman La Roche proprietaria dell’Icmesa.

In questi giorni, in zona Icmesa (però non resta nulla della fabbrica, sul terreno si è relizzato un centro sportivo) si fanno diverse iniziative, ma credo che la battaglia per la salute l’abbiamo persa allora. Noi, extraparlamentari del Comitato Scientifico Popolare, già prossimi a dover combattere le più dure battaglie contro le tetre chimere dell’Autonomia, ad affrontare le conseguenze della diossina in ambito giovanile, comprese le tossicodipendenze: troppi i giovani morti. Non dimentichiamoci che Prima Linea uccise il dirigente Icmesa Paolo Poletti, il 5 febbraio 1980 e per mesi ci fu impossibile organizzare incontri pubblici e fare controinformazione. Il PCI, già fluttuante nel rigoroso statalismo verso il mai realizzato “partito di governo”, si trastullò nel continuo proporre il mitico inceneritore: bruciare tutto l’inquinato, proprio lì in zona A, e basta. I cinici radicali fecero sulla popolazione i maggiori danni. Si precipitarono – in tanti, pezzi grossi, e poi mai più rivisti – nella Seveso, cattolicissima, a parlare di aborto, aborto e aborto. Avevamo bisogno di dati, di controlli sanitari sulla popolazione, di monitoraggi. Invece, tutto fu messo in secondo piano, per frenare l’impatto dell’argomento aborto, più legato ai vantaggi elettorali che alla salute. Attraeva molto i giornalisti, ma che non ci serviva per informare i cittadini. E poi l’Ufficio Speciale, istituito per gestire e attuare i programmi della bonifica, fu organismo più politico che scientifico e grande consumatore di denaro.

Leggere che ancora su quel territorio ci sono iniziative mi fa piacere, ma sono anche perplesso. Così come mi irrita la commemorazione retorica prodotta dei media su quegli avvenimenti: mentre scrivo questi appunti il TG2 sta proprio parlando di Seveso, e vedo che intervistano chi, da quelle vicissitudini, trae ancora rendita politica, sono invecchiati, ma le facce sono sempre di bronzo…

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