29 Marzo 2016

Intervista al luinese Roberto Mometti, vincitore con Miele del Rally dei Laghi 2016

Tempo medio di lettura: 5 minuti

Ad oltre due settimane dall’ultima vittoria, quella del 13 marzo nel Rally dei Laghi, siamo andati ad intervistare il navigatore luinese Roberto Mometti, assoluto protagonista della 25esima edizione, vincendo insieme a Simone Miele sulla Ford Fiesta World Rally Car 1600cc. gestita dal team di casa Dream One Racing. Esordio nel 1986 nel Rally Valle d’Intelvi e ad oltre 31 anni Mometti sembra aver la stessa passione ed umiltà di allora, con una grande motivazione che lo continua a salire sulle auto da rally: la ricerca di emozioni. Ecco l’intervista al campione luinese.

https://www.youtube.com/watch?v=QyUICWRA7z0

Quando nasce la tua passione per il rally?

Nel lontano 1985, quando era mio cognato che gestiva auto da rally e mia sorella gareggiava. Poi lei è diventata mamma e la prima gara l’ho fatta al posto suo e voilà, eccoci qua.

Quella tua prima gara, l’esordio nel Rally Valle d’Intelvi nel 1986. Oltre la passione, cosa ti spinge ancora a metterti in auto dopo 30 anni?

Ricordo come se fosse oggi quel giorno. Il mio primo rally con Roberto Cremona, che ancora oggi è un mio grande amico e lo ringrazio per avermi insegnato tutte le basi di questo sport. Oltre alla passione sono le emozioni che mi spingono a salire su un’auto da rally. Sono il viatico per tutto quello che faccio. Se qualcuno mi chiama, nel caso in cui avesse bisogno di me, rispetto a quello che cerco di fare, mi emoziona e mi stimola ad andare avanti.

Eravate tra i favoriti del Rally dei Laghi 2016. Quando hai capito che la vittoria era veramente alla vostra portata?

Sicuramente avevamo tutto per poter vincere la gara, a partire da Simone Miele che lo ritengo un pilota molto forte. Insieme a questo anche la macchina di Simone è una delle migliori che oggi ci sono in Italia. Alla vigilia, forse, dire di poter vincere era presuntuoso, e anche per scaramanzia non lo abbiamo mai detto, ma dopo la seconda prova speciale avevamo capito che potevamo dire la nostra.

Quali sensazioni hai provato a vincere il tuo secondo Rally dei Laghi a distanza di 21 anni?

La sensazione che sono passati già 21 anni è di per sé sorprendente. Una felicità immensa. Nel 1995 lo avevo vinto con Fabrizo Gallio proprio qui a Luino ed è chiaro che era stato emozionante, ma altrettanto emozionante è stato vedere due settimane fa gli occhi del papà Miele quando eravamo sul podio.

Quali le affinità e quali le diversità tra l’edizione del 1995 e quella 2016?

L’unica cosa cambiata in vent’anni è che ora possiamo fare le ricognizioni di un rally: oggi sono regolamentate, ci sono degli orari e non si possono fare più di tre passaggi, nel mondiale addirittura due. Questa è la grande differenza, ma alla fine bisogna scrivere bene le note e lavorare sodo. E’ ancora tutto uguale: stesse emozioni, stesse strade.

Che rapporto hai con Miele e la sua famiglia? Da quanto gareggiate insieme e come ti trovi con lui?

Umanamente, insieme alla famiglia Acerbis, è la famiglia che mi coccola in un modo incredibile. La prendo come modello: l’educazione che ha ricevuto Simone sicuramente arriva dalla loro famiglia. Ormai gareggiamo insieme da qualche tempo, lui è ancora un giovane pilota ed ha tutte le carte in regola per diventare un buon campione. Purtroppo o per fortuna, però, ha intrapreso l’attività imprenditoriale e non avrebbe neanche il tempo di operare nel settore rally per arrivare in là nel mondiale.

Ventisette anni dopo papà Mauro, Simone Mieli, insieme a Roberto Mometti, firma il Rally dei Laghi 2016 (Foto Mattia Ozbot)

Con la tua esperienza e la tua carriera in campo internazionale (Africa, Australia, Europa, America, Asia), cosa significa per te gareggiare nel Rally di casa?

Si torna a casa, in un rally che si conosce bene. Io ho un grande limite, quello di non riuscire ad affrontare una gara, che sia in Cina o Messico, in modo differente anche quando è sul nostro territorio o di chilometraggio inferiore. Il Rally di Varese, purtroppo, non credo di averlo preparato al meglio, come invece avrei fatto normalmente, perchè avevo degli impegni di lavoro ultimamente più presenti. Però si prepara allo stesso modo. E’ importante per me prepararlo con la stessa concentrazione perchè nel momento in cui si verifica un imprevisto, la preparazione ti aiuta. Sottovalutare un qualcosa perchè lo conosci ti può portare all’errore.

Nella tua carriera quali sono i piloti che ti hanno formato maggiormente?

Sicuramente, devo rammentarlo, perchè non c’è più da quest’anno, Mauro Saredi. Quando ancora non correvo mi portava con lui a fare le ricognizioni e mi ha insegnato molto. Chiaramente Gallio ed altri sono stati fondamentali, ma il passaggio importante nella mia carriera lo devo attribuire a Lucio Guizzardi, pilota ufficiale Opel e Lancia, il quale mi ha fatto capire come si lavora. Da lì ho iniziato a fare rally internazionali con un certo metodo.

Nel varesotto c’è una grande tradizione di rallysti. Secondo te da cosa nasce questo? Dalle persone, dal territorio o dallo sviluppo della corsa in sé?

E’ una domanda impegnativa, ma nella nostra provincia i motori li abbiamo sempre vissuti in modo molto forte e di cuore. Il motocross, l’enduro o il rally… penso che nella nostra zona qualsiasi sport è presente, basta guardare il lago e pensare alla Canottieri Luino, ad esempio. Il motosport sicuramente è stato aiutato dalla presenza di numerosi grandi campioni come Galante, i fratelli Maneo, Manzoni… ce ne sarebbero da dire tanti di nomi…

A quali esperienze e gare internazionali sei più legato?

La prima volta sono partito da solo per andare a correre in Argentina.  Ho gareggiato con un ragazzo toscano con il quale a febbraio ho fatto il rally del Qatar nel deserto, che mi ha introdotto in questo mondo. All’inizio io avevo paura, ma lui è riuscito a mettermi a mio agio. Viaggiare è molto formativo: oltre alla gare vedi dei posti stupendi, Giappone, Cina, ad esempio… Insegnano molto questi luoghi e sono cose che ti porti nel cuore, una grande ricchezza.

Hai una carriera di oltre trent’anni nel motorsport… In questo senso ti senti coccolato e riconosciuto a livello sportivo nel nostro territorio? Hai avuto mai riscontri di questo tipo?

La risposta è molto semplice. Già un’intervista di questo tipo è un segnale di grande interesse nei miei confronti. Mi sento molto coccolato dal mio territorio, a partire da Isa (ndr, la moglie), dai miei genitori e da tutto quello che c’è intorno. Per me è molto gratificante.

A quale macchina sei più legato, invece?

A me piacciono tutte… paradossalmente mi piace ancora molto salire su una Lancia Delta, ma salire su una World Rally Car è tanta roba. La macchina di Simone, come dicevo prima, è davvero una top car, ma anche correndo con la famiglia Fontana, che mi segue molto, nella persona di Gil Fontana… loro si sono permessi di creare un team con le Hyundai ufficiali, dove non c’è il settore “auto-clienti”… sedersi su quelle macchina è già emozionante di per sé, stando seduti fermi.

Cosa consiglieresti ad un giovane appassionato che vorrebbe entrare nel mondo del rally?

Mi succede sovente che mi si chieda questa cosa ed io ad un giovane appassionato direi di passare una giornata insieme. Gli racconterei quello che faccio io. Facciamo anche dei corsi per navigatori insieme a Michele Ferrara, lui lo fa per lavoro. Prima di cominciare credo sia indispensabile fare una chiacchierata, per intraprendere una strada delineata, un percorso. Cremona mi ha insegnato nella prima corsa cose che io ancora oggi utilizzo.

Quale, infine, la cosa o l’aneddoto che ti ha maggiormente colpito nell’ultimo Rally dei Laghi che avete vinto? 

Mi emoziona ancora ora mentre lo racconto, come ho detto all’inizio, l’abbraccio di papà Miele a fine Alpe Tedesco sull’ultima prova. Quest’uomo che per me era un idolo in KTM… lui è stato il primo italiano a vincere una prova del Mondiale… E’ uno che in moto andava veramente forte ed io lo leggevo solo sui giornali da ragazzo. Lui quel giorno mi ha abbracciato e quando ricevi un abbraccio così sincero, tutto il resto va in secondo piano…

Che altro aggiungere, quindi? Nulla… Solo che, spesso, è la grande umiltà a dimostrare la qualità di una persona, prima che di un campione…

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