17 Gennaio 2016

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu compie oggi 70 anni. “Inclusione con più seggi non permanenti”

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Il Consiglio di sicurezza dell’Onu festeggia i suoi 70 anni di vita: il 17 gennaio 1946, infatti, si riunì a Londra per la prima volta il plenum dell'”esecutivo” delle Nazioni Unite. Nella Church House di Westminster si ritrovarono i rappresentanti dei cinque membri permanenti (Cina, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Urss) e quelli dei primi sei membri non permanenti appena eletti (Australia, Brasile, Egitto, Messico, Olanda e Polonia).

(marinacastellaneta.it)

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Il Consiglio di sicurezza dell’Onu compie oggi 70 anni. In questi sette decenni il Consiglio di sicurezza, tra furiose contrapposizioni e faticosi compromessi, il Consiglio ha allargato a 10 il numero dei membri non permanenti, eletti con mandato biennale, ma ha preservato il potere di veto dei cinque permanenti, un potere che molti considerano anacronistico, tanto più dopo la fine della Guerra fredda e della contrapposizione tra i blocchi. Nel lungo dibattito sulla riforma, che viene ora rilanciato proprio per i 70 anni dalla nascita dell’Onu, l’Italia si è battuta con successo contro l’allargamento del numero dei permanenti, suggerendo piuttosto di dare una maggiore rappresentatività al Consiglio, ad esempio dando voce ai blocchi regionali come l’Ue. Serve un Consiglio di sicurezza dell’Onu “maggiormente rappresentativo, efficace, trasparente e in grado di rendere conto agli Stati membri”, ha chiesto al Palazzo di Vetro il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, invocando “una soluzione di compromesso, nell’interesse dell’intera membership”. Roma, primo contributore di caschi blu tra i Paesi occidentali e settimo contributore al bilancio onusiano con il 4,48% (113 milioni di dollari), chiede che non si creino nuove élite.

Le parole ed il parere dell’ambasciatore Francesco Paolo Fulci. “Il problema è sempre lo stesso”, spiega in un’intervista all’Agi l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, storico rappresentante italiano al Palazzo di Vetro tra il 1993 e il 1999, “se alcuni Paesi vogliono diventare membri permanenti a scapito di altri, ad esempio la Germania sbattendo la porta in faccia all’Italia, o il Giappone sbattendola alla Corea del Sud o ad altri Paesi vicini, non si andrà da nessuna parte”. Fulci, oggi presidente di Ferrero Spa Italia, negli anni ’90 guidò la resistenza al cosiddetto “Quick fix”, il tentativo di riforma per inserire Germania e Giappone tra i membri permanenti che avrebbe relegato l’Italia nella serie C della diplomazia. Fu lui a fondare il “Coffee Club” (confluito poi in “Uniting for Consensus”), un gruppo di Paesi contrario all’aumento dei membri permanenti. L’84enne ex diplomatico non ha dubbi: contro la creazione di nuovi seggi permanenti reggerà “la diga procedurale fatta erigere dall’Italia a fine anni ’90 che richiede una maggioranza di due terzi dei Paesi membri” (e non dei soli votanti) per la riforma. Citando Amintore Fanfani, che fu presidente dell’Assemblea generale dell’Onu, Fulci esclude la nascita di nuovi membri permanenti se non come il tragico “risultato di una Terza guerra mondiale”.

“Noi”, ricorda l’ambasciatore siciliano, “siamo per il principio dell’inclusione e non dell’esclusione, ad esempio con più seggi non permanenti”. Sventando la creazione di altri seggi permanenti, annota, “si è impedito che il deficit di democrazia del Consiglio crescesse ulteriormente, si è tenuto in vita il sogno di un seggio europeo e di un’Europa non più rinchiusa nei fortilizi nazionali e si è evitato che il G7/G8 venisse svuotato”.

Per Fulci la battaglia per riformare il Consiglio deve puntare a “una maggiore trasparenza nei lavori, in parte già ottenuta”, e a una maggiore apertura alle medie potenze come l’Italia. “E’ molto importante non essere esclusi”, ha sottolineato l’ex diplomatico che quando ebbe la presidenza di turno del Consiglio di sicurezza lottò contro lo strapotere dei cinque membri permanenti che lui chiamava con malizia “i non eletti”. “Creai anche la ‘Fulci ruling’, la ‘regola’ per cui nelle riunioni informali non avrei più atteso i comodi dei rappresentanti di Cina, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Russia che erano soliti incontrarsi subito prima in formato ristretto”, rievoca.

L’Italia è anche candidata a un seggio non permanente per il biennio 2017-18, con l’elezione che è prevista a fine anno anno. “E’ una partita molto difficile”, ammette Fulci, “Olanda e Svezia sono rivali di primissimo piano”. Lui esprime però “grande fiducia” nell’attuale rappresentante all’Onu, Sebastiano Cardi, che già faceva parte del “dream team” italiano al Palazzo di Vetro degli anni ’90: “Siamo tornati ad avere grande influenza, come dimostra la nomina di Filippo Grandi alla guida dell’Unhcr”, osserva Fulci, “le elezioni all’Onu si vincono e si perdono a New York, non nelle capitali”.

Quanto al futuro dell’Onu nel suo complesso, Fulci è cautamente ottimista: “Il suo ruolo al servizio della pace continua a esercitarlo alla meno peggio”, osserva, “malgrado nasca con il peccato originale di non avere un suo stato maggiore militare, un centro di comando, controllo e comunicazione unificato per le missioni di peacekeeping”. “L’Onu in questi decenni ha fatto miracoli, riuscendo a fermare tante guerre”, ha concluso, “e pur con tutte le sue carenze resta l’unico posto in cui si deve per forza tornare se si vuole ristabilire la pace in un Paese”. (AGI © Davide Sarsini Novak)

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