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17 Dicembre 2015

Luino, intervista al regista Aurelio Grimaldi: la passione per il cinema, i temi sociali e Pasolini. “Con Penelope Cruz e Alba Parietti…”

Tempo medio di lettura: 10 minuti

(In collaborazione con Andrea Roncari) – La scorsa settimana Aurelio Grimaldi ha presentato al Teatro Sociale di Luino i suoi film “Nerolio”, “Un mondo d’amore” e “Rosa Funzeca” per omaggiare Pier Paolo Pasolini. Tre serate di grande spessore culturale a detta dei partecipanti, in occasione del quarantennale della morte di uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del XX secolo. Noi siamo andati ad intervistarlo ed il regista si è raccontato a 360 gradi tra passioni, cinema, esperienze, temi sociali, progetti futuri ed aneddoti particolari.

Il regista Aurelio Grimaldi

Il regista Aurelio Grimaldi

Da dove nasce la sua passione verso il Cinema? La mia passione per il cinema è nata sin da bambino. A Luino a quei tempi si potevano vedere solo i film della Rai, che si chiamava “Primo Canale”, uno alla settimana il lunedì. Noi qui in questa zona, però, eravamo fortunati perchè potevamo raddoppiare l’appuntamento con la Televisione Svizzera Italiana che il sabato sera trasmetteva un film. A quei tempi passavano film hollywoodiani, i western, Hitchcock e tanti altri, che però a me piacevano poco, ma mi ricordo che c’erano anche tutti i miglior film italiani, “Roma Città Aperta”, “Umberto D”, perfino qualche film di Totò… Beh a me piacevano di più, sin da allora, i film italiani e certe passioni non finiscono più. Già dal suo esordio “La discesa di Aclà a Floistella” ha dimostrato un’attenzione particolare ai temi sociali. In che modo è riuscito a coniugare aspetti sociali ed arte cinematografica nei suoi film? Per me è stato fondamentale ed emozionante il cambiamento che ho avuto passando da Luino alla Sicilia, soprattutto Palermo quando ad un certo punto ho deciso di fare il servizio civile lì. A Luino, in 19 anni, non avevo mai conosciuto la povertà, invece a Palermo ho avuto modo di verificare delle condizioni sociali e umane molto più complesse, in qualche modo appassionanti, ingiuste, ma emozionanti e piene di vitalità. Prima ho cominciato facendo il servizio civile occupandomi di bambini, ladruncoli inadempienti alla scuola, poi in maniera un po’ fortuita, vinsi il concorso di insegnante di scuola elementare quando in verità avevo programmato la mia vita, avevo preso la laurea in lettere, per fare l’insegnante di storia-filosofia o di letteratura italiana e storia. Invece mi sono trovato, come desideravo, nel carcere minorile e da allora gli aspetti sociali, come essere umano, fanno parte della mia vita e quando posso mi piace raccontarli. Dopo “La Ribelle”, presentato a Locarno, è il film “Le Buttane”, che ha suscitato polemiche al 47esimo Festival di Cannes, a consacrare la sua affermazione… Si immaginava questo successo? In che modo ha affrontato le polemiche della critica? I miei film hanno sempre causato polemiche, sicuramente “Le Buttane”, “Nerolio” e “Rosa Funzeca” più di altri. Devo ammettere che me le sono sempre cercate e a me piace sempre dire che “nessun medico ha prescritto che uno debba fare il regista”, però se ci riesco, e non è facile, se devo fare dei film, faccio quelli che mi stanno a cuore. Non ho mai seguito le leggi del cinema commerciale e molti dicono che sia un errore, che è una cosa tipicamente europea, l’idea del cinema d’autore, ma l’ipotesi di fare del cinema per lavoro e non per passione non mi ha mai sfiorato. Avrebbe potuto fare una scelta differente? Ha avuto questa possibilità? Diciamo che “Il Macellaio”, che era prodotto da Medusa, quindi dal gruppo Mediaset, con un grande investimento, sulla carta doveva essere un film commerciale. Però quando mi proposero di lavorare con Alba Parietti ed io accettai, la condizione che posi era la libertà assoluta sulla sceneggiatura, che in verità mi avevano già dato prima che entrasse la Parietti. Così ho trasformato un progetto che doveva essere commerciale, nonostante non sia il mio capolavoro, con il film che andò bene grazie alla Parietti e non a me, in una storia e in un film a modo suo un po’ intellettualizzato, in un film che ha cercato di raccontare la solitudine di una donna benestante con un marito ricco del Nord, che viene a Palermo a fare il direttore d’orchestra. La donna sembra abbia tutto, ma poi si accorge, innamorandosi assurdamente ed eroticamente di un macellaio brutale e poco intellettuale, che evidentemente c’era dentro di lei nel suo equilibrio qualcosa che pensava di avere e che non aveva. Quindi anche nell’occasione di fare un film commerciale io ho accettato solo a condizione di poter usare un’icona come Alba Parietti, nel suo primo ed unico film da protagonista, per costruire un film che fosse un po’ più psicologico. Nel 1995 è uscito Nerolio, primo dei film della trilogia dedicata a Pasolini. Cosa l’ha colpita maggiormente di una delle figure più intellettuali del Novecento? Di Pasolini mi colpivano molte cose, soprattutto le sue contraddizioni. Il suo contrasto tra l’essere intellettuale e la sua vita. Pasolini, come ho detto spesso, ogni notte andava in cerca di ragazzi, in quelle notte selvagge, di macelleria, come le chiamava lui. Cercava questi ragazzi nel proletariato più povero, presentandosi con la Giulietta, i capelli tinti, ben vestito, con la giacca di pelle, dicendo a questi ragazzi “io sono un regista e ti faccio fare cinema”, li portava al ristorante in tempi in cui neanche la piccola borghesia ci poteva andare. Questo era il Pasolini notturno, molto diverso da quello che scriveva sul “Corriere della Sera” contro il capitalismo. Si può quasi dire che il “Pasolini notturno” agiva da capitalista, usava il suo denaro, la sua forza economica nei confronti di ragazzini che, invece, proprio su quello erano negli ultimi posti della società. Questo mi colpiva ma senza dare giudizi morali su di lui: credo che l’artista deve essere esaminato sulle sue opere, non sulla sua vita, quello è un altro discorso. Questa contraddizione, invece, mi ha colpito molto e proprio da questo sono nati prima “Nerolio” e dopo “Un mondo d’amore”. “Nerolio” è il Pasolini notturno, ma ormai famoso, conosciuto, arrogante e consapevole della sua grandezza e della sua fama, mentre in “Un mondo d’amore” racconto del primo processo nel quale Pasolini venne coinvolto, uno scandalo: lui aveva 27 anni, professore in una scuola media e per la prima volta viene beccato ad “inquietare”, come si dice a Palermo, a molestare tre ragazzini minorenni, di tredici-quattordici anni. Questa contraddizione si mischia con il mio affetto e la mia considerazione nei suoi confronti, perchè “Accattone”, “Mamma Roma”, “La Ricotta” e “Che cosa sono le nuvole”, sono per me quattro film, due sono medio-metraggi, molto importanti. Da qui oltre la mia passione per lui come cineasta, anche il raccontare la sua vita con “Nerolio”, “Un mondo d’amore” e riraccontare “Mamma Roma”, modificato nel finale nel mio “Rosa Funzeca”. Da cosa nasce la volontà di dedicare queste tre opere a Pasolini? Non è una vera trilogia perchè quando ho fatto “Nerolio” non pensavo altri film su Pasolini. Poi mi è venuto in mente di fare “Un mondo d’amore” e ci sono riuscito. Lì, quasi in contemporanea, è nato “Rosa Funzeca”, che da anni cercavamo di fare con Di Benedetto. Dopo una serie di no, improvvisamente è saltato fuori un sì con una nuova commissione dell’Ufficio Cinema che ha approvato il progetto con un buon finanziamento. Quindi non è un lavoro organico, ma due film sono sulla vita di Pasolini ed uno completamente ispirato alla sua cinematografia. Sono tutti e tre in bianco e nero e prossimamente farò un altro film così. Sono molto contento di essere l’unico regista italiano a fare anche film in bianco e nero perchè tutti i miei colleghi dicono sia magnifico però poi creano solo film a colori. In questo senso mi sento fortunato: forse accettando di fare film a basso budget, totalmente indipendenti, mi posso permettere la libertà espressiva che se voglio usare il bianco e nero non me lo può impedire nessuno. Come ha sviluppato “Rosa Funzeca”? Perchè questa scelta? “Rosa Funzeca” nasce da una telefonata. Nasce dopo “Le Buttane” che nonostante le polemiche aveva avuto un grosso impatto ed un buon successo di pubblico, un’ottima distribuzione ed era stato venduto in diversi paesi esteri grazie al Festival di Cannes. Mi telefona Ida De Benedetto la quale mi dice “non mi chiama nessuno, tu sei l’unico che fa film con protagoniste donne, dai fai un film per me”. Così è partito il progetto: ci impiegammo sette anni, dal 1995 al 2002, ma alla fine ce l’abbiamo fatto. Come “Un mondo d’amore”?  “Un mondo d’amore” nasce dallo studio della biografia di Pasolini, da questo capitolo molto doloroso, quando esplode il primo scandalo che lo vedeva molestare dei ragazzini nel piccolo paese di Casarza, dove viveva con la madre friulana. Era insegnante di scuola media, segretario comunale del Partito Comunista. Scoppia questo scandalo e lui per la vergogna, licenziato in tronco dal provveditorato agli studi, sospeso dall’insegnamento e mai più integrato, espulso senza mai essere sentito dal Pc, morto dalla paura, parte per Roma con la fedelissima madre e non tornerà più in Friuli. Racconto questo viaggio, questo scandalo, questo momento terribile della sua vita. Sarà il primo di circa ventisette processi contro Pasolini, non tutti per atti osceni contro minori, ne ha avuti però altri… Secondo lei, quanto manca all’Italia una figura come quella di Pasolini? Quanto è ancora attuale dei suoi scritti? Io sono razionalista, questa è una domanda che si continua a ripetere. Pasolini ha vissuto soltanto 53 anni, intensissimi. Negli ultimi anni della sua vita ha sfornato tutto, anche esagerando: film, critica, teatro, “Corriere della Sera”, tutto ha fatto. Ebbene, godiamoci questa sua opera nei suoi 53 anni. Io amo moltissimo anche un altro scrittore, Honoré de Balzac, che è morto a 51 anni, in maniera molto diversa. E’ inutile star lì a pensare “cosa avrebbero fatto se…”, intanto hanno fatto tantissimo e ame interessano le loro opere. Non ci fermiamo a piangere, a cercare nuovi Pasolini, perchè non ce ne saranno mai così. Cerchiamo invece di amare ed analizzare i suoi lavori, nelle sue parti riuscite, perchè alcune cose bisogna ammettere lealmente che non sono granchè. Altre sono magnifiche. Soprattutto però vorrei, un po’ come è stato fatto nel quarantennale della sua morte, che si pensi di più alle sue opere e non alla sua morte ed i complotti annessi. Quale intellettuale, secondo lei, si avvicina maggiormente oggi a Pasolini? Nessuno secondo me. Certi ingegni così multiformi e così insoliti sono unici, anzi se qualcuno tenta di imitarlo scivola sul bagnato e fa una brutta fine. Nessuno è paragonabile a Pasolini, non ce ne sarà un altro uguale a lui, come si spera non ci sarà un altro Berlusconi o un altro Mussolini. Certe grosse personalità sono uniche per fortuna perchè, nel bene o nel male, lo devono essere. Quanto incide in generale, nel suo pensiero, la critica cinematografica subito dopo la proiezione dei film? Diciamo che la critica cinematografica è importante per chi fa cinema indipendente e cinema d’autore. Però, per vari motivi, perchè io amo molto la storia del cinema e la letteratura, quindi mi alimento di critiche non soltanto sulle mie cose ma anche di altri, penso di avere un atteggiamento incuriosito ma abbastanza distaccato dalle critiche. Le critiche positive, su questo non mi crede nessuno, ma se le comincio a leggerle e vedo che sono troppe positive non le finisco neanche. Sono più interessato alle critiche negative perchè io dico che neanche la “Divina Commedia” e “I Promessi sposi”, che amo tutte e due, sono perfetti. Non esiste la perfezione nell’arte, siamo umani. Certo dal mio punto di vista soggettivo alcune le trovo più incattivite, un po’ rancorose, come quando il critico, e succede a molti, vuole essere lui il protagonista e non l’opera dando più peso alla sua opinione piuttosto che darla all’analisi. Secondo me il critico dovrebbe essere al servizio dell’opera, esprimendo un giudizio il più argomentato possibile e senza avere i toni che certe volte alcuni hanno di arrogante. Per cui quando la critica negativa è ben argomentata mi interesso e ci rifletto moltissimo. In quelle cattive e antipatiche, se non ci sono argomentazioni ma solo nervosismo, mi dico solo che non è vera critica e passo oltre. Ho un senso di imbarazzo e disinteresse, io voglio capire solo le cose che non ho fatto bene, che posso migliorare, che posso cambiare… a volte un critico intelligente ti accende anche delle luci. Questa è una cosa importante. Ha lavorato con attori di grande prestigio a livello internazionale. Ha qualche aneddoto da raccontarci? Quale le è rimasto particolarmente a cuore e quale ricorda con maggior simpatia? Ho avuto la fortuna di lavorare con una giovanissima Penelope Cruz che aveva soltanto 18 anni. Lei non lo sa, ma io ho pronta una sceneggiatura per quando compirà 45 anni. Lei cita sempre “La Ribelle” quando è intervistata in Italia con mio gran piacere, visto che di lei ho un gran bel ricordo. Ho sempre pensato di voler lavorare nuovamente con Penelope, e ci proverò appena compirà 45 anni, perchè si tratta di un ruolo di una mamma giovane con due figlie di 22 e di 20 anni, glielo proporrò… Se lo vorrà fare ripeteremo l’esperienza… oltretutto la storia è ambientata negli Usa e parla di una mamma spagnola che vive a New York, quindi sarebbe girato in lingua inglese con un po’ di spagnolo. Staremo a vedere… io ho sempre pensato di voler rilavorare con Penelope soltanto in un film che esplori al massimo le sue potenzialità espressive. Lei è una persona di straordinario talento e così come ne “La Ribelle”, il personaggio di questa ragazzina che doveva ridere, piangere, essere allegra, essere depressa, io ho pensato ad un altro personaggio, di una madre, e quindi fra qualche anno è già lì pronta la sceneggiatura che le consegnerò e vedremo cosa salterà fuori… Altri aneddoti che mi vengono in mente riguardano Lucia Sardo, che ha esordito con me, e adesso è diventata un’attrice e ha fatto cinema, tanta televisione… è stata la mamma di Peppino Impastato e ha fatto tante altre belle cose.. beh, mi ricorderò sempre il primo provino a Piazza Armerina, io cercavo la madre del mio Aclà. Arriva questa attrice che fa un provino magnifico, di quelli che ti si accende la luce e ho detto subito: “Fate un contratto a questa signora”. Siamo diventati subito molto amici. Voglio, infine, dire su un altro personaggio popolare, più che un’attrice una showgirl o altro, che di Alba Parietti io conservo un ricordo molto positivo. Alba, che si è sempre dichiarata una persona di sinistra, sul set si comportava da perfetta persona di sinistra-democratica. Salutava tutti i membri della troupe e trattava l’ultimo manovale come trattava il regista. Questa cosa l’ho apprezzata tantissimo, perchè la maggioranza dei registi famosi, inconsciamente, trattano le persone in base al ruolo che ricoprivano nel set, mentre Alba, non lo dimenticherò mai e l’ho ringraziata anche pubblicamente per questo, era veramente una persona che aveva rispetto per tutti gli esseri umani e per i lavoratori… ed è una cosa che umanamente vale moltissimo, vuol dire che dentro ha delle belle qualità. Per me è anche una donna molto sincera, leale, determinata, che mantiene la parola. E’ stata una bella esperienza lavorare insieme, nonostante il film sia stato massacrato ed attaccato, e questo noi lo rispettiamo. Anche Alba era contenta di quello che aveva fatto perchè temeva, invece, ci fosse una deriva commerciale. Il film ha sicuramente qualche difetto, ma siamo soddisfatti di come è venuto… La storia e la società sono sempre presenti nei suoi film. La sua ultima opera, “Alicudi nel vento”, è un documentario. Come mai questa scelta? Io vado pazzo per questa isoletta di Alicudi, dove per la prima volta ci sono stato 35 anni fa quando ero un maestrino che sognava di fare lo scrittore ed il regista, ma ancora ero giovane e non c’ero riuscito. Ho impiegato decenni a trovare un piccolo finanziamento e finalmente sono riuscito a raccontare i bambini ed i ragazzi di questa sperduta isola delle Eolie, che è un cono vulcanico, con un vulcano inattivo da 20mila anni, circondato da altri vulcani attivi… ci sono 80 residenti, 60 abitanti, senza strade ed automobili, solo gradini. Un posto magnifico… Quali i progetti futuri? E’ stata una pazzia per me venire settimana scorsa a Luino, perchè lunedì ho iniziato le riprese di un nuovo film che si chiama “Controtempo!”, la mia prima commedia. Speriamo bene, ma sono molto ottimista.

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