5 Giugno 2015

L’esperienza di un luinese alla “100 km del Passatore” da Firenze a Faenza

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La 100km del Passatore, giunta quest’anno alla 43-esima edizione, è probabilmente a livello mondiale la più nota corsa podistica sulla distanza dei 100km. La partenza è da Firenze l’ultimo sabato del mese di Maggio, alle ore 15 in punto, con arrivo a Faenza. Il luinese Paolo Corsini ha partecipato alla corsa, giungendo al traguardo al 56esimo posto su oltre duemila partecipanti. Ecco il racconto della sua esperienza.

La 100km del Passatore da Firenze a Faenza. Il percorso è completamente su strada, lungo le statali che collegano le due città. Solo i primi 4km del percorso sono pianeggianti: la restante parte è composta da due impegnative salite e da altrettante discese, con un dislivello positivo complessivo che supera i 1.200 metri. Nel corso degli anni questa gara ha raccolto un numero sempre più crescente di partecipanti, che vanno dal podista amatore evoluto a coloro che provano a completarla camminando speditamente e cercando di arrivare nel tempo limite di 20 ore. L’edizione 2015 ha visto 2.400 concorrenti al via, dei quali poco meno di 1.900 sono arrivati a Faenza. Tra questi anche il luinese Paolo Corsini, che racconta qui di seguito la propria esperienza in questa classica dell’ultramaratona.

L’esperienza del luinese Paolo Corsini. “Della 100Km del Passatore ho sentito i primi racconti 3 anni fa, quando la mia avventura di podista amatore era iniziata da poco più di 1 anno e avevo già avuto la possibilità di correre 5 maratone. Mi sono subito innamorato della maratona, non per altro definita la distanza regina: forse perché la prima gara della mia vita è stata proprio una maratona, quella di Milano del 2011, o forse perché è nella solitudine del maratoneta che ritrovo molti aspetti del mio carattere.

Una maratona è una distanza impegnativa, ma 100km…caspita, due maratone in sequenza e ancora 16km per chiudere il conto. Una cosa da pazzi, ho pensato, ma le imprese impossibili sono quelle che mi affascinano e dentro di me il nome e il mito di questa gara è da quel momento rimasto come un tarlo nella mente, un sogno prima o poi da realizzare. Mi sono ripromesso di pensarci seriamente non prima di aver completato 10 maratone e così è stato: il 24 Maggio 2014 ero a Firenze al via dell’edizione n°42 di questa gara, che ho dovuto abbandonare esattamente a metà percorso dopo averne corso tutte le salite per i postumi di un infortunio alla schiena patito 6 giorni prima della partenza.

Salendo sulla macchina quel giorno, poco dopo aver scollinato al passo della Colla, avevo promesso a me stesso che ci avrei riprovato e che avrei fatto mia quella distanza che, come ben dice il mio amico Dario, è da folli. Ed eccomi quindi il 30 Maggio 2015 nuovamente a Firenze per riprovarci, ma questa volta molto più sereno e consapevole dei miei mezzi.

Perché sì, si può essere sereni anche sapendo di stare per iniziare a percorrere la strada che separa Firenze da Faenza, correndo lungo l’appennino tosco-emiliano con i suoi scorci meravigliosi e le sue salite impegnative. Ed era questa la mia sensazione alla partenza della gara, forte di aver fatto il mio dovere nei mesi precedenti macinando km in continuazione (1.900 dall’inizio dell’anno) e di aver previsto a quale ritmo correre i vari settori.

Però 100km sono pur sempre 100km, e per giunta di corsa…una roba da folli.

Arrivo a Faenza con Dario, che mi accompagnerà in bicicletta lungo il percorso, la sera prima della gara; ritiro pettorale, cena sotto il tendone dell’organizzazione e passeggiata nella piazza che 24 ore dopo sarà arrivo per i concorrenti del Passatore. L’atmosfera è meravigliosa e il pieno di adrenalina beneaugurante per l’impresa del giorno dopo. Sabato mattina viaggio in pullman con altri podisti verso Firenze: arrivo in centro alle 12, un piatto di pasta e si inganna il tempo prima della partenza incontrando vecchi e nuovi amici. Il clima è di festa, ma in sottofondo c’è per tutti la consapevolezza che ci si sta preparando per fare quella che sarà per ciascuno una vera e propria impresa. O una cosa da folli: questione di punti di vista.

Ore 15: si parte da via dei Calzaiuoli, il salotto buono di Firenze che collega piazza della Signoria con quella del Duomo. Un colpo d’occhio impagabile per i turisti che guardano 2.400 podisti partire per correre una 100km e una emozione fortissima per me che sto iniziando la mia personale sfida. Perché si è in tanti a correre verso Faenza, ma il podista è per sua natura un animo solitario: del resto so bene che di momenti di solitudine ne vivrò in questa 100km, ed a questi mi sono tanto allenato negli scorsi mesi.

La prima parte del percorso presenta subito una bella difficoltà: la salita verso Fiesole. Siamo partiti da poco e le energie sono tutte a disposizione, quindi le rampe non sono così dure come può sembrare guardando l’altimetria. Superata Fiesole la strada continua a salire ma più dolcemente, fino ad arrivare alla vetta Croci primo gran premio della giornata poco oltre i 500 metri di quota. Sapevo, memore dell’esperienza dello scorso anno, che quello scollinamento l’avrei fatto passando tra due ali di folla ad incitare i podisti e così è stato: accelero in modo naturale in quegli ultimi tratti di salita, spinto dal pubblico e dall’adrenalina. Nella discesa seguente che mi porta verso Borgo San Lorenzo uso la testa: scendo regolare, cercando di non forzare e nei limiti del possibile di riposarmi così da prepararmi a quello che mi attende più avanti lungo la strada. Vedo qui la differenza rispetto alla mia gara del 2014, quando in quella discesa mi ero buttato letteralmente anima e corpo andando su ritmi molto veloci ma di certo non aiutandomi a preservare le energie per quello che mi avrebbe atteso dopo.

Siamo al km 31,5, primo traguardo intermedio di giornata in quel di Borgo San Lorenzo. Fa caldo, ma c’è tanta gente e nel passaggio tra le vie centrali sono tanti i bambini che allungano la mano per un cinque e gli adulti che incitano. Al passaggio sul tappeto del tempo faccio un salto per toccare lo striscione e farmi catturare in una posa inusuale dal fotografo appostato: il pubblico si diverte e io capisco di essere a posto fisicamente e anche attento di testa. Oltre a questo anche un po’ folle, perché saltare in quel modo con 31km sulle gambe e 69 km che devo ancora correre non è proprio da sani di mente. Ma questo sarà il cliché di tutti i miei 100km.

Esco da Borgo San Lorenzo e incontro Lorena, mia moglie: vedendola grido “ciao amore” guardando verso di lei, ma sul mio asse visivo c’è uno spettatore che pensa mi rivolga a lui. Povero illuso, non sa che il mio cuore è altrove: mi sorride dicendo ciao e io lo guardo con un misto tra ilarità e stupore. Mi fermo da Lorena, un veloce bacio e via lungo la salita che porta al passo della Colla, la cima Coppi del Passatore. Conosco questa strada: l’anno scorso l’ho sofferta metro dopo metro e so bene che è un continuo incremento di difficoltà e pendenza fino alla vetta, per 16,5 km e 700 metri di dislivello positivo. Anche qui cerco di usare una strategia studiata in precedenza: salire regolare, cercare di correre sempre e prepararsi alla parte finale che sarà quella più dura.

Salgo bene fino al km 40, regolare e senza particolari problemi. Mi fermo per un veloce cambio di maglia, sapendo che dopo quel punto la quota e il vento avrebbero abbassato sensibilmente la temperatura. Proseguo ma mi accorgo che qualcosa inizia a non andare per il verso giusto: inizio a sentire un po’ di nausea, non il migliore dei segnali. Mi faccio forza e proseguo, camminando nei punti dove sento di dover rifiatare. Gambe e fiato vanno benone, le pause in cammino servono più per tenere a bada la nausea e la testa che ai primi segnali di difficoltà cerca anche lei di mandarti ancora più in crisi.

Perché è proprio vero: una 100km, se hai fatto il tuo dovere in allenamento per “farti le gambe”, è solo una questione di testa. E in 100km di crisi ne arrivano diverse, ma bisogna superarle senza che ci si faccia vincere dalle paure e dagli strani scherzi che la mente può giocare. Resilienza, così chiamano la capacità di sopportare le avversità cercando di raggiungere obiettivi che sono per loro natura difficili: di questa si nutrono i folli cento-chilometristi.

Scollino alla Colla, scendo 500 metri e trovo Lorena che è appostata per il cambio abiti. Mi cambio rapidamente, prendo un gel ma capisco che non tutto va per il verso giusto. La nausea è sempre presente, non fortissima ma fastidiosa e si insinua nella mente a minare quel castello di certezze che ho costruito in 5 mesi di allenamenti intensi. La discesa lungo Marradi, 17 km che mi paiono interminabili, la percorro ben più lentamente di quelle che sono le mie potenzialità e non per altro sarà il tratto con la posizione in classifica più alta. Da 59-esimo che ero in cima alla Colla scendo in posizione 83, con la nausea che mi accompagna e nella testa una voce che continua a dirmi che ritirarsi a Marradi al km 65 è onorevole, che avrei ricevuto una medaglia e il diploma.

Ma io sono folle, ed è un anno che sogno di arrivare a Faenza. Dario e Lorena mi spronano a non mollare, anche prendendomi a male parole: era quello che ci voleva in quel momento. Passo Marradi e come per magia tutto scompare: la nausea svanisce e sento la testa che sta andando in altra direzione. Per usare una immagine non vedo più il bicchiere mezzo vuoto, ma solo quello mezzo pieno.

Parto con la mia rimonta, impostando sul momento una tattica di corsa un po’ strana ma che ha funzionato: Lorena ci aspetterà ogni 5km con i rifornimenti, mentre Dario mi accompagnerà dandomi da bere ogni 2,5 km. Mi impegno a correre, e meccanicamente corro ancora bene, fermandomi a camminare per un piccolo tratto solo quando berrò. Vado avanti in questo modo dal km 65 sino al km 90, continuando a superare atleti. Nel frattempo scende la notte e davanti a me vedo solo puntini luminosi che nella mia personale azione di recupero diventano dei piccoli traguardi semoventi che devo andare a prendere e superare. Le lucciole nei prati sono testimoni curiose e bellissime: correre la notte lungo queste strade è indescrivibile, va provato per capire cosa si prova.

Dario mi parla poco, perché ha capito che in questo momento ho ripreso in mano le redini del gioco: la crisi è superata e rispetto a chi incontriamo sto correndo bene. Al km 90 mandiamo avanti Lorena fino a Faenza, così che possa parcheggiare e arrivare in piazza in tempo. Riparto salutandola e inizio a martellare: fino al 94-esimo corro, poi un sorso d’acqua senza fermarmi e giù di nuovo a far mulinare le gambe. I tempi al km scendono e continuo a prendere sempre più fiducia. Dario mi sprona ad andare a prendere tutti coloro che sono davanti a noi, al punto che negli ultimi 10km supererò 10 concorrenti sino ad arrivare alla posizione n°56 della mia classifica finale.

Al 95-esimo rilancio ancora, e i km seguenti saranno una costante progressione sotto ai 5 al km fino all’ultimo km. Al 99-esimo c’è uno speaker che legge i numeri di gara degli atleti: quello davanti a me, ha 20 metri di vantaggio, ha il pettorale n° 2259 mentre io ho il n°2260. Lo supero di netto, prova a seguirmi in scia ma dopo una cinquantina di metri deve mollare e mi grida “vai Paolo”: scopro nei giorni seguenti che mi ha riconosciuto mentre lo superavo, ci leggiamo su Strava. Piccolo il mondo, eh?

L’ultimo km è forse il più bello che abbia corso in vita mia: sono in piena trance agonistica come mai mi è accaduto in tutte le gare alle quali ho partecipato, viaggio sul filo dei 4 al km e sono in spinta completa come durante un 5.000 in pista. Eppure ho 99km sulle gambe, con oltre 1.000 metri di dislivello positivo, una bella crisi superata e una testa che mi voleva far ritirare 50 km prima. In quel momento non penso a niente se non a correre più forte che posso, per andare a prendere gli altri atleti che ho davanti a me, e in cuor mio vorrei che quel km non finisse mai. Forse è estati dell’atleta, non lo so: di certo è follia. E in quel momento, per quel km che è passato veloce ma mi è parso non finisse mai, mi sento invincibile.

Vedo le luci della piazza e a 50 metri inizio a gridare dalla gioia: ho vinto io questa volta la mia sfida. Passo il traguardo come faccio ad ogni gara, a braccia alzate, ma questa volta sento che me lo merito davvero questo gesto di vittoria. Un segno della croce, vedo Lorena dietro le transenne e corro ad abbracciarla. Arriva Dario e piangendo abbraccio forte anche lui, e sorrido. Nei mesi scorsi avevo immaginato molte volte questo arrivo e le emozioni che avrei provato tagliandone il traguardo, ma quello che è poi accaduto non ha nulla a che vedere con quanto avevo sognato. Sto bene, non ho dolori particolari: non sono quello straccio che si può pensare ci si riduca ad essere alla fine di una 100km. Penso che l’indigestione di Km di questi ultimi mesi e i tanti allenamenti a qualcosa sono serviti: ho costruito gambe forti per correre 100km, ma il 30 Maggio ho sicuramente guadagnato una mente che può supportare una impresa di questo tipo. E questo implica anche quel po’ di follia, che così poca non deve essere a quanto dicono, che bisogna avere per correre la 100km più bella al mondo.

E ora? Resta il ricordo di emozioni che le parole non possono raccontare e che resteranno indelebili nel mio cuore, assieme a quello che gli occhi di chi mi ha accompagnato in questo viaggio sono stati capaci di dirmi. E con questo due certezze. La prima: è difficile, ora, che qualcosa nella mia vita mi possa fare veramente paura al punto di non volerla affrontare: io ho corso per 100km lungo la strada che da Firenze porta a Faenza. 100km, ma ci pensi? Roba da matti.

La seconda: che su quella strada ci ritornerò. Perché 9h 15’ 15’’ è un signor tempo per un debuttante sulla distanza, ma io volevo chiudere sotto le 9 ore. E ho capito cosa mi serve per fare meglio di questo. E questa è l’ulteriore, definitiva conferma che solo i folli corrono il Passatore”.

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