27 Maggio 2014

Audi, dopo la seconda guerra mondiale sfruttò prigionieri lager nazisti

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“Un enorme choc”. Così i vertici di Audi hanno commentato i risultati di uno studio, commissionato dalla stessa casa automobilistica tedesca e diffuso oggi, sullo sfruttamento dei prigionieri dei campi di concentramento nazisti negli impianti del marchio Auto Union (da cui è poi derivata la stessa Audi).

L'ex Audi, la Auto Union (wikipedia.it)

L’ex Audi, la Auto Union (wikipedia.it)

La ricerca ha soprattutto portato a riscrivere il ruolo di Richard Bruhn, considerato il “padre di Auto Union” ma anche uno degli artefici della trasformazione post-bellica di Audi. Grazie ai suoi “strettissimi legami” con i vertici del terzo Reich, Bruhn – un civile ma con uno status (Wehrwirtschaftsfuehrer) simile a quello di un alto ufficiale – sarebbe riuscito a organizzare uno sfruttamento su larga scala dei prigionieri dei lager nazisti (per un quarto ebrei).

Lo studio ha portato alla luce l’esistenza di sette campi di lavoro forzato gestiti dalle SS e al servizio esclusivo di Auto Union: queste strutture avrebbero impegnato 3700 prigionieri mentre altri 16.500 lavoratori sarebbero stati costretti a lavorare nelle due fabbriche di Zwickau e Chemintz, in Sassonia. In totale, secondo la ricerca guidata dagli storici Martin Kukowski e Rudolf Boch, Auto Union avrebbe la “responsabilità morale” per la morte di circa 4.500 detenuti impegnati presso i propri impianti.

La rivelazione sta provocando in Germania un’ondata di indignazione: nella patria di Audi, Ingolstadt, il sindaco Christian Lösel ha già annunciato l’intenzione di ribattezzare la “Bruhnstrasse”, una delle principali arterie della città bavarese. Dal canto suo Audi ha subito espresso la disponibilita’ a erogare risarcimenti ad eventuali superstiti dei “lager di Auto Union”.

(adnkronos.it)

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