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24 Maggio 2014

L’Italia è la prima in Europa per il consumo di acqua minerale

Tempo medio di lettura: 3 minuti

L’Italia è il Paese europeo con le tariffe per il servizio idrico più basse (85 centesimi al giorno per famiglia) ma anche quello con il più elevato consumo (234 euro l’anno a famiglia) pro-capite di acqua in bottiglia: in questa particolare classifica, siamo addirittura secondi al mondo.

(therealnow.com)

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Sono solo alcuni dei dati contenuti nel quarto numero del “Diario della transizione” del Censis, che ha l’obiettivo di “cogliere e descrivere i principali temi in agenda in un difficile anno di passaggio”. In media, un nucleo familiare di 3 persone con un consumo annuo di 180 metri cubi spende 307 euro l’anno, 25,6 euro al mese: in pratica, il costo di una tazzina di caffè al bar al giorno.

Si tratta – spiega il Censis – dello 0,9% della spesa media mensile di una famiglia. Per lo stesso servizio in Spagna si spendono 330 euro all’anno, in Francia 700, in Austria, Germania e Regno Unito 770. Dei 307 euro italiani, solo 143 euro riguardano il servizio di acquedotto. Il resto serve per pagare fognature e depurazione. Quindi, per avere acqua potabile in casa, una famiglia italiana spende circa 40 centesimi al giorno. Tutto questo “non ha impedito, tuttavia, la sedimentazione nel tempo di tassi di morosità molto più elevati di quelli di energia elettrica e gas: 3,8 miliardi di euro di crediti scaduti, di cui 1,1 miliardi da oltre 24 mesi”. Di contro, il 61,8% delle famiglie italiane acquista acqua minerale e il consumo medio è pari a 192 litri l’anno per persona. Il 31,2% della popolazione non si fida dell’acqua che esce dal rubinetto della propria abitazione: una percentuale che sale nettamente al sud (fino al 60,4% in Sicilia), ma che aumenta ovunque nel caso di allarmi connessi alla potabilità: si pensi ai casi di acqua contenente arsenico.

L’Italia è un Paese ricco d’acqua, ma ne spreca “quantità enormi” per colpa di infrastrutture “carenti, obsolete e inadeguate: le perdite di rete sono pari al 31,9%”. A lanciare l’allarme è il Censis che spiega anche come questo costringe ad “aumentare il prelievo di acqua alla fonte, impoverendo la risorsa ed esponendo alcuni territori a cronici disservizi: l’8,9% della popolazione denuncia interruzioni di erogazione, con punte del 29,2% in Calabria”. Anche in questo caso il confronto con i partner europei è impietoso: in Germania le perdite di rete sono pari al 6,5%, in Inghilterra e Galles al 15,5%, in Francia al 20,9%.

Il 20% delle acque reflue, inoltre, viene smaltito senza essere depurato, finendo per inquinare mari, fiumi e laghi. “Proprio per la mancata depurazione delle acque reflue – ricorda il Censis – abbiamo già avuto due condanne in sede europea: una quota consistente di popolazione (il 15%, con punte del 22% nel Mezzogiorno) non è allacciata ad alcuna rete fognaria e il 30% non è collegato a un impianto di depurazione. Anche nei Comuni capoluogo il 10% della popolazione non è servito da depuratore. Rischiamo di pagare multe salate per il mancato adeguamento degli scarichi dei nostri agglomerati urbani, ma soprattutto sono a rischio la salute dei cittadini, l’ambiente e l’economia turistica”. Per recuperare il terreno perduto, “rimettendo a posto acquedotti colabrodo e realizzando reti fognarie e impianti di depurazione delle acque reflue adeguati, servono investimenti rilevanti”, spiega il Censis.

Anche da questo punto di vista il confronto con l’Europa è preoccupante. In Italia si investe ogni anno l’equivalente di 30 euro per abitante, in Germania 80 euro, in Francia 90, nel Regno Unito 100. Si stima che, “per riportare il livello delle infrastrutture idriche italiane in linea con gli standard europei, bisognerebbe investire 65 miliardi di euro in trent’anni: una cifra ingente, equivalente ad esempio a oltre 7 volte il costo della tratta internazionale della linea ferroviaria Torino-Lione tra Francia e Italia.”

(agi.it)

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