5 Maggio 2014

Allarme dei geologi: “Sei milioni di italiani abitano in zone ad alto rischio idrogeologico”

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In Italia 6 milioni di persone vivono nei 6.631 comuni, che presentano almeno una situazione di elevato rischio idrogeologico. Solo pochi giorni fa infatti le Marche, e soprattutto Senigallia, sono state colpite dal maltempo che hanno causato due vittime e considerevoli danni infrastrutturali.

(cronachemaceratesi.it)

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Lo afferma il Consiglio nazionale dei geologi, secondo cui nel paese vi sono 29.500 Kmq ad alta criticità idrogeologica. Dall’inizio del ‘900 ad oggi si sono verificati più di 4.000 eventi gravi, di cui 1.600 hanno prodotto vittime, gli sfollati sono stati più di 700.000 ed incalcolabili i danni all’economia italiana. Più di 6000 edifici scolastici sono in aree potenzialmente ad elevato rischio idrogeologico.

Per esempio, nelle Marche il 10% delle scuole è in aree potenzialmente ad elevato rischio idrogeologico. Ma quale è la causa? Il territorio marchigiano, spiega il consigliere nazionale dei Geologi (Cng), Piero Farabollini , “ha dovuto subire più volte, con sempre maggior frequenza, eventi disastrosi legati a precipitazioni meteoriche considerate anomale (che per effetti mediatici vengono definite ‘bombe d’acqua’) ma che di anomalo hanno solamente il fatto che si ripropongono con tempi di ritorno molto più brevi rispetto al passato, e non certo per la quantità di pioggia caduta. Ci risiamo, con l’aggravante degli scarsi interventi riguardo la pianificazione e programmazione territoriale: fossi ostruiti, alvei dei fiumi completamente pieni, alberi caduti, fossi demaniali in condizioni pietose, fogne otturate da detriti”, osserva Farabollini. Queste piogge, inoltre, hanno riproposto “situazioni e criticità già note per la loro ricorrenza, a cui se ne sono aggiunte di nuove come conseguenza della crescente antropizzazione, del sempre più manifesto abbandono dei coltivi, della carenza di interventi manutentori del territorio, dell’inesistente pulizia ordinaria e straordinaria dei fiumi e dei torrenti”.

In Italia, ricordano i geologi, “dal 2009 al 2012 i fondi per il rischio idrogeologico sono passati da 551 ad 84 milioni di euro”. La naturalità dei fiumi e delle piane alluvionali dove il fiume stesso scorre, è stata via via modificata se non completamente cambiata attraverso restringimenti di alveo, cementificazione degli argini, impermeabilizzazione delle aree golenali dei fiumi, rettificazioni e modificazioni della sinuosità, interruzioni dei deflussi, realizzazione di canalizzazioni e di opere in cemento armato e/o in muratura. Questi interventi, si sottolinea, vanno sommati a quelli che “vedono la modificazione dei versanti attraverso l’abbandono dei coltivi, alla carenza di opere di contenimento dall’erosione meteorica e di sistemazione idraulica, alla mancanza di manutenzione dei fossi di scolo di raccordo con il reticolo idrografico minore e di quest’ultimo con il fiume stesso”.

Alla fragilità naturale del territorio, si sono sommati: “urbanizzazione selvaggia, scellerato consumo del suolo, disboscamenti senza programmazione, quartieri costruiti negli alvei, disprezzo e violazione di ogni norma di pianificazione”, dicono i geologi. La manutenzione ordinaria e straordinaria, permette, in prima battuta, di mantenere il corso d’acqua in grado far defluire le piene ordinarie; nel caso in cui, come in questi giorni, gli eventi meteorici siano concentrati in poche ore, la sola manutenzione ordinaria non è più sufficiente, date le caratteristiche morfologiche dei fiumi e degli alvei, notevolmente trasformate rispetto al passato. Ecco, quindi, che “bisogna ragionare in termini di ripristino degli spazi di pertinenza fluviale e di programmazione territoriale in funzione dei tanto conclamati cambiamenti climatici”.

Il territorio, sottolinea il Cng, “è la più grande infrastruttura, la sua salvaguardia non può più aspettare, non è possibile prescindere dall’attuazione di misure rigide e ragionate finalizzate a garantire ad ampio raggio adeguati interventi nell’ottica di un concreto cambio di rotta. Solo quando la cultura della emergenza sarà radicalmente sostituita da quella della prevenzione potremo ritenerci soddisfatti”. L’abusivismo e l’illegalità sono stati “tra le cause principali dello scempio del nostro territorio, con i conseguenti conteggi di danni, distruzioni e lutti. L’emergenza permette di gestire una gran mole di fondi che vanno in deroga a qualsiasi norma sugli appalti pubblici e, soprattutto, che altrimenti non sarebbero disponibili”.

(adnkronos.it)

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