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21 Gennaio 2014

Collettività: pluralità di persone considerate come un tutto unico, sinonimo di comunità

Tempo medio di lettura: 3 minuti

Ma cosa ci resta oggi di questa definizione? Come viviamo da singoli individui il rapporto con gli altri? Ci sentiamo parte di una vera comunità?

La famiglia Bernaschi in una scena del film "Il Capitale Umano"(youmovies.it)

La famiglia Bernaschi in una scena del film “Il Capitale Umano”(youmovies.it)

Recentemente ho avuto la fortuna e l’intelligenza di guardare “Il capitale umano”, nuovo e discusso film di Paolo Virzì. Una pellicola ambientata in una città brianzola fittizia ma girata nella “mia” gelida Varese, terribilmente adatta alla messa in scena della deriva dei rapporti sociali e umani, nonostante le sterili polemiche arrivate da politici poco abituati all’autocritica e alla riflessione.

Tratto dall’omonimo romanzo americano di Amidon Stephen, il film del regista livornese narra, per capitoli, le confuse vite di due famiglie del nord Italia: una è quella dei Bernaschi, composta da uno spregiudicato ma coerente uomo dell’alta finanza, dalla “inutile” moglie Carla e dal loro “bambino ormai adolescente”; l’altra è quella degli Ossola, di cui fanno parte “Il Dino”, smarrito immobiliarista sulla via della perdizione, la compagna Roberta e la figlia di lui, Serena, legata sentimentalmente al Bernaschi Junior.

L’espediente per raccontare le loro vite è quello di un drammatico incidente stradale, in cui un Suv (demoralizzante simbolo di uno status sociale) investe un ciclista lasciandolo agonizzante al bordo di una strada, evento che cambierà le intere sorti delle due famiglie. I due giovani, falsi complici nell’accaduto come nella vita, rappresentano la complessità di una gioventù che non trova il coraggio di essere se stessa, impregnata di pregiudizi sociali che ingabbiano sentimenti, aspirazioni e speranze.

Piano piano, capitolo per capitolo, scopriamo i protagonisti di una storia in cui risulta difficile non riconoscersi: chi non ha mai conosciuto un Bernaschi, uomo cinico, poco affettivo e che fa girar soldi “come noccioline”?! Lo fa sulla pelle degli altri senza accorgersi di avere accanto una moglie infelice, inadeguata come “la Carla” e caricando di inutili aspettative di successo un figlio che avrebbe solo bisogno di cercare la sua di strada. O uno come “Il Dino Ossola”, arrivista, pronto a vendersi l’anima e non solo pur di accaparrarsi l’amicizia dell’affarista Bernaschi ed entrare nel giro di quelli “arrivati”, quelli che “si sono fatti da soli” tra Suv, piscine e campi da tennis. Aimè, uno come “Il Dino” è molto più facile averlo in famiglia più di quanto ci si aspetti.

Raccontando le psicologie dei protagonisti Virzì, con l’aiuto di Francesco Piccolo e Francesco Bruni, tra sospetti e indizi, delinea responsabili e innocenti, vittime e carnefici, senza scendere nel giudizio morale troppo facile da raggiungere. Il regista offre un’agghiacciante interpretazione della vicenda che infine lascia sperare in un riscatto sociale, non esente da responsabilità, che renda giustizia alle sorti dell’umanità. E no, non penso di esagerare nell’affermare questo.

Le sorti dell’umanità, intesa sia come insieme di uomini ma anche, e soprattutto, come prerogativa dell’essere umano e complesso di doti e sentimenti che dovrebbero distinguerlo dalle tanto amate bestie, avrebbero bisogno di una speranza e una voglia di riscatto che sembra ormai essere da tempo assopita, ricoperta da inutili rincorse all’affermazione sociale prima di tutto.

Il Capitale Umano riesce a metterci di fronte alla confusa deriva umana contemporanea, poco attenta alla collettività ma desiderosa di farne parte a tutti i costi se abbastanza appetibile socialmente, economicamente e sessualmente. L’individualismo e l’incapacità ai sinceri rapporti umani travolgono un Paese ormai abituato alla macchiavellica teoria che “il fine giustifica i mezzi” dimenticandosi di chi i mezzi magari non ha proprio avuto la fortuna di averli.

Strepitosa e surreale l’interpretazione di Fabrizio Bentivoglio nel ruolo de “Il Dino” che spicca su tutte. Un pensiero speciale però va a Giovanni Anzaldo che con il suo Luca rende giustizia a questa deriva e ci fa sperare che tra gioie e dolori, pregi e difetti, si possa ritrovare la retta via, quella dei buoni sentimenti, dei dolori trasformati in oneste rivalse, della voglia di affermazione non celata dalle ipocrisie e dai lustrini degli abiti sgualciti della “Varese Bene”.

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