26 Giugno 2013

L’amore che resta, di Gus Van Sant

Tempo medio di lettura: 4 minuti

Credimi morire non è niente se l’angoscia se ne va” cantano i Baustelle nel loro ultimo singolo intitolato “La morte”. Singolo che calzerebbe a pennello per la colonna sonora di “Restless”, in italiano “L’amore che resta, penultima fatica cinematografica di Gus Van Sant.

(semprelastessastoria.com)

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L’artista statunitense Gus Green Van Sant Jr, vecchia icona dei registi indipendenti della fine degli anni ottanta e curioso sperimentatore delle arti visive, approda definitivamente al cinema nel 1991 con il drammatico “Belli e dannati”, una profonda reinterpretazione dell’Enrico IV di William Shakespeare, con protagonisti Keanu Reeves e River Phoenix. In seguito ad alcune esperienze cinematografiche di poco successo, trasferitosi ad Hollywood, nel 1998 si allontana dal cinema indipendente girando il classico “Will Hunting – Genio ribelle”, storia di un giovane Matt Damon alle prese con una fortissima paura dell’abbandono e un mostruoso talento per la matematica che non ha mai potuto e voluto coltivare. Attento indagatore della complessità dell’animo umano e soprattutto del suo lato più oscuro e problematico, Gus Van Sant, vince nel 2003 la Palma d’oro a Cannes con “Elephant”, capolavoro del cinema indie, ispirato al massacro della Columbine High School. Anche “Paranoid Park”, film del 2005, affronta tematiche legate alla violenza giovanile nella società americana, esplorando però il mondo degli skaters. Nel 2009 arriva “Milk”, film biografico sulla vita di Henry Milk, il primo consigliere comunale americano apertamente omosessuale e assassinato per le sue battaglie civili nel 1978. Nel cinema di Van Sant sono ricorrenti alcuni temi: insieme all’attenzione per il sociale e per coloro che non rientrano, dai più, nei canoni appartenenti alla categoria dei “normali”, l’omosessualità assume una particolare rilevanza.Milk riceverà ben otto nomination all’Oscar e vincerà la statuetta per la miglior sceneggiatura e per il miglior attore non protagonista.

Proiettato il 12 maggio 2011 a Cannes nella sezione Un Certain Regard, “L’amore che resta” è ispirato alla piece teatrale “Of Winter and Water Birds” di Jason Lew.

Il regista mette su pellicola la storia di vita e di amore di due giovani adolescenti dalle esperienze singolari continuando un percorso di ricerca interiore che accompagna da sempre la sua filmografia e il filo conduttore della narrazione è l’esperienza della morte.

Il giovane Enoch Brae, interpretato dal figlio d’arte, Henry Hopper, con la morte ha a che fare fin da quando era bambino. Perde i genitori improvvisamente, senza avere nemmeno la possibilità di salutarli. Non va a scuola, ha un amico immaginario di nome Hiroshi e vive con una zia che cerca ostinatamente di amarlo e di farsi amare. Enoch è solo, si è costruito un isolamento compatto giorno dopo giorno, evitando di fare i conti con ciò che non gli permette di vivere. Difficile permettersi di amare e di sentirsi amati, impossibile sentirsi compresi o farsi comprendere con un peso così enorme addosso. Il peso di una morte non accettata, non elaborata, la paura dell’abbandono, portano Enoch a recarsi ai funerali di molti sconosciuti, cercando di espiare la colpa di non essere stato presente a quelli dei suoi genitori.

E qui, ad uno dei tanti funerali a cui partecipa ritualmente, incontrerà Annabel Cotton (Mia Wasikowska), frizzante ragazzina con la passione per la natura che con la morte dovrà presto farci seriamente i conti. La ragazza vive con la madre alcolizzata e una sorella che tenta ostinatamente di proteggerla e scoprirà, nonostante la sua giovane età, che il cancro, combattuto con determinazione, ha scelto di tornare a farle compagnia. Annabel è in attesa della morte, ultima e inesorabile tappa della malattia. Inizialmente non confida ad Enoch la sua condizione, per paura di non essere accettata, ma quando riesce ad avvicinarlo e a comprendere le sue esilaranti particolarità scopre anch’essa le sue carte.

Enoch accompagnerà Annabel a quell’ultima tappa, amando e lasciandosi amare, compiendo un percorso di quasi inconsapevole analisi che gli farà riscoprire la Vita. I due adolescenti vivono la loro storia d’amore, consapevoli della propria mortalità, sfidandola con cinico ottimismo, giocandoci. Cercano di capirsi profondamente, di difendere la loro diversità, fino a condividere l’amicizia immaginaria del fantasma Hiroshi, l’uomo del ricordo, vissuto ai tempi di Nagasaky, colui che di tempo non ne ha avuto abbastanza.

Gus Van Sant con l’aiuto di due giovani e freschi attori, perfettamente adeguati per la parte, riesce a costruire un film che scava nel profondo dello spettatore suscitandogli riflessioni importanti. Il messaggio che arriva prepotentemente è quello del detto antico: “carpe diem”. Il tempo è preziosissimo, non può e non deve essere sprecato e ogni momento, anche il più doloroso, deve essere vissuto pienamente. La solitudine dei due protagonisti, in particolare quella del giovane Enoch, conseguenza di un disagio fortissimo, si trasforma in occasione dell’incontro di Annabel; per lui significherà una vera e propria rinascita. La morte, conosciuta e vissuta in differenti modi ed esorcizzata giorno dopo giorno con una certa leggerezza, diventa quasi scusa per vivere intensamente.

Perché ostinarsi a sprecare il prezioso tempo che abbiamo a disposizione rimanendo rinchiusi nella nostra angoscia e disperazione? Certamente, per chi della morte ne ha almeno sentito vagamente l’odore, può risultare facile “a vedersi” ma difficile “a farsi”, quasi venendone disturbato. Il problema vero, seppur banalmente, sta nell’accettazione. Accettare una perdita, immaginarne la concreta possibilità vivendo la malattia, significa fare i conti con la propria natura, quella di uomini mortali. “L’energia, la materia, cambiano continuamente, si trasformano, si fondono, crescono, muoiono. E’ il modo in cui insistiamo nel credere, malgrado tutte le indicazioni scientifiche, che tutto sia per sempre ad essere innaturale.” Non puoi competere con la biologia e devi fartene una ragione.

Annabel ed Enoch ci riescono, risultando a tratti quasi poco credibili. Il percorso di comprensione che i ragazzi compiono insieme permetterà ad entrambi di assaporare la bellezza della Vita raggiungendo due tappe differenti: morte e rinascita. Capolavoro o no, “L’amore che resta” è il film della Speranza, l’invito a tenerci la mano, a raccontarci le storie dei ricordi, a vivere intensamente ed affettivamente. Come se in ogni momento potessimo avere un’altra occasione di vita. Come se in ogni momento, potessimo nascere ancora una volta.

Un film di Gus Van Sant. Con Henry Hopper, Mia Wasikowska, Ryo Kase, Schuyler Fisk, Jane Adams. Titolo originale Restless. Drammatico,  durata 95 min. – USA 2011. – Warner Bros Italia uscita venerdì 7 ottobre 2011.

 

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